Pagine

sabato 5 settembre 2026

 

Il silenzio è complice.

La flessibilità dei principi: una nota sul potere delle piattaforme
C'è un momento in cui la contraddizione smette di essere un errore e diventa struttura. Non più un incidente da segnalare, ma la logica stessa del sistema. È il momento in cui ci si rende conto che le regole non sono fatte per essere coerenti, ma per essere funzionali. Funzionali a chi le impone, non a chi le subisce.
Mi è capitato di sperimentare questa logica sulla mia pelle, e non la racconto per ottenere giustizia. La racconto perché il silenzio su queste dinamiche è complicità, e perché chi scrive ha ancora l'obbligo di nominare ciò che i meccanismi preferirebbero lasciare senza nome.
Il fatto
Per anni ho pubblicato con Amazon KDP. Il servizio di self-publishing del colosso americano mi permetteva di gestire direttamente i miei testi, di curarne la forma, di seguirne il percorso. Avevo circa una decina di pubblicazioni attive, un flusso regolare, una presenza costruita con la pazienza che il lavoro di scrittura richiede. Poi ho pubblicato un testo intitolato Godete dunque.
La risposta di Amazon è stata immediata e definitiva: chiusura dell'account, annullamento di tutte le pubblicazioni precedenti, cancellazione di anni di lavoro con un singolo atto amministrativo. Il motivo addotto? Il contenuto non rispettava i principi della piattaforma.
Ho insistito, ho scritto, ho chiesto spiegazioni dettagliate. Vane. Il principio era stato violato, e il principio non ammetteva discussione. Non c'era interlocutore, non c'era appello, non c'era possibilità di confronto. La decisione era stata presa da un algoritmo o da un operatore invisibile, e la sua irrevocabilità era il segno del potere: non serve che tu capisca, serve che tu accetti.
Ho allora portato Godete dunque a Passione Scrittore, casa editrice che ha valutato il manoscritto, lo ha pubblicato, lo ha distribuito attraverso i canali consueti. E oggi, se entrate su Amazon.it, trovate lo stesso testo. Stesso contenuto, stesse parole, stessa anima. Solo un ISBN diverso: 9788833775135. Stessa piattaforma che mi aveva espulso, ora pubblicizza e vende ciò che aveva giudicato inaccettabile.
La contraddizione non è errore
Qui si apre il nodo. Non sto denunciando un malfunzionamento, un'ingiustizia da correggere, un errore da sanare. Sto descrivendo una logica. Amazon KDP e Amazon.it sono canali diversi, regolamenti diversi, rischi diversi. Ma il nome è lo stesso, la piattaforma è la stessa, l'utente finale non distingue. E i principi? I principi si adattano.
Quando il contenuto arriva da un autore indipendente, direttamente responsabile, la cautela è massima. Un algoritmo o un revisore può decidere in pochi secondi che qualcosa non va, e l'autore non ha diritto di replica. Quando lo stesso contenuto arriva da un editore terzo, la valutazione cambia. L'editore è un partner commerciale, un interlocutore strutturale, un garante di volume. Il rischio legale e reputazionale si distribuisce. E allora lo stesso testo, giudicato inaccettabile in una forma, diventa perfettamente lecito in un'altra.
Non è ipocrisia individuale di qualche dirigente. È struttura economica. Le piattaforme non sono spazi pubblici, sono proprietà private che simulano agorà. Fanno le regole, le cambiano, le applicano a seconda del tornaconto. E i principi che invocano non sono principi nel senso etico del termine: sono filtri di rischio calibrati sulla relazione commerciale, non sulla sostanza del contenuto.
La lezione per chi scrive
Per l'autore indipendente la conseguenza è concreta. Non si tratta solo di una chiusura, di una cancellazione, di un danno economico difficilmente quantificabile. Si tratta di una forma di precarietà invisibile, che non ha nome nei contratti ma che condiziona profondamente il lavoro. L'autore che pubblica da solo è esposto a decisioni arbitrarie, irrevocabili, non impugnabili. Non ha sindacato, non ha contratto, non ha interlocutore. Ha solo i termini di servizio, che ha accettato senza negoziazione e che può essere modificati unilateralmente in qualsiasi momento.
Questo non significa che l'auto-pubblicazione sia sbagliata. Significa che chi la pratica deve sapere in cosa entra. Deve sapere che la visibilità che la piattaforma offre è concessa, non dovuta. E che può essere revocata per motivi che non verranno mai spiegati davvero.
Ma c'è una lezione più ampia, che riguarda non solo gli autori ma chiunque produca contenuti in spazi altrui. La piattaforma non è un luogo neutrale. Ha interessi, strategie, logiche interne che non coincidono con quelle di chi la usa. E la sua parvenza di apertura, di democrazia, di opportunità, maschera una concentrazione di potere senza precedenti nella storia editoriale. Mai prima d'ora un singolo soggetto ha controllato così tante porte di accesso ai lettori. Mai prima d'ora la decisione su ciò che è visibile o invisibile, lecito o illecito, presente o cancellato, è stata così centralizzata e così poco trasparente.
Il Tempio e l'Arena
In Il Richiamo, Luca attraversa il Tempio e l'Arena. Il Tempio è la solitudine trasformativa, il luogo in cui si impara a distinguere tra ciò che si indossa e ciò che si è. L'Arena è il peso della responsabilità, la prova del comando, la scoperta che il coraggio non è dimostrare chi si è di fronte agli altri, ma accettare chi resta quando ogni ruolo cade.
Questa struttura mi ha accompagnato anche in questa vicenda. Amazon KDP è stato il mio Tempio: uno spazio apparentemente protetto, in cui credevo di costruire con autonomia. La chiusura dell'account è stata l'Arena: il momento in cui la protezione cade, il ruolo viene revocato, e devi confrontarti con la realtà nuda del potere altrui. Non c'era più la veste dell'autore indipendente, la maschera del controllore del proprio destino. Restava solo la domanda: chi sei, quando ciò che ti definiva ti viene tolto?
La risposta, per Luca come per chi scrive, non può essere la vendetta o il rancore. Deve essere la trasformazione. Il passaggio attraverso l'Arena non serve a distruggere chi ti ha sfidato, ma a scoprire se hai ancora una voce quando la piattaforma ti nega la parola. E la voce, fortunatamente, non è proprietà di Amazon. Non è proprietà di nessuna piattaforma. Appartiene a chi la coltiva, la pratica, la difende.
Ho portato Godete dunque a Passione Scrittore. Ho trovato un'altra strada, più lenta, più faticosa, meno visibile, ma più solida. E ho capito che l'Arena non è il nemico: è il luogo in cui si misura se ciò che crediamo di essere resiste alla prova del mondo.
La scelta di non tacere
C'è un aspetto che mi ha colpito più della chiusura stessa: il silenzio che l'ha accompagnata. Nessun articolo, nessuna discussione, nessuna solidarietà organizzata. La cancellazione di un autore è un evento privato, gestito tra l'autore e la piattaforma, e il pubblico non lo sa nemmeno. Non c'è processo, non c'è sentenza pubblica, non c'è possibilità di appello. E l'autore, spesso, non racconta la propria storia per paura di apparire querelante, o per vergogna, o per la consapevolezza che contro un colosso le parole individuali contano poco.
Ma il silenzio è complicità. Ogni volta che un autore non racconta, la piattaforma può ripetere. Ogni volta che il pubblico non sa, la logica resta invisibile. E la logica invisibile è la più difficile da contrastare, perché non ha bisogno di difendersi: non viene nemmeno nominata.
Per questo ho deciso di scrivere questa nota. Non per ottenere la riapertura del mio account KDP, che non chiederò nemmeno più. Non per un risarcimento, che sarebbe irrisorio rispetto al danno simbolico. Ma per aggiungere una voce a un discorso che dovrebbe essere più ampio: il discorso su chi controlla l'accesso alla parola, con quali criteri, con quali contraddizioni, con quali costi per chi scrive.
La coerenza come lusso
C'è un'ultima riflessione, più personale. Quando ho visto Godete dunque pubblicizzato su Amazon.it, con ISBN diverso ma stesso contenuto, ho provato non rabbia ma una specie di stanchezza lucida. La stanchezza di chi comprende che la coerenza non è un valore del sistema, ma un lusso che il sistema non può permettersi. Amazon non ha bisogno di essere coerente tra KDP e marketplace. Ha bisogno di funzionare. E funziona meglio se applica standard diversi a relazioni diverse, se punisce l'autore esposto e gratifica l'editore strutturato, se parla di principi quando conviene e di opportunità commerciali quando serve.
Non è malizia. È solo il modo in cui il potere si organizza quando non è tenuto a rendere conto a nessuno. E il problema non è Amazon in sé: è la concentrazione di potere che rende possibile questa logica, la mancanza di alternative reali, l'assenza di regolamentazione pubblica capace di bilanciare la forza privata.
Cosa resta
Resta il lavoro. Resta la parola. Resta la necessità di costruire spazi propri, relazioni proprie, canali propri. Non per romanticismo, per sopravvivenza. Passione Scrittore ha dimostrato che un'altra strada è possibile: più lenta, più faticosa, meno visibile, ma più solida. E io continuerò a scrivere, a pubblicare, a cercare lettori che non si accontentino di algoritmi.
Ma continuerò anche a nominare. A dire che lo stesso testo, giudicato inaccettabile da una parte della stessa azienda, è venduto da un'altra parte della stessa azienda. Non per vendetta. Per memoria. Perché chi scrive ha ancora, almeno per ora, il diritto di documentare. E perché la memoria, anche quando non cambia il potere, cambia chi la possiede.
Non è la fine che ti cambia. È ciò che decidi di fare dopo.
Ho attraversato il Tempio. Ho resistito nell'Arena. E ho deciso di non tacere.

                                                                                                         Onì d’André

venerdì 4 settembre 2026

 




 

Il Fuoco delle Trilogie

Quando ho cominciato a scrivere, credevo di raccontare una storia. Oggi quel percorso si compone in sei trilogie, e solo ora comprendo cosa stavo cercando: non la fine di una vicenda, ma l'attraversamento di una domanda. Come si fa a restare interi mentre il mondo chiede di aprire il cuore?


Il Richiamo è la solitudine che chiama. Il Fuoco Dentro è la prova del coraggio. La Perversione è il rovescio della trasformazione. La Vita è il fuoco personale che si confronta con il collettivo. La Rinascita è la temporalità stratificata. E l'ultimo Il Richiamo è il compimento, l'invito a ricominciare.

Ognuna è autonoma. Insieme compongono una filosofia della trasformazione, narrata attraverso il corpo, il sentimento, la parola.

Non è la fine che ti cambia. È ciò che decidi di fare dopo.

          https://www.onidandre.it/riflessioni/ 

mercoledì 2 settembre 2026

 

La gelosia e il limite del nostro sguardo.



Quando la gelosia non nasce dall'altro, ma dalla nostra interpretazione

A partire dal conflitto interiore di Luca nella Trilogia del richiamo, una riflessione sulla gelosia come paura, interpretazione e difficoltà ad accettare la libertà dell'altro.

 

C’è un passaggio, nel percorso di Luca dentro Il richiamo, in cui la gelosia smette di essere soltanto un sentimento e diventa una prova di verità. Di fronte al desiderio di Sofia di vivere un'esperienza con il Danzatore Cosmico, Luca potrebbe reagire come molti reagirebbero: sentirsi ferito, diminuito, messo da parte. Potrebbe leggere quel desiderio come una mancanza nei suoi confronti, come la prova di non bastare, come una sottrazione d'amore. Potrebbe trasformare il proprio dolore in accusa. E invece, pur attraversando il conflitto, sceglie di non negare la libertà di Sofia.

E' qui che si rivela il punto più profondo della gelosia: non nasce sempre da ciò che l'altro fa, ma molto spesso dal significato che noi attribuiamo a ciò che l'altro fa. Non è il gesto in se' a travolgerci, ma l'interpretazione che ne diamo. Il desiderio dell'altro diventa rifiuto. La sua autonomia diventa distanza. La sua ricerca diventa giudizio su di noi. E così, senza quasi accorgercene, smettiamo di vedere l'altro per ciò che è e cominciamo a vedere solo la nostra paura riflessa nei suoi gesti.

La gelosia, allora, non è sempre prova d'amore. Talvolta è il segno della nostra difficoltà ad accettare che l'altro non ci appartenga. Vorremmo che l'amore ci garantisse sicurezza, centralità, conferma. Vorremmo che chi amiamo ci mettesse al riparo dall'incertezza. Ma nessun legame umano può offrirci davvero questo. L'altro resta altro. Ha un desiderio, una coscienza, una libertà che non coincidono interamente con il nostro bisogno di essere rassicurati.

Per questo la gelosia è anche una crisi dell'interpretazione. Soffriamo, e subito crediamo che il dolore ci dia ragione. Temiamo, e subito pensiamo che il timore coincida con la verità. Eppure, non tutto ciò che ferisce è un torto. Non tutto ciò che ci disorienta è un tradimento. A volte è soltanto il momento in cui scopriamo che l'altro non coincide con l'immagine che ci eravamo fatti di lui, del suo amore, del posto che occupiamo nella sua vita.

Luca, nel suo conflitto, tocca proprio questa soglia. Il valore del suo gesto non sta nell'assenza di gelosia, ma nel fatto che non la assolutizza. Non la trasforma in legge. Non ne fa il criterio ultimo della realtà. Comprende, con fatica, che amare Sofia non significa detenere ogni sua esperienza, ne' pretendere che ogni suo desiderio passi attraverso di lui. E in questa comprensione c’è qualcosa di raro: la capacità di soffrire senza trasformare la sofferenza in possesso.

E' una lezione che va oltre la vicenda narrativa. Molte relazioni si consumano non per i fatti, ma per i significati che attribuiamo ai fatti. Non per ciò che davvero accade, ma per ciò che la nostra paura ci suggerisce che stia accadendo. Una distanza momentanea diventa abbandono. Un silenzio diventa rifiuto. Un desiderio personale si trasforma, nella mente di chi teme, in una smentita dell'intero legame. Così la gelosia non illumina l'altro: lo deforma.

Forse la verità più scomoda è questa: la gelosia non smaschera sempre chi abbiamo davanti. Molto più spesso smaschera noi. Rivela il punto in cui confondiamo amore e conferma, vicinanza e possesso, relazione e diritto. Non ci dice soltanto quanto teniamo all'altro. Ci dice anche quanto fatichiamo ad accettare che l'altro resti libero senza che questa libertà venga vissuta da noi come una minaccia.

Il percorso di Luca mostra allora una possibilità più alta e più difficile: attraversare la gelosia senza adorarla, sentirla senza obbedirle, riconoscerla senza trasformarla in verità assoluta. E forse è proprio qui che una relazione smette di essere possesso e comincia davvero a diventare amore.

Molte volte non siamo gelosi per ciò che il partner fa, ma per il significato che la nostra paura attribuisce ai suoi gesti. E allora la gelosia non dice la verità dell'altro: dice il limite del nostro sguardo.

https://www.onidandre.it/riflessioni/


sabato 29 agosto 2026


 

Il Parlamento degli orticelli


Tra il Tempio e l'Arena, la politica italiana ha smarrito il popolo

"Perchè guardi la politica con quell'aria così severa?"

Perchè non riesco più a guardarla come il luogo in cui una nazione pensa se stessa.
La osservo, la ascolto, la attraverso come si attraversa una piazza dopo il mercato, quando per terra restano solo voci, carte sporche e odore di merce. E mi domando dove sia finito il popolo, dove sia finita l'Italia, dove sia finita perfino la vergogna.

Mi dirai che sono troppo duro.
Forse. Ma c’è una durezza che nasce dal rancore e una che nasce dalla delusione. Io non provo rancore verso la politica. Provo qualcosa di più grave: la sensazione che essa non sia più il luogo della responsabilità, ma il teatro di una frammentazione che nessuno vuole davvero ricomporre.

Osservo uomini e donne eletti da porzioni minime di consenso ergersi a interpreti assoluti del destino nazionale. Partiti fragili, percentuali esigue, microcosmi elettorali che tuttavia parlano come se reggessero il sole tra le mani. Ognuno si presenta come depositario di una soluzione definitiva, come se il bene comune coincidesse misteriosamente con il proprio programma, con la propria sigla, con la propria sopravvivenza. Eppure, dietro questa voce gonfiata, dietro questa postura da profeti civili, troppo spesso non c’è una visione del Paese, ma solo un frammento che pretende di valere per il tutto.

Qui non è in gioco la pluralità, che in una democrazia è persino salutare.
Qui è in gioco la degradazione del frammento a idolo. Il partito non è più uno strumento per servire una nazione: diventa un recinto. Un piccolo orto protetto. Un territorio da difendere contro gli altri orti, gli altri recinti, gli altri piccoli sovrani. Ecco perchè parlo di Parlamento degli orticelli: perchè troppo spesso ciò che vediamo non è una classe dirigente intenta a reggere il peso dell'insieme, ma una folla di custodi del particolare, tutti presi a salvare il proprio spazio, il proprio lessico, il proprio vantaggio negoziale.

"Ma il compromesso non è forse inevitabile?"

Sì, lo è. Ma non ogni compromesso è degno di questo nome.
Esiste un compromesso che nasce dalla fatica di cercare una misura più alta, e ne esiste un altro che ha il sapore del sotterfugio, dell'accordo di convenienza, della sopravvivenza mascherata da senso dello Stato. E' qui che la politica italiana, troppo spesso, tradisce se stessa. Si presenta come arte del possibile e finisce per diventare arte del rinvio. Si proclama custode dell'interesse nazionale e si rivela maestra nel coltivare il proprio orticello. Si alza a parlare di popolo e intanto contratta soltanto equilibri interni, posizionamenti, visibilità, margini di permanenza.

Il dramma, però, non è solo questo.

Il dramma vero è che una politica così non si limita a fallire nel proprio compito: educa male. Insegna il proprio vizio al Paese. Se chi governa pensa per recinti, anche il cittadino imparerà a pensare per recinti. Se chi ambisce al potere si muove per convenienza, anche l'elettore imparerà a chiamare saggezza la convenienza. Se il partito non si sente più responsabile di una totalità, ma soltanto dei propri fedeli, allora anche il popolo si frantuma in tifoserie, clientele emotive, paure organizzate, interessi difensivi.

E così il male si compie fino in fondo: la politica non rappresenta più un popolo, ma ne organizza la dispersione.

Da qui nasce la mia inquietudine.
Non perchè i politici siano peggiori degli uomini comuni, ma perchè troppo spesso sono il riflesso amplificato di una deformazione che ormai appartiene a tutti. Anch'essi cercano consenso più che verità. Anch'essi vogliono appartenere più che servire. Anch'essi difendono il proprio perimetro più di quanto osino esporsi a una misura superiore. In loro vediamo soltanto ingrandito ciò che nella società intera si è fatto costume.

E allora capisco che il problema non è soltanto istituzionale.
E' morale. E' antropologico. Forse perfino spirituale.

In Il Tempio e l'Arena, la tensione più profonda non è mai solo tra due luoghi esteriori, ma tra due modi di stare al mondo. Il Tempio è la soglia della responsabilità, del limite, della misura, del fuoco custodito. L'Arena è il clamore, il giudizio della folla, la lotta per la visibilità, la recita delle appartenenze. Ecco: la politica italiana mi appare sempre più come un'immensa arena che ha dimenticato l'esistenza stessa del tempio. Non vi si entra per servire una verità più grande, ma per ricevere conferma, applauso, protezione, identità.

Quando il tempio interiore crolla, l'arena diventa irresistibile.
L'uomo che non sa più sostare nella propria coscienza cerca subito una platea.
L'uomo che non sopporta la prova della verità preferisce il conforto del gruppo.
L'uomo che ha smarrito il bene comune si rifugia nel piccolo vantaggio.

E qui la politica incontra il destino più ampio della nostra epoca.
Perchè non è solo il Parlamento a essersi riempito di orticelli: è la società intera. Ognuno custodisce il proprio piccolo regno ferito. Ognuno rivendica il proprio spazio simbolico. Ognuno domanda riconoscimento senza quasi mai domandarsi quale sacrificio sarebbe disposto a compiere per qualcosa che non coincida immediatamente con se'. Il politico lo mette in scena in forma pubblica. L'elettore lo ripete in forma privata. La crisi dei partiti è solo la forma visibile di una crisi più profonda: la perdita di ogni autentico senso del bene comune.

A volte penso che, in fondo, il percorso di molti italiani assomigli a una parabola spezzata dei miei stessi libri.
Abbiamo smarrito La Danza Cosmica, cioè il ritmo più grande in cui l'individuo riconosce di non essere il centro del mondo, ma una nota necessaria dentro un ordine più vasto. Abbiamo attraversato male La Genesi delle Ombre, lasciando che la parola diventasse menzogna, slogan, costruzione opportunistica, formula buona per ogni alleanza e per ogni tradimento. E ora abitiamo, quasi senza accorgercene, un immenso Trittico della Marginalità, in cui ciascuno si sente escluso, ferito, non riconosciuto, e per questo si aggrappa con più ferocia al proprio piccolo recinto identitario.

Ma una nazione non si salva con la moltiplicazione delle ferite organizzate.
Non si salva se ogni dolore diventa una bandiera, se ogni gruppo si proclama centro dell'universo morale, se ogni partito difende il proprio elettorato come un feudo. Una nazione si salva soltanto quando esiste ancora qualcosa davanti a cui tutti - almeno per un istante - accettano di piegarsi. Una misura. Una fedeltà. Un compito. Una soglia.

"Tu credi davvero che la politica possa ancora essere questo?"

Credo che dovrebbe tornare a esserlo, se non vuole ridursi definitivamente a commercio di appartenenze.

Perchè una politica degna non nasce dal bisogno di avere ragione, ma dal coraggio di servire. Non nasce dal desiderio di occupare l'arena, ma dalla disponibilità a custodire un tempio. Non nasce dalla furbizia dei tatticismi, ma da una disciplina interiore che accetta il limite, la rinuncia, perfino l’impopolarità quando necessaria. Finche' questo non tornerà a essere pensabile, continueremo a scambiare la sopravvivenza dei partiti per salute della democrazia, il rumore per partecipazione, la visibilità per autorevolezza.

Eppure, il punto più doloroso non è ancora questo.

Il punto più doloroso è accorgersi che, a forza di guardare partiti che coltivano il proprio orticello, abbiamo imparato tutti a fare lo stesso. Nella politica, nelle relazioni, nel lavoro, nei giudizi, nelle paure, nelle fedeltà brevi. Anche noi, troppo spesso, scegliamo l'arena. Anche noi preferiamo l'approvazione alla verità. Anche noi difendiamo il nostro piccolo vantaggio invece di domandarci a quale ordine più alto dovremmo rispondere.

E allora il Parlamento degli orticelli non è solo a Roma.
E' nelle nostre abitudini.
E' nelle nostre convenienze.
E' nel nostro modo di pensare l'altro non come parte di un destino comune, ma come ostacolo, concorrente, spettatore o minaccia.

Per questo la crisi politica italiana mi appare tanto grave: non perchè riveli semplicemente l'inadeguatezza di alcuni partiti, ma perchè ci mostra, senza pietà, ciò che siamo diventati.

Un popolo che non riconosce più nulla al di sopra del proprio interesse non eleggerà mai uomini di Stato. Eleggerà, al massimo, amministratori della propria frammentazione.

Un popolo che ha smarrito il tempio continuerà ad applaudire l'arena.

E una nazione che non sa più vergognarsi del proprio piccolo orticello finirà per chiamare realismo proprio ciò che, in verità, è soltanto resa.

Forse il dramma dell'Italia non è che manchino i partiti, ma che manchi un fuoco comune davanti al quale i partiti cessino di adorare se stessi. Finche' non tornerà il senso del tempio, continueremo ad affollare l'arena credendo di fare politica, mentre in realtà stiamo soltanto imparando, giorno dopo giorno, l'arte misera della frammentazione.

https://www.onidandre.it/riflessioni/

 

Tutti parlano di libertà, nessuno vuole il fuoco

Viviamo in una società che ha fatto della parola libertà il proprio idolo più comodo e della parola verità il proprio sacrificio più frequente. Tutti la invocano, la rivendicano, la sventolano come una bandiera privata. Ma quasi nessuno sembra disposto a sostenerne il peso reale. Perchè la vera libertà non coincide con la rimozione di ogni soglia, non è il capriccio elevato a diritto, non è la dispersione degli istinti scambiata per emancipazione. La vera libertà domanda forma, attraversamento, responsabilità, e soprattutto domanda il coraggio di non mentire a se stessi.

Eppure, la nostra epoca ha scelto un'altra strada. Ha preferito la rottura alla maturazione, l'esibizione alla profondità, la protesta alla trasfigurazione. Da molto tempo confondiamo il gesto di abbattere con l'atto di creare. Ci siamo illusi che bastasse dissacrare per essere vivi, che bastasse infrangere per diventare autentici, che bastasse liberarsi dei vincoli per scoprire finalmente chi siamo. Ma una società che distrugge i propri limiti senza avere un'anima capace di reggere il vuoto non genera uomini più alti: genera individui più fragili, più smarriti, più esposti alla violenza e alla menzogna.

Il nostro disordine non nasce oggi. Viene da lontano. Viene da generazioni che hanno gridato alla liberazione credendo che ogni proibizione fosse oppressione e ogni trasgressione un atto di verità. Hanno predicato l'amore libero, ma troppo spesso hanno consegnato in eredità non l'amore, bensì la sua dissipazione. Hanno combattuto l'ipocrisia, ma insieme a essa hanno smarrito anche il senso del sacro. Hanno voluto spezzare le catene, e in molti casi hanno spezzato anche le forme interiori che custodivano il desiderio dal proprio degrado. Si è parlato di emancipazione mentre avanzava, silenziosa, una nuova povertà: quella di esseri umani sempre più incapaci di distinguere tra nudità e spoliazione, tra desiderio e fame, tra comunione e consumo.

Oggi vediamo il raccolto di quella lunga semina. Lo vediamo nei giovani che feriscono con una facilità che gela, come se il gesto estremo non fosse più il confine dell'umano, ma una delle tante possibilità offerte dal vuoto. Lo vediamo nelle esistenze anestetizzate, nei volti saturi di stimoli e deserti di significato, nelle coscienze che hanno imparato a reagire a tutto e a comprendere quasi nulla. Lo vediamo in una folla sterminata che soffoca senza voce, che avverte di essere smarrita ma non possiede più il linguaggio per dire il proprio smarrimento. E così il dolore non diventa conoscenza: diventa rumore, sintomo, sfogo, violenza, depressione muta o stanca rassegnazione.

Ma sarebbe troppo semplice accusare soltanto i giovani. Sarebbe persino comodo. Ogni generazione adulta ama condannare i propri figli per non dover guardare con lucidità i propri tradimenti. E invece questi ragazzi non vengono dal nulla. Sono il prodotto di una società che ha moltiplicato i diritti e svuotato le iniziazioni, che ha celebrato l'espressione e dimenticato la disciplina interiore, che ha insegnato a pretendere tutto e a sopportare quasi niente. Sono figli di adulti che chiedono equilibrio senza offrire profondità, di famiglie che proteggono ma non formano, di istituzioni che sorvegliano senza trasformare, di una cultura che ha paura della parola sacrificio quasi quanto ha paura della parola anima.

E poi ci sono loro: gli educatori, i commentatori, i professionisti del lessico morale, tutti coloro che si muovono tra pedagogie, protocolli, raccomandazioni, tavole rotonde, appelli e analisi, come se il problema dell'essere umano fosse soprattutto una questione di terminologia corretta. Parlano di disagio, di benessere, di ascolto, di accompagnamento, di inclusione. E in molti casi lo fanno con la serietà esteriore di chi crede di stare esercitando una funzione alta. Ma quanta parte di questa serietà nasce davvero da un confronto con il proprio abisso, e quanta invece è solo mestiere, posizione, ruolo, autorappresentazione? Con quale forza può guidare gli altri chi non ha mai attraversato il proprio crollo? Con quale autorità può parlare di crescita chi non ha mai conosciuto la propria vera disgregazione?

Il dramma del nostro tempo è qui: abbiamo sostituito la trasformazione con la gestione. Non vogliamo più esseri umani che affrontino il fuoco della propria verità; vogliamo soggetti regolati, contenuti, compensati, spiegati. Abbiamo edificato una civiltà che non educa all'essere, ma all'adattamento. Una civiltà in cui l'importante non è diventare reali, ma rimanere funzionali. Una civiltà in cui il male più temuto non è la menzogna, ma l'inquietudine; non l'alienazione, ma il conflitto; non la perdita di senso, ma il disturbo dell'ordine apparente.

E così continuiamo a vivere nell'equivoco. Chi grida si crede libero. Chi ferisce si crede forte. Chi seduce si crede vivo. Chi spiega si crede profondo. Chi educa si crede guida. Chi si adatta si crede saggio. Ma sotto tutte queste maschere si allarga una miseria più radicale: l’incapacità di stare davanti alla propria verità senza fuggire. E' questa la ferita più nascosta della nostra epoca. Non la trasgressione, non la violenza, non la volgarità in se', ma la paura di attraversare davvero quel luogo in cui l'essere umano cessa di recitare e comincia a bruciare.

Perchè tutto, alla fine, conduce qui. Non al dibattito, non alla polemica, non all'ennesima diagnosi sulla società malata. Conduce alla soglia. A quella porta stretta davanti alla quale ogni accusa pronunciata contro il mondo si ritorce inevitabilmente contro chi parla. Perchè denunciare il deserto è facile. Molto più difficile è rinunciare ai propri alibi. Molto più difficile è smettere di usare il fallimento collettivo come protezione dalla propria prova personale. Molto più difficile è riconoscere che, senza un attraversamento interiore, ogni indignazione resta teatro, ogni ribellione resta posa, ogni parola resta fuori dalla vita.

Ed è qui che il discorso cambia natura. Non si tratta più di stabilire chi abbia tradito di più: i rivoluzionari che hanno desacralizzato, i giovani che hanno introiettato il vuoto, gli educatori che amministrano il linguaggio della cura, o la massa silenziosa che si lascia vivere senza più opporre resistenza al proprio smarrimento. Tutti hanno una parte di responsabilità. Ma questa constatazione non basta, perchè non salva nessuno. La sola domanda che conta è un'altra, e non riguarda più loro. Riguarda me. Riguarda te. Riguarda chiunque abbia ancora un minimo di onestà per non rifugiarsi nell'ennesima condanna del mondo.

Ho il coraggio di varcare la porta unica del Suk di Onì d’Andrè e vivere ciò che ha vissuto la protagonista de Il Fuoco dentro?

Questa è la domanda da cui tutto dipende. Non se il libro sia comodo. Non se sia condivisibile. Non se sia provocatorio al punto giusto. Ma se siamo davvero disposti ad avvicinarci a quella zona dell'esistenza in cui il desiderio, la paura, la vergogna, il corpo, il giudizio, il bisogno di approvazione e la fame d'assoluto cessano di essere concetti e tornano a essere esperienza viva. Perchè ci sono libri che si leggono per passatempo, libri che si leggono per confermare ciò che già si pensa, e libri che si leggono soltanto quando si è pronti a perdere qualcosa. Il Fuoco dentro appartiene a questa seconda razza di opere: non consola, non addomestica, non intrattiene. Chiama.

Chiama chi è stanco delle parole senza carne. Chiama chi avverte che l'educazione ricevuta non è bastata a renderlo vero. Chiama chi sospetta che la cosiddetta libertà moderna abbia spesso prodotto soltanto nuovi schiavi, più sorridenti e più disorientati. Chiama chi sa, nel fondo della propria inquietudine, che non basta criticare il mondo se non si è pronti a mettere in discussione il proprio modo di stare al mondo.

Forse il punto estremo della nostra crisi non è che abbiamo perso l'ordine, ma che abbiamo perso il coraggio della soglia. Vogliamo tutto senza passare per il varco che tutto giudica. Vogliamo la pienezza senza lo spogliamento, la conoscenza senza il rischio, la rinascita senza il rogo. Ma nessuna vita degna di questo nome si apre senza una combustione. Nessuna verità entra in noi senza prima infrangere le impalcature della menzogna. Nessuna autentica trasformazione ci è concessa se continuiamo a restare spettatori del nostro stesso fallimento.

Per questo il problema non è più la società. O almeno, non solo. Il problema è se abbiamo ancora abbastanza fame di verità da non arretrare davanti al fuoco. Se siamo capaci di smettere di guardare sempre fuori, verso i colpevoli, i sintomi, le generazioni, le mode, i disastri, per cominciare finalmente a guardare dentro il punto esatto in cui si decide la nostra fedeltà all'essere.

Tutto il resto è commento.

Tutto il resto è folla.

Tutto il resto è arena.

Ma chi sente che la propria vita non può più accontentarsi dell'arena, prima o poi dovrà chiedersi se ha il coraggio di cercare il tempio. E il tempio, per alcuni, comincia proprio lì: nel varcare la soglia di Il Fuoco dentro.

                                                                                                            

           https://www.onidandre.it/riflessioni/


venerdì 21 agosto 2026

Chi-sono? Segui il link.

https://www.onidandre.it/chi-sono/ Mi chiamo Davide Oscar Andreoni, e la mia voce nasce dove la parola incontra la sua radice più antica.

Non cerco il rumore delle masse: cerco ciò che resta quando il superfluo crolla. Onidandre è il mio laboratorio del pensiero, il luogo in cui l’introspezione diventa suono, e il suono ritorna pensiero.

Attraverso lo studio dei legami tra uomo e natura, attraverso la dizione come gesto di verità, attraverso la poesia come strumento di consapevolezza, accompagno chi ascolta a ritrovare la propria voce interiore. Ogni verso che interpreto è un varco: una soglia tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare.

Se cerchi conforto, qui non lo troverai. Se cerchi radici, macerie, rinascita, allora sei nel posto giusto.

Benvenuto nell’ascolto. Benvenuto nel luogo dove la voce diventa pensiero.

https://www.onidandre.it/riflessioni/

Oltre il ruolo, oltre la maschera: vi racconto:

 

"Il Fuoco Dentro"

: Cosa resta di noi quando smettiamo di guidare gli altri e iniziamo ad ascoltare noi stessi? Un invito a bruciare ciò che non serve più per rinascere.

 

Quante volte vi siete trovati a interpretare un ruolo che la vita, il lavoro o gli altri vi hanno cucito addosso?

Siamo abituati a definire la nostra forza in base a quanto riusciamo a proteggere, guidare o costruire. Diventiamo punti di riferimento per chi ci circonda, ma c'è un momento — un istante preciso — in cui le luci dell'arena si spengono, il brusio del pubblico svanisce e ci ritroviamo di fronte a noi stessi.

".

È esattamente da questo istante che nasce "Il Fuoco Dentro

 

Non è semplicemente una storia di trasformazione: è una parabola moderna di autoconsapevolezza.

La protagonista, che abbiamo imparato a conoscere attraverso le sue sfide, compie un viaggio che si articola in tre grandi tappe interiori:

  1. Il Tempio (L'Incontro con Sé): Dove ha imparato a trovare la propria sovranità, a bastare a sé stessa e ad ascoltare la propria anima.
  2. L'Arena (La Guida e la Visione): Dove ha portato quel fuoco nel mondo, guidando gli altri e assumendosi il peso della responsabilità.
  3. La Porta Unica e il Suk (L'Integrazione e l'Amore Consapevole): Il punto d'arrivo — e di partenza. L'incontro con la realtà imperfetta e con un'altra anima, dove scopre la domanda più difficile: «Chi sei quando non devi guidare nessuno?»

In questo percorso non c'è la pretesa di insegnare o indottrinare. C'è invece un invito a spogliarsi delle armature invisibili che tutti indossiamo quotidianamente.

Ci insegna che

·       La vera libertà non è isolamento, ma la capacità di restare interi anche quando ci apriamo agli altri.

  • L'amore e le relazioni non sono una fusione dove ci si perde, ma uno spazio sacro in cui due presenze integre si incontrano.
  • Rinascere richiede coraggio: bisogna essere disposti a lasciar bruciare le vecchie certezze per fare spazio a ciò che è autentico.

«Non è la fine che ti cambia. È ciò che decidi di fare dopo.» 

Vi lascio con una riflessione che spero vi accompagni nelle prossime ore: qual è la maschera o il ruolo da cui avreste bisogno di prendervi una pausa, anche solo per un momento?

Se sentite che è arrivato il momento di esplorare cosa si nasconde oltre la superficie, vi invito a immergervi tra le pagine di Il Fuoco Dentro.

Scrivetemi nei commenti le vostre impressioni o cosa ne pensate di questo viaggio. Buona lettura!



  Il silenzio è complice. La flessibilità dei principi: una nota sul potere delle piattaforme C'è un momento in cui la contraddizione sm...