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lunedì 19 ottobre 2026


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LA VETRINA SFONDATA E IL VUOTO DEI MAESTRI

Da dove nascono i predatori di tredici anni: la resa dell'adulto e la religione del consumo

Basta con le favole della sociologia da salotto. Smettetela di chiamarla "protesta politica", "disagio giovanile" o "guerra tra poveri".

Quello a cui abbiamo assistito nelle strade di Milano non è l'inizio di una rivoluzione, ma l'epilogo marcio di una civiltà che ha smesso di educare. Quando un ragazzino di tredici o quattordici anni scende in piazza con la scusa del carovita solo per spaccare una vetrina, sradicare un arredo urbano e scappare con una scatola di scarpe griffate sotto il braccio, non sta sfidando il sistema: sta obbedendo ciecamente all'unico comandamento che il sistema gli ha insegnato.

Il mostro partorito dal consumo

Ci si scandalizza per il fenomeno dei cosiddetti "maranza", per la spietata aridità di adolescenti che si muovono in branco e calpestano la città con la voracità di piccoli predatori. Ma chi li ha creati? Da dove sbucano questi figli della violenza gratuita?

Non vengono da Marte. Sono il prodotto finito della nostra ipocrisia.

Abbiamo costruito una società che ha cancellato l'anima, il legame con la terra, la sacralità della materia e il valore della riflessione, sostituendoli con un'unica, brutale teologia: il possesso. Abbiamo martellato le loro menti fin dalla culla con l'inganno che l'individuo vale solo per ciò che indossa, per il logo che esibisce, per l'apparenza che riesce a monetizzare su uno schermo.

A un tredicenne cresciuto in questo deserto morale avete tolto la dignità del pensiero e gli avete imposto il dogma dell'avere a ogni costo. E quando chi non ha i mezzi per comprare l'idolo decide di prenderselo con una spranga, vi scandalizzate? Quella spranga non è ribellione: è l'applicazione brutale e animalesca delle vostre stesse regole di mercato.

L'adulto inibito: l'educatore senza spina dorsale

La colpa non è di chi ha tredici anni. La colpa è di una generazione di adulti che ha abdicato al proprio ruolo per vigliaccheria.

Come può pretendere di educare un adulto che è lui stesso il primo a vivere nell'ansia, nell'inibizione, nella dipendenza dal consenso altrui? Genitori terrorizzati dal dire un "no", educatori ridotti a burocrati stipendiati che si adattano al conformismo per non avere problemi, maestri che hanno paura dello sguardo dei propri allievi.

Abbiamo cresciuto una classe di adulti bloccati dai tabù, incapaci di vivere la propria corporeità, la propria sessualità e la propria sfera emotiva con serenità e sacralità. Adulti che non hanno mai avuto il coraggio di scendere nel proprio inferno interiore per fare pace con le proprie ombre. E chi non conosce se stesso non può guidare nessuno. Chi vive nella gabbia della propria insicurezza non può insegnare a un giovane a essere libero. Quando l'autorità morale indietreggia, la giungla avanza.

La solitudine del testimone

In decenni di indagine interiore e di scrittura ho cercato di dare l'allarme.

Ne Il Tempio e l'Arena ho sezionato l'inganno del consenso di massa e la manipolazione delle coscienze; nel mio manuale sull'educazione ho tentato di strappare il corpo e l'istinto alla volgarità per restituire loro la luce della consapevolezza; nel Trittico della marginalità ho mappato le crepe di una società che produce scarti per poi fingere di non vederli.

Tutto è caduto nel silenzio complice dell'Arena. I custodi del perbenismo hanno preferito voltare lo sguardo, etichettando la verità come scomoda o scandalosa. Troppo faticoso mettere in discussione il sistema educativo; troppo pericoloso insegnare ai ragazzi a pensare con la propria testa, a dominare i propri istinti e a rifiutare la tirannia delle vetrine.

A cosa serve allora testimoniare? Serve a ricordare che i disastri annunciati non sono fatalità.

I vetri infranti di piazza Duomo non sono solo cristalli di un negozio: sono lo specchio in frantumi di un'umanità che alleva piccoli barbari consumisti perché ha smarrito il coraggio di essere maestra di vita.

Finché non avremo la forza di disarmare l'ipocrisia degli adulti e di rimettere al centro l'etica, il rispetto e l'autentica conoscenza di sé, non basteranno tutti i reparti antisommossa del mondo: continueremo a raccogliere per strada i cocci della nostra irresponsabilità.

                                                                                        Onì d'André


Autore de «Il peso del pensiero» e de «Il Tempio e l'Arena»
www.onidandre.it

 

 

mercoledì 14 ottobre 2026

 


Non posso più tacere. Non posso più subire l’ignoranza, la malattia più becera che esista, che oggi più che mai va debellata.

Mi chiedo: tutti questi Scribani prezzolati al soldo dell’Arena conoscono la verità? Questi conduttori di talk show politici conoscono effettivamente i fatti? Li conoscono davvero e preferiscono ignorarli per compiacere un potere superiore? E gli organizzatori di manifestazioni oceaniche in favore di Tizio o di Caio, sono sinceramente convinti di ciò che mettono in scena, o lo fanno solo per spingere altra polvere sotto il tappeto e lucrare un istante di notorietà?

No! Non posso più tacere. L’essere umano deve prendere coscienza dei misfatti che ha sempre generato. Solo guardando in faccia la propria colpa può sperare di redimersi.

                                Onì d’André

           Ascoltate  queste due lettere aperte e  ditemi sè non girano anche a voi.  

                                        Link video  Palestina Israele

https://youtu.be/1cbVqsm6b9k

 

Link video  Russia Ucraina

https://youtu.be/Y2s2stDzyWQ

 

L’IPOCRISIA DELLA QUESTUA E IL BANCHETTO SULLE MACERIE

Lettera aperta di Onì d'André alle coscienze addormentate del nostro tempo

Vi chiedono due euro con un SMS per inviare un sacco di farina tra le rovine di Gaza.

Mentre i governi firmano commesse miliardarie per i missili che sbriciolano le corsie degli ospedali, a voi chiedono l'elemosina per raccogliere i brandelli dei bambini.

Questa non è solidarietà: è l'alibi osceno con cui l'Occidente ripulisce la propria complicità.

In oltre vent'anni di scrittura, attraverso le mie sei trilogie, ho cercato di vivisezionare la miseria morale dell'essere umano. Ne La pietra ho scavato nel mistero della morte per spogliare l'Io dalle sue finzioni; ne Il risveglio dell'humus ho ricordato che siamo polvere e carne legate indissolubilmente alla terra; ne La danza cosmica ho cantato l'armonia violata della creazione. E oggi, con Il peso del pensiero, sono costretto a constatare il fallimento definitivo di quell'animale presuntuoso che si ostina a definirsi "civile".

Non fingete di ignorare l'origine di questa carneficina. Nel 1947 le potenze vincitrici decisero a tavolino la spartizione della Palestina. L’Europa, sconvolta dall'inferno della Shoah ma troppo pavida per aprire le proprie frontiere ai sopravvissuti, scelse la via più comoda: scaricare il proprio debito morale su un popolo innocente che con i forni crematori non aveva nulla a che spartire. Chiamarono "diplomazia" la confisca della terra; chiamarono "sicurezza" la condanna di intere generazioni all'esilio, all'assedio o al cimitero.

Oggi vi raccontano che quel fazzoletto di costa produce solo fanatismo e miseria.

È la più infame delle menzogne.

Sotto i cimiteri di Gaza dormono oltre 30 miliardi di metri cubi di gas naturale (Gaza Marine). Sotto la terra sequestrata della Cisgiordania scorrono le falde acquifere più pure e giacimenti di greggio. A quel popolo è impedito persino di scavare un pozzo per dissetarsi, mentre i signori dell'energia preparano i contratti per spartirsi i fondali e le multinazionali della ricostruzione si sfregano le mani sulle carcasse di cemento ancora fumanti.

Un popolo ridotto a mendicante non può ribellarsi. Un popolo spogliato del proprio sottosuolo è un popolo destinato all'estinzione o alla fuga.

A ottantadue anni, con l'amore incrollabile per il dono più sacro che Madre Natura ci ha concesso — la vita —, rifiuto di farmi complice di questa farsa. Rifiuto di applaudire alle democrazie che si stracciano le vesti per un confine violato a est dell'Europa e tacciono da decenni sullo stupro sistematico del Medio Oriente.

Dio non c'entra nulla con le trivelle e i mortai. La fede è un paravento.

A massacrare, rubare e speculare è sempre e soltanto l'uomo.

Ne Il peso del pensiero ho lasciato all'umanità tre sole domande da porsi prima di imbracciare un fucile o firmare un trattato infame:

Chi sono? Dove vado? Cosa voglio?

Se non avete il coraggio di rispondere a queste tre domande dentro la vostra coscienza, smettetela di definirvi uomini liberi: siete soltanto comparse complici nel cantiere della nostra rovina.

Onì d'André

Autore di «Il peso del pensiero» e dei cicli filosofici delle Sei Trilogie

www.onidandre.it

 

 

 




mercoledì 30 settembre 2026

 

 


         Oltre le etichette del passato: 

       ritrovare l’Uomo tra memoria, spirito e Natura

A oltre ottant’anni dalla caduta dei totalitarismi del Novecento, il dibattito pubblico sembra spesso intrappolato in un loop temporale. Parole come «fascismo» e «antifascismo» continuano a scandire l’agenda politica, a riempire le trasmissioni e a dividere le piazze, ridotte a formule identitarie che si ripetono uguali a se stesse. Viene spontaneo porsi una domanda scomoda: quale senso ha continuare a ridurre l’intera riflessione sul potere e sulla libertà a un capitolo, pur drammatico, della storia europea del secolo scorso?
Se allarghiamo lo sguardo, la storia umana non è iniziata negli anni Venti del Novecento e il fenomeno autoritario non è un’esclusiva di quel periodo. Nel mondo si sono susseguite — e persistono tutt’oggi sotto forme diverse — innumerevoli dittature e regimi oppressivi. Eppure, una parte consistente del discorso pubblico rimane focalizzata su una memoria quasi rituale, trasformata spesso in rendita di posizione politica anziché in reale analisi critica delle dinamiche del potere contemporaneo.
L’eredità dei dogmi prima delle ideologie
Prima ancora che nascessero i totalitarismi moderni, l’Uomo ha conosciuto secoli di costrizioni interiori. Le religioni istituzionalizzate e le ortodossie morali hanno a lungo imposto visioni volte a limitare la libertà di pensiero, a reprimere le pulsioni autentiche e a colpevolizzare la ricerca personale. Le ideologie politiche del Novecento, per molti versi, non hanno fatto altro che replicare quegli stessi schemi fideistici: un dogma indiscutibile, un gruppo di eletti, la caccia all'eretico e l'annullamento dell'individuo in nome di una salvezza collettiva imposta dall'alto.
Finché l’attenzione resta confinata al solo scontro tra fazioni storiche, si perde di vista la radice comune di ogni oppressione: la tendenza delle strutture di potere — sacre o profane — a condizionare la coscienza umana, impedendole di fiorire liberamente.
La ricerca di sé come punto di partenza

Guardare avanti significa spostare il baricentro dall’ossessione per i vecchi schemi ideologici a un percorso più profondo. Parlare di umanità oggi dovrebbe significare prima di tutto riscoprire il valore dell’introspezione e della responsabilità individuale:

    • Consapevolezza interiore: liberarsi dai condizionamenti ereditati, siano essi religiosi, morali o politici, per costruire un’etica fondata sulla conoscenza diretta e sul rispetto reciproco.
    • Superamento della dialettica di scontro: riconoscere che la vera libertà non si afferma demonizzando continuamente il passato, ma creando condizioni materiali e spirituali affinché l’essere umano possa realizzarsi nel presente.
Riconnettersi alla grandezza di Madre Natura
In questo cammino verso il futuro, il riferimento più autentico resta Madre Natura. Mentre le costruzioni umane — leggi temporanee, partiti, regimi, dottrine — si dimostrano fragili e transitorie, le leggi biologiche ed ecologiche regolano l’esistenza da sempre.
Riconoscere alla Natura tutta la sua maestosità non è un semplice esercizio di contemplazione, ma un richiamo all’umiltà. L’Uomo non è il padrone del mondo né il vertice indiscusso del cosmo: è parte integrante di un ecosistema vasto e delicato. Ripartire dalla tutela dei ritmi naturali e dall'armonia con il vivente offre una bussola etica molto più solida di qualsiasi retorica ideologica novecentesca.
La via de «Il frutto del pensiero»: liberazione, rinascita e risveglio
È proprio su questa frattura tra l’illusione dei dogmi e la verità dell’essere che si concentra l'intero percorso letterario e filosofico de Il frutto del pensiero.
Nelle pagine dedicate all'analisi della libertà repressa e delle inibizioni morali, emerge con chiarezza come le catene più insidiose non siano state forgiate soltanto dalle dittature politiche, ma da secoli di condizionamenti etici e religiosi capaci di castrare la vitalità e l'autenticità dell'individuo. La vera emancipazione non può esaurirsi nell'adesione a uno schieramento politico o nella ripetizione stanca di un rito commemorativo; essa esige un atto di coraggio interiore: il risveglio di quel «fuoco dentro», la volontà di spezzare i tabù e compiere una scelta radicale di autodeterminazione.
Come descritto nella trilogia esistenziale e nelle riflessioni sulla rinascita, la maturazione dell'individuo assomiglia a un fiore che sboccia: un passaggio intimo in cui il pensiero, liberato dalle gabbie dell'incomprensione e dell'omologazione, ritrova la propria sacralità. Ma questa fioritura personale resta incompiuta se non sa guardare oltre l'egocentrismo umano.
Il punto d'arrivo di questa elucubrazione filosofica coincide con il richiamo di Madre Natura. Davanti alle ferite inferte al pianeta e al rischio costante di un'autodistruzione materiale e spirituale, l’Uomo è chiamato a ritrovare il divino che abita in sé non attraverso precetti calati dall'alto, bensì riconoscendosi parte indissolubile del cosmo. Superare le anacronistiche contese del Novecento non significa dimenticare, ma evolvere: fare del pensiero non più lo strumento di un dogma, ma il frutto vivo e consapevole di una rinnovata armonia con l'universo.

 

 

lunedì 21 settembre 2026

 

La lama dell’apparenza e il silenzio del senso.

Basta sfogliare un giornale o guardare un tg per assistere al solito, macabro teatrino: la cronaca nera serve in tavola l’ennesimo giovanissimo con una lama in tasca. Si sventola il mostro in prima pagina, si contano i centimetri d'acciaio, si analizza il video su TikTok, si invoca l’allarme sicurezza o il solito psicologo di turno pronto a spiegare il "disagio giovanile" in tre comode pillole da talk show.

Tutto ridotto a spettacolo, a rumore di fondo. Una superficialità scandalosa, cinica e disarmante.

I media si fermano al fatto, perché il sangue fa ascolti e l'indignazione vende copie. Si scandalizzano del coltello, ma non si chiedono cosa ci sia dietro quel gesto disperato e grottesco di chi usa la violenza per gridare al mondo: «Esisto anch'io, guardatemi!». Perché oggi, nell’era dell’inconsistenza digitale, perfino ferire diventa una scorciatoia per non sentirsi invisibili, un modo tragico per colmare un vuoto spaventoso attraverso quindici secondi di notorietà.

Ciò che nessuno ha il coraggio di ammettere — e che i megafoni dell'informazione evitano accuratamente di indagare — è che questi ragazzi affondano le lame nel buio perché nessuno ha mai insegnato loro ad abitare la luce della consapevolezza. Si parla di violenza, ma non si parla mai di vuoto.

Dov’è finita la ricerca del senso? Quando abbiamo smesso di porci, e di porre loro, le uniche domande che davvero contano per definirsi esseri umani?

  • Chi sono? (O forse soltanto un riflesso distorto su uno schermo, un algoritmo senza anima?)
  • Dove vado? (O mi trascino senza meta in un presente eterno che non prevede futuro?)
  • Cosa voglio? (O desidero solo ciò che mi dicono di consumare per non sentire il freddo che ho dentro?)

Finché la società e chi fa informazione continueranno a trattare la giovinezza come un trafiletto di cronaca da spettacolarizzare, ignorando le radici profonde dell'identità e dello spirito, il risultato sarà questo: giovani armati di metallo perché disarmati di pensiero, incapaci di cercare dentro di sé le risposte e perciò pronti a cercarle nell'urto contro il mondo.

Non serve invocare censure o punizioni esemplari se non si ha l'onestà di guardare l'abisso negli occhi: prima di togliere il coltello dalle mani di un ragazzo, bisogna avere il coraggio di restituirgli le domande che gli sono state rubate.

                                                                                                 Onì d'André

sabato 5 settembre 2026

Il silenzio è complice

 

         Il silenzio è complice.

La flessibilità dei principi: una nota sul potere delle piattaforme


C'è un momento in cui la contraddizione smette di essere un errore e diventa struttura. Non più un incidente da segnalare, ma la logica stessa del sistema. È il momento in cui ci si rende conto che le regole non sono fatte per essere coerenti, ma per essere funzionali. Funzionali a chi le impone, non a chi le subisce.
Mi è capitato di sperimentare questa logica sulla mia pelle, e non la racconto per ottenere giustizia. La racconto perché il silenzio su queste dinamiche è complicità, e perché chi scrive ha ancora l'obbligo di nominare ciò che i meccanismi preferirebbero lasciare senza nome.


Il fatto


Per anni ho pubblicato con Amazon KDP. Il servizio di self-publishing del colosso americano mi permetteva di gestire direttamente i miei testi, di curarne la forma, di seguirne il percorso. Avevo circa una decina di pubblicazioni attive, un flusso regolare, una presenza costruita con la pazienza che il lavoro di scrittura richiede. Poi ho pubblicato un testo intitolato
Godete dunque.
La risposta di Amazon è stata immediata e definitiva: chiusura dell'account, annullamento di tutte le pubblicazioni precedenti, cancellazione di anni di lavoro con un singolo atto amministrativo. Il motivo addotto? Il contenuto non rispettava i principi della piattaforma.


Ho insistito, ho scritto, ho chiesto spiegazioni dettagliate. Vane. Il principio era stato violato, e il principio non ammetteva discussione. Non c'era interlocutore, non c'era appello, non c'era possibilità di confronto. La decisione era stata presa da un algoritmo o da un operatore invisibile, e la sua irrevocabilità era il segno del potere: non serve che tu capisca, serve che tu accetti.


Ho allora portato.
Godete dunque a Passione Scrittore, casa editrice che ha valutato il manoscritto, lo ha pubblicato, lo ha distribuito attraverso i canali consueti. E oggi, se entrate su Amazon.it, trovate lo stesso testo. Stesso contenuto, stesse parole, stessa anima. Solo un ISBN diverso: 9788833775135. Stessa piattaforma che mi aveva espulso, ora pubblicizza e vende ciò che aveva giudicato inaccettabile.


La contraddizione non è errore


Qui si apre il nodo. Non sto denunciando un malfunzionamento, un'ingiustizia da correggere, un errore da sanare. Sto descrivendo una logica. Amazon KDP e Amazon.it sono canali diversi, regolamenti diversi, rischi diversi. Ma il nome è lo stesso, la piattaforma è la stessa, l'utente finale non distingue. E i principi? I principi si adattano.


Quando il contenuto arriva da un autore indipendente, direttamente responsabile, la cautela è massima. Un algoritmo o un revisore può decidere in pochi secondi che qualcosa non va, e l'autore non ha diritto di replica. Quando lo stesso contenuto arriva da un editore terzo, la valutazione cambia. L'editore è un partner commerciale, un interlocutore strutturale, un garante di volume. Il rischio legale e reputazionale si distribuisce. E allora lo stesso testo, giudicato inaccettabile in una forma, diventa perfettamente lecito in un'altra.


Non è ipocrisia individuale di qualche dirigente. È struttura economica. Le piattaforme non sono spazi pubblici, sono proprietà private che simulano agorà. Fanno le regole, le cambiano, le applicano a seconda del tornaconto. E i principi che invocano non sono principi nel senso etico del termine: sono filtri di rischio calibrati sulla relazione commerciale, non sulla sostanza del contenuto.


La lezione per chi scrive


Per l'autore indipendente la conseguenza è concreta. Non si tratta solo di una chiusura, di una cancellazione, di un danno economico difficilmente quantificabile. Si tratta di una forma di precarietà invisibile, che non ha nome nei contratti ma che condiziona profondamente il lavoro. L'autore che pubblica da solo è esposto a decisioni arbitrarie, irrevocabili, non impugnabili. Non ha sindacato, non ha contratto, non ha interlocutore. Ha solo i termini di servizio, che ha accettato senza negoziazione e che può essere modificato unilateralmente in qualsiasi momento.


Questo non significa che l'auto-pubblicazione sia sbagliata. Significa che chi la pratica deve sapere in cosa entra. Deve sapere che la visibilità che la piattaforma offre è concessa, non dovuta. E che può essere revocata per motivi che non verranno mai spiegati davvero.


Ma c'è una lezione più ampia, che riguarda non solo gli autori ma chiunque produca contenuti in spazi altrui. La piattaforma non è un luogo neutrale. Ha interessi, strategie, logiche interne che non coincidono con quelle di chi la usa. E la sua parvenza di apertura, di democrazia, di opportunità, maschera una concentrazione di potere senza precedenti nella storia editoriale. Mai prima d'ora un singolo soggetto ha controllato così tante porte di accesso ai lettori. Mai prima d'ora la decisione su ciò che è visibile o invisibile, lecito o illecito, presente o cancellato, è stata così centralizzata e così poco trasparente.


Il Tempio e l'Arena


In
Il Richiamo, Luca attraversa il Tempio e l'Arena. Il Tempio è la solitudine trasformativa, il luogo in cui si impara a distinguere tra ciò che si indossa e ciò che si è. L'Arena è il peso della responsabilità, la prova del comando, la scoperta che il coraggio non è dimostrare chi si è di fronte agli altri, ma accettare chi resta quando ogni ruolo cade.


Questa struttura mi ha accompagnato anche in questa vicenda. Amazon KDP è stato il mio Tempio: uno spazio apparentemente protetto, in cui credevo di costruire con autonomia. La chiusura dell'account è stata l'Arena: il momento in cui la protezione cade, il ruolo viene revocato, e devi confrontarti con la realtà nuda del potere altrui. Non c'era più la veste dell'autore indipendente, la maschera del controllore del proprio destino. Restava solo la domanda: chi sei, quando ciò che ti definiva ti viene tolto?


La risposta, per Luca come per chi scrive, non può essere la vendetta o il rancore. Deve essere la trasformazione. Il passaggio attraverso l'Arena non serve a distruggere chi ti ha sfidato, ma a scoprire se hai ancora una voce quando la piattaforma ti nega la parola. E la voce, fortunatamente, non è proprietà di Amazon. Non è proprietà di nessuna piattaforma. Appartiene a chi la coltiva, la pratica, la difende.


Ho portato
Godete dunque a Passione Scrittore. Ho trovato un'altra strada, più lenta, più faticosa, meno visibile, ma più solida. E ho capito che l'Arena non è il nemico: è il luogo in cui si misura se ciò che crediamo di essere resiste alla prova del mondo.


La scelta di non tacere


C'è un aspetto che mi ha colpito più della chiusura stessa: il silenzio che l'ha accompagnata. Nessun articolo, nessuna discussione, nessuna solidarietà organizzata. La cancellazione di un autore è un evento privato, gestito tra l'autore e la piattaforma, e il pubblico non lo sa nemmeno. Non c'è processo, non c'è sentenza pubblica, non c'è possibilità di appello. E l'autore, spesso, non racconta la propria storia per paura di apparire querelante, o per vergogna, o per la consapevolezza che contro un colosso le parole individuali contano poco.
Ma il silenzio è complicità. Ogni volta che un autore non racconta, la piattaforma può ripetere. Ogni volta che il pubblico non sa, la logica resta invisibile. E la logica invisibile è la più difficile da contrastare, perché non ha bisogno di difendersi: non viene nemmeno nominata.


Per questo ho deciso di scrivere questa nota. Non per ottenere la riapertura del mio account KDP, che non chiederò nemmeno più. Non per un risarcimento, che sarebbe irrisorio rispetto al danno simbolico. Ma per aggiungere una voce a un discorso che dovrebbe essere più ampio: il discorso su chi controlla l'accesso alla parola, con quali criteri, con quali contraddizioni, con quali costi per chi scrive.


La coerenza come lusso


C'è un'ultima riflessione, più personale. Quando ho visto.
Godete dunque pubblicizzato su Amazon.it, con ISBN diverso ma stesso contenuto, ho provato non rabbia ma una specie di stanchezza lucida. La stanchezza di chi comprende che la coerenza non è un valore del sistema, ma un lusso che il sistema non può permettersi. Amazon non ha bisogno di essere coerente tra KDP e marketplace. Ha bisogno di funzionare. E funziona meglio se applica standard diversi a relazioni diverse, se punisce l'autore esposto e gratifica l'editore strutturato, se parla di principi quando conviene e di opportunità commerciali quando serve.


Non è malizia. È solo il modo in cui il potere si organizza quando non è tenuto a rendere conto a nessuno. E il problema non è Amazon in sé: è la concentrazione di potere che rende possibile questa logica, la mancanza di alternative reali, l'assenza di regolamentazione pubblica capace di bilanciare la forza privata.


Cosa resta


Resta il lavoro. Resta la parola. Resta la necessità di costruire spazi propri, relazioni proprie, canali propri. Non per romanticismo, per sopravvivenza. Passione Scrittore ha dimostrato che un'altra strada è possibile: più lenta, più faticosa, meno visibile, ma più solida. E io continuerò a scrivere, a pubblicare, a cercare lettori che non si accontentino di algoritmi.
Ma continuerò anche a nominare. A dire che lo stesso testo, giudicato inaccettabile da una parte della stessa azienda, è venduto da un'altra parte della stessa azienda. Non per vendetta. Per memoria. Perché chi scrive ha ancora, almeno per ora, il diritto di documentare. E perché la memoria, anche quando non cambia il potere, cambia chi la possiede.


Non è la fine che ti cambia. È ciò che decidi di fare dopo.
Ho attraversato il Tempio. Ho resistito nell'Arena. E ho deciso di non tacere.

Onì d’André

 

Di seguito gli ultimi sviluppi:

 

 

Ho scritto:--
Mi avete chiuso l'account con la scusa che il mio libro. Gode dunque con codice ISBN 9798376435212 non era ammesso dà i vostri principi, creando un danno enorme alla mia produzione che potete riscontrare sul mi sito www.onidandre.it e che anche voi come tante altre case editrici pubblicizzano. Adesso mi accorgo che il libro è acquistabile anche presso di voi, tant'è che ho fatto l'ordine
In arrivo giovedì
Davide - MILANO, Milano
Ordine # ‫405-6099900-2119548 Visualizza o modifica ordine

Godete dunque. Rapida scorre l'età più bella, né quella che vien dopo, è bella tanto quanto fu bella la prima
Godete dunque. Rapida scorre l'et...
Venduto da Amazon.it
Condizione: Nuovo
Quantità: 1

A questo punto vi informo che sporgerò regolare denuncia per comportamento scorretto presso la competente autorità.

 

                                                                                                               Saluti

 

 

 

Risposta ricevuta:


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Utente corrente

Salve,

Per informazioni sul tuo account, fai riferimento al messaggio che ti abbiamo inviato il [2023-02-16]:

Abbiamo chiuso il tuo account KDP perché i libri elencati di seguito contengono materiale pornografico, che viola le nostre Linee guida Contenuti.

"Godete dunque.....": Rapida scorre l'età più bella, né quella che vie dopo è bella tanto quanto fu bella la prima.- id_esterno: 53599975

Ci impegniamo a fornire una libreria basata sulla fiducia tra autori, editori e lettori e interveniamo tempestivamente quando necessario per garantire un'esperienza positiva.

Come parte del processo di chiusura dell'account:
• Non puoi più accedere al tuo account KDP, Libreria o Report.
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Saluti,

Amazon KDP

Sivashankar
Team di revisione Amazon Contenuti


Mia ultima risposta:


Davide Oscar Andreoni

Revisione account Kindle

So perfettamente il perchè avete chiuso il mio account. Quello che mi meraviglia e rimango basito è con quale superficialità agite. Avete letto il libro o vi siete limitati a vedere ciò che volevate vedere? Non vi siete accorti che il libro evidenziava un grido sordo di dolore che nasce dalla società? Non vi siete accorti che è una denuncia all'ipocrisia, e permettete anche come la vostra? Come fai a denunciare se non illustri i fatti? La pornografia è un male deleterio della società e voi censurandola, senza approfondire non fate altro che alimentarla. Diciamocelo onestamente: L'algoritmo ha chiuso il conto e voi vi siete attenuti, dopo se lo stesso libro viene pubblicato da un’altra casa editrice, vi sta bene e lo pubblicizzate anche a dimostrazione di quanto affermo nel mio "Il Tempio e l'Arena. Ad ogni modo non importa, constato solo che siete come un cavallo con i paraocchi. Saluti 


venerdì 4 settembre 2026

 




 

Il Fuoco delle Trilogie

Quando ho cominciato a scrivere, credevo di raccontare una storia. Oggi quel percorso si compone in sei trilogie, e solo ora comprendo cosa stavo cercando: non la fine di una vicenda, ma l'attraversamento di una domanda. Come si fa a restare interi mentre il mondo chiede di aprire il cuore?


Il Richiamo è la solitudine che chiama. Il Fuoco Dentro è la prova del coraggio. La Perversione è il rovescio della trasformazione. La Vita è il fuoco personale che si confronta con il collettivo. La Rinascita è la temporalità stratificata. E l'ultimo Il Richiamo è il compimento, l'invito a ricominciare.

Ognuna è autonoma. Insieme compongono una filosofia della trasformazione, narrata attraverso il corpo, il sentimento, la parola.

Non è la fine che ti cambia. È ciò che decidi di fare dopo.


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