Pagine

sabato 7 novembre 2026


 Due Pesi due Misure

Introduzione

C'è un'ipocrisia che attraversa il modo in cui l'Occidente guarda alle guerre, e questa serie di lettere aperte è nata per denunciarla.

È la stessa ipocrisia che Il peso del pensiero mette al centro: il costo di guardare i fatti senza la mediazione della versione ufficiale. Perché la verità — come si legge nella presentazione di Trump Palestina — è verità solo se è documentata. Non basta affermarla, non basta crederci: va provata, mostrata, messa davanti agli occhi di chi preferirebbe non vederla.

Da qui nascono le lettere aperte. La prima, Palestina Israele; la seconda, Russia Ucraina. Due video, due teatri, un unico filo: lo stesso principio applicato in modo diverso a seconda di chi commette il fatto. Riceverai poi le lettere dedicate a Trump, e infine la terza — Perché ho dovuto urlare — che dice in tre parole cosa succede quando la verità documentata non basta a smuovere nulla: la verità, il risarcimento e il coraggio di cambiare. E la quarta, l'ultima, scritta per onestà intellettuale, per non essere tacciati di superficialità, per far prendere coscienza.

Perché è di questo che si tratta: coscienza. Non di schierarsi tra due parti, ma di riconoscere che un ordine internazionale applicato con metri diversi — duro contro Mosca, indulgente verso chi affama Gaza — non è un ordine. È una gerarchia travestita da diritto. E riconoscerlo è il primo passo per chiedere che le regole tornino a valere allo stesso modo per tutti, chiunque sia il trasgressore.

Le pagine che seguono sviluppano quella denuncia: le contraddizioni giuridiche, le contraddizioni del linguaggio, le contraddizioni nel valore che si attribuisce alla vita a seconda di dove nasce. Le lettere aperte le hanno urlate. Questo articolo prova a metterle in fila, perché restino.

 

Due pesi, due misure

Le contraddizioni dell'ordine internazionale tra Ucraina e Gaza

Introduzione: la stessa regola, applicata due volte

Esiste un principio che l'Occidente ha ripetuto per tre anni con la voce alta: nessuno Stato può invadere un altro, annetterne il territorio e colpire i civili senza pagare un prezzo. È il principio su cui l'Unione Europea e gli Stati Uniti hanno costruito sanzioni senza precedenti contro Mosca, l'esclusione dal sistema finanziario internazionale, un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale contro il capo dello Stato russo.

Quello stesso principio, applicato a Gaza, cambia tono. Cambia vocabolario. Cambia strumenti. Cambia velocità.

Chi sostiene la tesi delle "due misure" non nega che la Russia abbia invaso l'Ucraina, né che l'attacco del 7 ottobre 2023 sia stato un crimine. Ne trae una conclusione diversa: che il diritto internazionale in Occidente non si applica secondo la gravità del fatto, ma secondo l'allineamento geopolitico di chi lo commette. Questo articolo sviluppa quella tesi, elenca le contraddizioni che la sostengono — e discute, alla fine, le obiezioni più serie che le vengono opposte.

I. La contraddizione giuridica: lo stesso reato, due tribunali

Le categorie giuridiche in gioco sono le stesse in entrambi i teatri.

Occupazione di territorio altrui. Attacchi a infrastrutture civili — reti elettriche, ospedali, acquedotti. Punizione collettiva di una popolazione. Trasferimento forzato di civili. Uso della fame come strumento di guerra. Sono tutte fattispecie previste dal diritto internazionale umanitario e dallo Statuto di Roma.

Se lo strumento normativo è identico, la reazione politica dovrebbe esserlo. La contraddizione sta nel fatto che non lo è.

Contro la Russia si è arrivati, nell'arco di pochi mesi, a un pacchetto di misure che non ha precedenti nella storia delle sanzioni economiche: congelamento delle riserve della banca centrale, esclusione dal sistema SWIFT, embargo sul petrolio e sul gas, sanzioni su singoli individui e aziende, mandato di arresto internazionale per il presidente. La velocità e la durezza della risposta sono state straordinarie.

Verso Israele, a fronte di una catastrofe umanitaria documentata da organizzazioni internazionali, la reazione occidentale è stata molto più lenta, molto più cauta, molto più frammentata. Le misure adottate riguardano per lo più singoli coloni, non i vertici politici o militari. Le forniture di armi sono state contestate internamente ma raramente interrotte in modo strutturale.

La contraddizione, in una frase: se l'occupazione e i crimini di guerra producono sanzioni contro Mosca, devono produrre sanzioni anche contro chi li commette altrove. Se non le producono, allora la norma non è una norma — è una politica.

II. La contraddizione linguistica: chi invade e chi "risponde"

Il vocabolario non è neutro. Orienta il giudizio morale del lettore prima ancora che i fatti siano discussi — e la differenza di vocabolario tra i due casi è misurabile.

Per l'Ucraina si usano parole che assegnano responsabilità in modo inequivocabile: invasione, aggressione, crimini di guerra, genocidio (nel dibattito sulla deportazione dei minori), dittatore, regime. Il soggetto grammaticale è sempre l'aggressore; la vittima non ha ambiguità.

Per Gaza il linguaggio si sposta sulla processualità e sulla reciprocità: conflitto, operazione militare, rappresaglia, diritto all'autodifesa, situazione complessa. Il verbo più usato non è "invadere" ma "rispondere", "reagire", "difendersi". Il soggetto grammaticale si sposta dal responsabile al contesto.

La contraddizione: lo stesso atto — colpire una città densamente abitata dove si trovano civili — viene descritto come "crimine di guerra" in un caso e come "conseguenza tragica di un conflitto" nell'altro. Il linguaggio non descrive i fatti: li classifica. E la classificazione è diversa perché diverso è il classificatore.

Una variante particolarmente rivelatrice è l'uso del passivo. "Sono morti dei civili" — senza soggetto — compare molto più spesso nel contesto di Gaza che in quello ucraino. Il passivo cancella l'agente. Il lettore sa che qualcuno ha sparato, ma la grammatica non gli chiede di identificarlo. Nel caso ucraino, la stessa costruzione è quasi assente: l'agente è sempre nominato.

III. La contraddizione delle vittime: quante vite valgono una notizia

Questa è la parte più difficile da scrivere e la più difficile da contestare, perché tocca la percezione del valore della vita umana.

La copertura mediatica occidentale, la mobilitazione dell'opinione pubblica, la frequenza delle dichiarazioni dei leader politici, l'attenzione delle istituzioni internazionali: tutto questo è stato, per l'Ucraina, di ordini di grandezza superiore rispetto a quanto è stato per Gaza, anche nei momenti di massima intensità delle operazioni militari.

Le ragioni sono molteplici. La vicinanza geografica conta: una guerra alle porte dell'Europa mobilita più di una guerra in Medio Oriente. La familiarità culturale conta: la stampa occidentale ha corrispondenti, fonti, contatti in Ucraina; ne ha molti meno dentro Gaza, dove l'accesso è limitato. La comunicazione del governo ucraino è stata, dal primo giorno, straordinariamente efficace nel costruire una narrazione comprensibile in Occidente.

La contraddizione non sta nell'esistenza di queste ragioni — sta nel fatto che, qualunque sia la causa, il risultato è una gerarchia implicita: alcune sofferenze civili generano indignazione mondiale, altre generano un appello al "cessate il fuoco umanitario" che viene discusso per mesi senza esito.

Chi sostiene le due misure non dice che una vita ucraina valga meno. Dice che il sistema che dovrebbe proteggere tutte le vite è calibrato su quanto quella vita è vicina, familiare e comunicabile.

IV. La contraddizione della selettività: le regole come strumenti, non come norme

Questo è il nodo strutturale di tutta la questione.

Quando lo stesso Stato che invoca il diritto internazionale per condannare un'aggressione sostiene, nello stesso anno, che un altro Stato non è soggetto agli stessi obblighi — o si astiene dal farli rispettare — la norma smette di essere una norma. Diventa uno strumento di politica estera, che si attiva quando conviene e tace quando non conviene.

Gli esempi della selettività non riguardano solo Gaza. Riguardano anche il fatto che alcuni Stati con occupazioni territoriali di lunga durata non sono soggetti alle stesse pressioni. Stati con arsenali nucleari illegittimi non sono soggetti alle stesse sanzioni. Stati che violano le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza non sono soggetti allo stesso isolamento.

La conseguenza è quella che i giuristi chiamano erosione della norma per mancata applicazione uniforme: non serve violare una regola per indebolirla. Basta applicarla solo ai propri avversari.

La contraddizione, in una frase: chi invoca il diritto internazionale solo quando il trasgressore è il proprio nemico lo sta già svuotando — perché ne fa uno strumento di schieramento, non un criterio universale.

V. La contraddizione della legittimazione reciproca

Qui la questione si allarga, e diventa la più interessante politicamente.

Se l'Occidente ha stabilito — con l'Ucraina — che l'appartenenza a un blocco determina l'applicazione o la sospensione del diritto internazionale, allora ha consegnato a ogni potenza un precedente utilizzabile. Mosca può sostenere che le sue violazioni sono equivalenti a quelle che l'Occidente tollera. La stessa logica può essere invocata da chiunque, in qualsiasi contesto, per giustificare qualsiasi cosa.

Il prezzo non lo paga solo chi è oggetto dell'incoerenza. Lo paga l'ordine internazionale nel suo complesso, perché perde la sua caratteristica di base: essere uguale per tutti coloro che vi aderiscono.

Questa è, tra le contraddizioni elencate, quella che produce il danno più duraturo. Le altre riguardano il presente di due conflitti. Questa riguarda la capacità del sistema di gestire tutti i conflitti futuri.

VI. Le obiezioni più forti

Un articolo onesto che sostiene una tesi deve fare i conti con le obiezioni più serie. Eccole, nella loro forma migliore.

1. Aggressione e conflitto armato non sono la stessa fattispecie. I difensori della posizione occidentale sostengono che la differenza non è ipocrisia ma categoria giuridica. La Russia ha invaso uno Stato sovrano senza provocazione, in una guerra di conquista territoriale dichiarata. Israele opera in un contesto di conflitto armato con radici profonde, a partire da un attacco militare subito. Applicare norme diverse a fattispecie diverse non è incoerenza: è applicazione corretta della norma.

2. Diversa è la responsabilità, non solo il metodo. Nel caso russo viene contestato l'obiettivo stesso — il cambio di regime e l'annessione. Nel caso israeliano la contestazione, anche interna a Israele e in Occidente, riguarda i metodi e le proporzioni, non l'esistenza dello Stato avversario. La scala del progetto politico è diversa.

3. Le critiche esistono, solo più lentamente. Risoluzioni ONU, procedimenti della Corte Penale Internazionale, rapporti di organizzazioni umanitarie, sanzioni su coloni, sospensioni di accordi: il sistema non è muto. È lento, frammentato, spesso inefficace — ma non silenzioso. La differenza potrebbe essere tra "lento" e "assente", non tra "applicato" e "non applicato".

4. Il rischio di strumentalizzazione. Alcuni osservatori notano che l'equiparazione tra i due casi viene talvolta usata non per chiedere più giustizia per i palestinesi, ma per delegittimare la resistenza ucraina o per relativizzare l'aggressione russa. La comparazione, in altre parole, può essere essa stessa un'arma retorica.

5. Il problema del metro di paragone. Chi sostiene le due misure deve spiegare quale sarebbe il livello giusto di reazione in ciascun caso. Se si dice che l'Occidente dovrebbe reagire a Gaza come reagisce in Ucraina, si sta chiedendo un intervento militare? Sanzioni economiche totali? Un mandato di arresto internazionale per i vertici israeliani? Le risposte a queste domande sono complicate, e questo rende la comparazione più difficile da usare come argomento politico.

VII. Cosa resta, tolte le obiezioni

Anche concedendo tutte le obiezioni, una cosa resta in piedi.

Le fattispecie sono diverse. Le responsabilità sono diverse. Le reazioni possono legittimamente essere diverse. Ma il criterio di applicazione non può essere l'identità dell'aggressore.

Se un Paese è sanzionato in tre mesi perché occupa il territorio del vicino, e un altro Paese non lo è in tre anni perché occupa il territorio del vicino, la differenza non può essere spiegata interamente da differenze di fattispecie. Una parte della differenza è spiegata dall'appartenenza a un blocco. Ed è quella parte che costituisce la contraddizione.

Conclusione: da due misure a due velocità

La tesi non è che i due conflitti siano identici. La tesi è che il sistema che dovrebbe giudicarli li giudica con velocità diverse, strumenti diversi e linguaggi diversi, in funzione non della gravità del fatto ma della posizione geopolitica di chi lo commette.

Le conseguenze di questa asimmetria sono due, e vanno tenute insieme.

La prima è immediata: le popolazioni coinvolte nei conflitti dove il sistema è lento pagano il prezzo della lentezza. Non è un prezzo astratto: sono mesi o anni di sofferenza che una reazione rapida avrebbe potuto ridurre.

La seconda è strutturale: ogni volta che la norma viene applicata selettivamente, il sistema perde un po' di autorità. Il giorno in cui servirà davvero — per fermare un conflitto che nessuno vuole fermare, per proteggere una popolazione che nessuno vuole proteggere — la norma non avrà più la forza che aveva.

Un ordine internazionale a due velocità non è un ordine. È una gerarchia travestita da diritto. E riconoscerlo è il primo passo per chiedere che le regole tornino a valere allo stesso modo per tutti — chiunque sia il trasgressore.

Elaborato con A I di Gemini

venerdì 30 ottobre 2026

 

Quarta lettera aperta di Onì d'André è indirizzata ai lettori, ai viandanti e a chi pensa che i fatti siano un dettaglio.

Se vuo ascoltarla segui questo link: https://youtu.be/XqcxR9Ae0T8


LA VERITÀ CHE NON SI PUÒ RISCRIVERE.


Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo che lavora nel fango che non conosce pace che lotta per mezzo pane che muore per un sì o per un no.

Primo Levi scrisse questi versi nel 1947 e li pose in testa a Se questo è un uomo. Quell'anno non è soltanto la data del libro: è anche l'anno in cui l'Assemblea Generale dell'ONU approvò, con la Risoluzione 181, la spartizione della Palestina. Nello spazio di pochi mesi il Novecento consegnò al mondo due cose che non avrebbe più potuto ritirare: la testimonianza di ciò che l'uomo era stato capace di fare, e una decisione che avrebbe alimentato conflitto per generazioni. Chi le tiene separate commette un errore; chi le confonde ne commette uno peggiore.

Le date non sono un dettaglio
Comincio da qui, e comincio da me. Nelle lettere precedenti ho scritto dei "patti traditi della NATO" accostandoli al 1947. La NATO nasce nel 1949, con il Trattato di Washington. Lo Stato di Israele nasce nel 1948, non nel 1947. Se voglio che mi si creda quando dico che la verità documentata viene sistematicamente ignorata, devo essere il primo a tenerla in ordine. Un avversario che trova una data sbagliata nel mio testo non discute più le mie ragioni: liquida il testo e passa oltre. La precisione non è pedanteria: è la differenza tra un argomento e un bersaglio.
Il 1947 resta comunque l'anno che conta — per la Risoluzione 181 e per i versi di Levi. Ma il conto va fatto per intero.

Il piano che fu approvato e mai attuato
All'epoca la Palestina non era uno Stato sovrano: era un Mandato britannico, affidato alla Gran Bretagna dalla Società delle Nazioni dopo il primo conflitto mondiale. Era però un'entità amministrativa riconosciuta dal diritto internazionale, con un territorio, una popolazione e istituzioni proprie. È questa la realtà che si vuole cancellare quando si fa cominciare la storia dal 7 ottobre.
La Risoluzione 181 prevedeva due Stati — uno ebraico, uno arabo — più Gerusalemme sotto regime internazionale. L'Agenzia Ebraica, guidata da David Ben-Gurion, accettò formalmente il piano, considerandolo il riconoscimento internazionale indispensabile per la nascita dello Stato. L'Alto Comitato Arabo e i governi della Lega Araba lo respinsero in blocco, definendolo un atto d'arbitrio coloniale contrario alla Carta dell'ONU: assegnava la maggioranza delle terre a una minoranza demografica — circa un terzo della popolazione — che possedeva catastalmente una quota molto inferiore dei terreni registrati.
Il piano, però, fu approvato e mai attuato. Non fu la Risoluzione a spartire la terra: fu la guerra del 1948-49. Da lì vennero i confini effettivi, i profughi, i territori che ancora oggi non hanno soluzione. Chi dice che nel 1947 "si decise la spartizione" dice una mezza verità; la mezza verità, lo sapete bene, è la forma più elegante della menzogna. Il peccato originale non fu un voto a New York: fu il modo in cui l'Occidente scelse di scaricare su altri il proprio debito morale, senza mai mettere in discussione il proprio territorio.

La domanda che nessuno vuole porre
Allora si capisce perché questa guerra non finisce?
L'Iran persegue un programma nucleare contestato, ha costruito un sistema che non risponde agli standard occidentali e ha più volte minacciato Israele. Che voglia dotarsi di un'arma atomica è un sospetto fondato su elementi seri — ma non provato oltre ogni dubbio, e Teheran non ha mai dichiarato di volerla usare per distruggere Israele. Chi si chiede se a Teheran si possa dar torto si sta chiedendo in realtà un'altra cosa: se una minaccia parziale e contestata giustifichi o no una guerra preventiva. È una domanda legittima. Non ha una risposta semplice, e diffido di chi ne ha una pronta.
Gli Stati Uniti appoggiano Israele in modo ampio e continuativo, con fasi e condizionalità diverse nel tempo. Se questo appoggio sia giusto è una domanda morale e politica su cui esistono posizioni opposte e argomentate. Ci si può schierare — io mi schiero — ma conviene sapere che è una scelta, non un'evidenza. La prima lettera lo diceva con rabbia: ogni volta che l'Occidente ha esportato la propria idea di libertà con i bombardieri, ha generato macerie e dittature peggiori. Dal 1953 in Iran al 2003 in Iraq, dalla Libia all'Afghanistan, la cronaca è lì, e nessuno l'ha ancora smentita.

Il precedente che non si vuole vedere
Sull'Ucraina ho scritto nelle lettere precedenti che quel conflitto è stato voluto e alimentato dagli Stati Uniti per umiliare la Russia e indebolire l'Europa. È la mia lettura, e la mantengo. Non è però un fatto stabilito: è una tesi. Chi la respinge ha argomenti; chi la sostiene deve portare prove. La seconda lettera ne citava alcune — i verbali del 1990, gli avvertimenti diplomatici ignorati, le ammissioni di Merkel e Hollande sugli Accordi di Minsk. Sono indizi pesanti, non una sentenza. E l'onestà intellettuale impone di dire anche il resto: la Russia ha invaso un paese sovrano, e questo resta un fatto che nessuna provocazione cancella.
Oggi osservo questo: l'Europa è compatta contro Putin, e il presupposto dichiarato è che non è ammissibile invadere una nazione vicina. Il principio è giusto. Ma i principi si applicano o si scelgono? Se valgono solo dove conviene, non sono principi: sono strumenti. E allora la domanda vera non è se Putin abbia torto — ha torto. La domanda è perché lo stesso metro non sia stato usato in altri teatri, e da chi, e in nome di quale risorsa.

La verità che intralcia
È tutto uno schifo, d'accordo. Ognuno tira l'acqua al proprio mulino e dimentica volutamente ciò che non gli serve ricordare. Nella seconda lettera l'ho chiamata censura del giorno prima: l'orologio della televisione che parte sempre dall'istante che fa comodo — il 7 ottobre per la Palestina, il 24 febbraio 2022 per l'Ucraina — mentre tutto ciò che precede sparisce.
Ma qui sta il punto di questa quarta lettera, e voglio dirlo senza ornamenti.
La verità documentata non è un lusso intellettuale né una posizione politica. È l'unica cosa che la diplomazia non può permettersi di ignorare, perché è l'unica che non si può riscrivere. Ogni volta che una data viene spostata, un fatto semplificato, una tesi spacciata per evidenza, qualcuno ci guadagna. E quel qualcuno non è mai chi vive nelle tiepide case.
Per questo non chiedo di credermi. Chiedo di controllare. Prendete i documenti, le mappe, i bilanci, i verbali. Verificate le mie date, non solo quelle degli altri: le ho corrette anch'io, in questa stessa lettera, perché un uomo che pretende verità dagli altri deve essere il primo a pagarla di persona.
Levi non chiedeva di indignarsi. Chiedeva di considerare. È un verbo più duro di quanto sembri: significa guardare, verificare, ricordare. Anche quando ciò che si trova non conferma quello che si sperava di trovare. Soprattutto allora.
Con la speranza intatta di chi crede ancora nell'essere umano,

Onì d'André Autore de «Il peso del pensiero» e dei cicli filosofici delle Sei Trilogie www.onidandre.it

martedì 27 ottobre 2026

 



PERCHÉ HO DOVUTO URLARE: LA VERITÀ, IL RISARCIMENTO E IL CORAGGIO DI CAMBIARE

Terza lettera aperta di Onì d'André ai lettori, ai viandanti e a chi cerca ancora una via d'uscita.

Se vuoi ascoltarla:https://youtu.be/NsViqppXLek 

Se avete letto le mie prime due lettere, forse vi sarete sentiti scossi, turbati o persino spaventati. Vi sarete chiesti perché un uomo di ottantadue anni, giunto alla stagione in cui molti scelgono il silenzio, il disincanto o il riposo, abbia deciso di impugnare la penna con tanta ferocia per scagliarla contro i potenti della terra e contro i predicatori dell'Arena mediatica.

Qualcuno avrà pensato all'astio, alla disillusione o al cinismo di chi non crede più a nulla.

Vi devo una spiegazione sincera: è l'esatto contrario.

Non ho urlato per disprezzo del mondo, ma perché la vita è il dono più sacro e meraviglioso che Madre Natura potesse concederci. Ed è proprio perché amo la vita in ogni suo respiro, in ogni suo battito e nella sua fragilità terrena che non posso sopportare di vederla calpestata, barattata per un barile di greggio o sacrificata sull'altare di ideologie ipocrite e diplomazie castrate.

La diplomazia che addormenta, la verità che sveglia

Ci hanno insegnato che la saggezza consiste nel tacere, nel mediare a ogni costo, nel trovare formule eleganti per non disturbare i manovratori dell'Arena. Ma la diplomazia che impera oggi nei palazzi non salva i popoli: li anestetizza mentre si consuma il banchetto sui loro corpi.

Se ho usato parole taglienti, se ho sbattuto sul tavolo i documenti del 1947, i patti traditi della NATO, le risoluzioni dell'ONU e la rapina dei fondali a gas, non è stato per fare una lezione accademica. L'ho fatto per strappare il velo dell'abitudine. Quando l'ingiustizia diventa la norma quotidiana e la guerra un'abitudine da guardare cenando davanti al televisore, il sussurro non basta più. Serve un pugno nello stomaco per ricordarci che sotto quelle macerie ci sono esseri umani come noi, e che ogni silenzio ci rende complici.

Come si rimedia agli errori della storia? Il popolo palestinese deve subire per sempre?

Di errori l'uomo ne ha fatti a milioni e continuerà a farne. Ma un errore riconosciuto impone un risarcimento, non una condanna a vita.

Il popolo palestinese non può continuare a marcire nell'ergastolo a cielo aperto a cui è stato confinato per espiare colpe europee del secolo scorso. E allora mi chiederete: «Qual è la soluzione? Da dove si comincia per rimediare al disastro?».

La soluzione esiste, ma esige il coraggio di abbandonare le menzogne della finta diplomazia:

1.     La restituzione immediata della sovranità materiale:
Nessuna pace è possibile se un popolo è costretto a vivere di elemosina. Si riconsegnino immediatamente alla Palestina le chiavi del suo sottosuolo e dei suoi fondali: il gas di Gaza Marine, l'accesso pieno e libero all'acqua delle falde montane della Cisgiordania, le cave e le risorse del Mar Morto. I proventi di quella terra appartengono a chi la abita: servano a ricostruire case, scuole, ospedali e a garantire la sovranità economica. Un popolo che non ha pane ed energia propri non sarà mai libero.

2.     Il risarcimento a carico di chi ha creato l'inganno:
Se nel 1947 l'Occidente ha deciso a tavolino la spartizione per lavarsi la coscienza dei propri forni crematori sulla pelle altrui, siano gli Stati Uniti e l'Europa a finanziare a fondo perduto la rinascita di quel territorio, invece di continuare a foraggiare le fabbriche d'armi.

3.     Basta con la farsa dei due Stati: parità assoluta dal Giordano al mare:
La formula dei "due popoli, due Stati" è diventata l'alibi per costruire colonie e recintare ghetti. L'unica strada degna della civiltà è il superamento di ogni apartheid: una terra in cui ogni essere umano — arabo o ebreo — goda degli stessi identici diritti civili, politici e religiosi. Una persona, un voto. La sicurezza non nasce dai muri di cemento o dalle bombe al fosforo; nasce dalla giustizia condivisa.

Il disarmo della mente: il vero messaggio de «Il peso del pensiero»

Le macerie della Palestina, dell'Ucraina o delle nostre città non sono una fatalità cosmica. Sono lo specchio esteriore del nostro disordine interno.

Per tutta la vita, attraverso le mie sei trilogie — scavando nella durezza de La pietra, ascoltando Il risveglio dell'humus e cercando l'armonia ne La danza cosmica —, ho cercato di testimoniare una sola verità: nessuna terra, nessun dogma e nessun confine vale il sacrificio di un solo bambino.

Madre Natura ci ha donato il mondo per abitarlo insieme nell'humus della nostra comune fragilità, non per sbranarci in nome di una bandiera o di un dio vendicativo inventato dagli uomini.

A chi oggi legge queste righe con il cuore pesante, non chiedo di impugnare la rabbia, ma di compiere l'atto più difficile e rivoluzionario che esista: fermarvi. Fermarvi prima di applaudire i potenti, prima di credere ai conduttori dell'Arena, prima di scegliere un nemico. Guardatevi dentro e rispondete, senza maschere:

Chi sono?
Dove vado?
Cosa voglio veramente?

Non lasciatevi rubare la limpidezza dello sguardo né la capacità di indignarvi. Solo un uomo che impara a disarmare la propria presunzione e a riconoscere il valore sacro dell'altro saprà costruire un domani in cui nessuna vita sia sacrificabile e nessuna terra strappata con la forza.

Con la speranza intatta di chi crede ancora nell'essere umano,

Onì d'André

Autore de «Il peso del pensiero»

www.onidandre.it


 

 

SPEGNETE QUEI PAGLIACCI: LA STORIA CHE NON HANNO IL CORAGGIO DI RACCONTARVI

Dalla spartizione del 1947 ai patti traditi della NATO: i documenti storici che distruggono la propaganda di regime.

 

IL CIRCO DEI TALK SHOW E L'AMNESIA DI STATO: PERCHÉ NESSUNO VUOLE GUARDARE LA RADICE

Seconda lettera aperta di Onì d'André: la complicità dell'informazione e la censura della memoria.

Se lo gradisci puoi ascoltare il testo seguendo questo link: https://youtu.be/_BLN1HA9soM

Dopo aver inchiodato le classi dirigenti alle loro colpe nella prima lettera aperta, è tempo di puntare il dito contro l'ingranaggio che tiene in piedi questa gigantesca finzione: l'Arena mediatica e il coro compiacente dei suoi scribani.

Vi siete mai chiesti perché nei salotti televisivi della prima serata, tra conduttori ammiccanti ed esperti con la patente del potere, non si pronunci mai una sola parola che vada alla radice materiale e storica dei conflitti? Perché le trasmissioni che pretendono di spiegarci il mondo si guardano bene dal mostrare i documenti ufficiali, le mappe del sottosuolo e i trattati violati?

La risposta è semplice, spietata, indecente: andare alla radice distruggerebbe la messinscena. L'Arena non è costruita per capire; è costruita per anestetizzare, dividere in tifoserie e coprire i crimini dei vincitori con un fragore assordante di chiacchiere.

La censura del giorno prima: come si fabbrica la bugia

Il trucco mediatico è sempre lo stesso, identico e collaudato: cancellare tutto ciò che è accaduto prima dell'istante che fa comodo al potere.

·        Sulla Palestina, l'orologio della televisione parte immancabilmente dall'attacco del 7 ottobre. Tutto il resto deve sparire nel nulla: vietato citare la spartizione coloniale del 1947 (Risoluzione 181 dell'ONU), cancellata l'espulsione forzata della Nakba, rimosso il regime militare che dal 1995 strangola l'Area C in Cisgiordania, silenziati i rapporti ufficiali dell'UNCTAD che certificano il sequestro del gas di Gaza Marine e dell'acqua potabile. Lo spettatore deve credere a una favola primitiva: un popolo di fanatici senza terra che odia la democrazia per capriccio divino, e un governo occupante che si limita a "difendersi".

·        Sull'Ucraina, l'orologio si accende categoricamente il 24 febbraio 2022. Anche qui, la storia pregressa viene gettata nel tritacarne: guai a ricordare i verbali declassificati del 1990 con la promessa atlantica di "non espandersi di un pollice verso est"; guai a menzionare gli avvertimenti diplomatici lanciati per quindici anni da Mosca contro le basi NATO a ridosso del confine; guai a riportare le ammissioni pubbliche di Angela Merkel e François Hollande, che hanno confessato apertamente come gli Accordi di Minsk del 2015 fossero solo una farsa per "comprare tempo" e armare l'esercito ucraino.

Se racconti l'antefatto, sei costretto a fare i conti con la geopolitica reale e con le colpe dell'Occidente. Se cancelli la storia, puoi limitarti a vendere il copione hollywoodiano dei buoni contro i cattivi.

Il ricatto morale contro il pensiero critico

Chiunque provi a rompere questa gabbia viene immediatamente azzannato dall'apparato.

Se mostri le risoluzioni ONU sulle risorse negate a Gaza, vieni bollato come fiancheggiatore del terrore; se analizzi la sindrome d'accerchiamento e le ragioni strategiche della Russia, vieni radiato come nemico della civiltà. È il terrore dell'etichetta, l'arma perfetta dei conformisti per impedire a chiunque di accendere il cervello.

E cosa si fa mentre i popoli muoiono sotto i bombardamenti? Si celebrano le "elezioni democratiche" in Israele, fingendo che siano un trionfo di libertà, nascondendo al pubblico che a quel voto partecipano i coloni che rubano la terra ma non hanno diritto di voto i milioni di palestinesi che su quella stessa terra sono rinchiusi dietro i reticolati. Si parla di democrazia con il bavaglio degli oppressi stretto al collo.

L'odore dei soldi dietro il paravento etico

Perché tanta omertà nei talk show? Perché i media non sono entità astratte: appartengono a conglomerati industriali, a colossi dell'energia e a gruppi finanziari legati a doppio filo all'asse atlantico e alle commesse del riarmo.

Parlare della realtà significa svelare il vero motore delle guerre:

·        Significa mostrare che la spartizione del Medio Oriente serve a blindare le rotte marittime, il monopolio dei fondali a gas e il controllo dell'acqua;

·        Significa ammettere che la distruzione dell'Ucraina è servita a recidere i legami industriali ed energetici tra Europa e Russia, costringendo i nostri Paesi a comprare il gas liquefatto americano a prezzi triplicati;

·        Significa rivelare che mentre i cimiteri si riempiono, le multinazionali della finanza e della ricostruzione hanno già le planimetrie pronte per lucrare sulle macerie.

Il dovere di spegnere l'Arena

Ne Il peso del pensiero ho scritto che non esiste democrazia senza verità, e che l'uomo civilizzato ha sempre usato le parole più nobili per compiere i massacri più infami.

A ottantadue anni dico a chi mi legge: spegnete l'Arena televisiva. Smettetela di farvi imboccare da scribani prezzolati e conduttori senza spina dorsale, incapaci di un solo pensiero libero. Aprite i libri, leggete i trattati, andate a controllare i bilanci e le mappe delle risorse.

Solo quando smetteremo di delegare il nostro giudizio al frastuono dell'intrattenimento di regime potremo riacquistare la nostra dignità di esseri umani e porci, finalmente, la sola domanda che fa tremare ogni tirannia: a chi giova tutto questo sangue?

Onì d'André
Autore de «Il peso del pensiero» e dei cicli filosofici delle Sei Trilogie
www.onidandre.it

 

Ora che avete letto i fatti e i documenti, avete due scelte: continuare a fare finta di niente come dopo la prima lettera, oppure avere il coraggio di scrivere qui sotto cosa ne pensate. Il silenzio è già una complicità».


https://www.onidandre.it/la-porta-unica/



 

domenica 25 ottobre 2026

 

GIÙ LE MANI DA GAZA: IL TRAMONTO DELL’ARROGANZA IMPERIALE

Lettera aperta di Onì d'André ai signori della guerra e ai predicatori di democrazie armate. a Mis Melania, che ha tanto a cuore la guerra Russia–Ucraina ed il suo consorte Mr. Tramp, attuale presidente degli Stati Uniti d’America, a tutti Capi di Governo, con particolare riferimento a quelli europei che hanno un grosso peso sulla coscienza, a tutti i movimenti proPal disseminati in Europa ed allo stimato giornalista Paulo del Debbio, conduttore della trasmissione “Dritto e Rovescio. con la speranza di aver la possibilità di aprire un dibattito sull’argomento.

 


C’è un limite oltre il quale la diplomazia cessa di essere mediazione e si trasforma in pura, oscena complicità. Quel limite è stato superato da tempo, sotto gli occhi anestetizzati di un’opinione pubblica abituata a considerare il diritto internazionale come un menù a scelta: obbligatorio per i nemici dell'impero, carta straccia per gli alleati di ferro.

A chi oggi, da oltreoceano o dai palazzi del potere occidentale, pretende ancora di ridisegnare il destino dei popoli con la sicumera del padrone di casa, bisogna gridarlo in faccia senza mezzi termini:

Giù le mani da Gaza.

Quello è territorio palestinese.

Il vostro tanto amato protettorato portatevelo nei vostri sterminati territori, invece di continuare a far pagare il conto della storia a un popolo innocente.

La colpa originale e il furto del tesoro

Non esistono alibi per chi conosce la storia scritta nei documenti e non sui manifesti elettorali.

Nel 1947, con la Risoluzione 181 dell'Assemblea Generale dell'ONU, le potenze uscite dalla Seconda guerra mondiale decisero di spezzare una terra millenaria. L’Europa, sopraffatta dall'orrore della Shoah ma troppo pavida per aprire le proprie frontiere ai sopravvissuti, scelse la scorciatoia diplomatica: lavarsi la coscienza scaricando il proprio rimorso secolare su una popolazione araba autoctona che con i forni crematori non aveva nulla a che spartire. Chiamarono "diplomazia" la confisca; chiamarono "sicurezza" la dispersione forzata di centinaia di migliaia di esseri umani.

Ma a rendere intoccabile quella spartizione non è stata una presunta promessa divina: è la materialità spietata delle risorse.

Sotto i cimiteri di macerie di Gaza e lungo la costa giacciono oltre 30 miliardi di metri cubi di gas naturale certificati (Gaza Marine). Sotto le rocce della Cisgiordania scorrono i bacini acquiferi più pregiati della regione e riserve di greggio. Da decenni, con ordinanze militari e blocchi navali, a quel popolo è proibito persino estrarre un metro cubo del proprio gas o scavare un pozzo d'acqua per dissetarsi.

La formula è scientifica: un popolo spogliato del proprio sottosuolo è un popolo ridotto alla fame; e un popolo affamato dipende dai visti, dai pacchi alimentari dell'ONU e dai veti incrociati di Washington.

L'inganno dell'esportazione democratica: la lezione dell'Iran

La stessa presunzione cieca pretende oggi di dettare legge a Teheran.

Si agita lo spettro del cambio di regime, si invocano sanzioni che affamano la popolazione civile e si prepara il terreno per l'ennesima crociata, mascherando gli appetiti geopolitici dietro la foglia di fico dei diritti civili.

Lasciate che l'Iran si scelga la sua strada.

Se quel popolo, pur attraversato da ferite e proteste interne, è retto da un sistema che non risponde ai vostri standard o ai vostri consigli d'amministrazione, non è compito vostro portarvi la vostra democrazia.

Ogni volta che l'Occidente ha preteso di esportare la propria idea di libertà con i bombardieri e le operazioni coperte, ha generato solo macerie e dittature peggiori. Hanno dimenticato il 1953, quando la CIA e i servizi britannici rovesciarono il governo laico e democraticamente eletto di Mohammad Mossadeq solo perché aveva osato nazionalizzare il petrolio iraniano, restaurando la tirannia dello Scià e covando la rivoluzione che ne seguì. Hanno dimenticato le menzogne sulle armi di distruzione di massa in Iraq nel 2003. Hanno dimenticato la distruzione della Libia nel 2011 e il disastro ventennale in Afghanistan.

La Carta delle Nazioni Unite (Art. 2, par. 7) vieta esplicitamente l'ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani. Non siete i giudici morali del pianeta; siete soltanto gli amministratori di un'egemonia che non sa fare i conti con il proprio declino.

L'innesto coloniale e la revoca di un diritto inesistente

Parliamoci chiaro, senza le perifrasi ipocrite della diplomazia: la presenza stessa di uno Stato d'Israele su quella terra è un'usurpazione che non ha mai avuto titolo giuridico né morale.

Non si tratta soltanto di ritirarsi oltre i confini del 1967, di sgomberare le colonie in Cisgiordania o di togliere il blocco navale da Gaza. Si tratta di riconoscere il peccato originale: nel 1947 avete confiscato una terra che apparteneva a un altro popolo per collocarvi a forza un'entità statale estranea. L'Europa e l'America avevano un debito morale verso il popolo ebraico per l'abisso della Shoah? Ebbene, quel debito dovevano saldarlo donando una porzione del proprio territorio.

Gli Stati Uniti hanno milioni di chilometri quadrati di spazio e terre sconfinate; l'Europa aveva l'obbligo storico di fare spazio a casa propria a chi aveva perseguitato per secoli. Invece avete preferito la scorciatoia più infame: fare i generosi con la casa degli altri, scaricando il vostro senso di colpa su contadini, famiglie e comunità palestinesi che non avevano alcuna colpa.

Se tanto amate Israele, prendetevelo. Portatevelo nei vostri territori.
Costruitelo in Texas, in Germania, o nelle grandi pianure d'oltreoceano a spese vostre. Quella striscia di terra dal Giordano al mare appartiene alla Palestina: ogni metro quadro sottratto dal 1947 a oggi è frutto di un furto armato, e nessun trattato di pace, nessuna risoluzione truccata potrà mai legittimare l'esistenza di uno Stato coloniale imposto sopra la tomba dei suoi legittimi proprietari.

 

La fine dell'arroganza

È ora di finirla con questa arroganza becera che vi ha sempre contraddistinto. Il mondo non è la vostra colonia e i popoli non sono pedine da spostare sulle vostre scacchiere finanziarie ed energetiche.

Nel mio libro Il peso del pensiero ho ricordato che non vi è democrazia autentica senza verità, e che ogni guerra nasce dal rifiuto dell'uomo di fare i conti con la propria ombra.

Prima di pretendere di civilizzare gli altri popoli o di spartirvi le ricchezze dei loro sottosuoli, fermatevi e guardatevi le mani insanguinate. Rispondete, se ne avete ancora il coraggio, alle sole domande che contano per chi vuole dirsi umano:
Chi siete? Dove state andando? Cosa volete veramente, oltre al dominio e all'oro degli altri?

Finché la risposta sarà l'imposizione della forza, la vostra democrazia resterà una menzogna armata e la storia non vi riserverà alcuna assoluzione.

Onì d'André

Autore de «Il peso del pensiero» e dei cicli filosofici delle Sei Trilogie
www.onidandre.it

 

 Due Pesi due Misure Introduzione C'è un'ipocrisia che attraversa il modo in cui l'Occidente guarda alle guerre, e questa seri...