Quarta lettera aperta di Onì d'André è indirizzata ai lettori, ai viandanti e a chi pensa che i fatti siano un dettaglio.
Onì d'André Autore de «Il peso del pensiero» e dei cicli filosofici delle
Sei Trilogie www.onidandre.it
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Onì d'André Autore de «Il peso del pensiero» e dei cicli filosofici delle
Sei Trilogie www.onidandre.it
PERCHÉ HO DOVUTO URLARE: LA VERITÀ, IL
RISARCIMENTO E IL CORAGGIO DI CAMBIARE
Terza lettera aperta di Onì d'André ai lettori, ai viandanti e a chi cerca ancora una via d'uscita.
Se avete letto le mie prime due lettere, forse vi sarete sentiti scossi, turbati o persino spaventati. Vi sarete chiesti perché un uomo di ottantadue anni, giunto alla stagione in cui molti scelgono il silenzio, il disincanto o il riposo, abbia deciso di impugnare la penna con tanta ferocia per scagliarla contro i potenti della terra e contro i predicatori dell'Arena mediatica.
Qualcuno avrà pensato all'astio, alla disillusione o al cinismo di chi non
crede più a nulla.
Vi devo una spiegazione sincera: è l'esatto contrario.
Non ho urlato per disprezzo del mondo, ma perché la vita è il dono più
sacro e meraviglioso che Madre Natura potesse concederci. Ed è proprio perché
amo la vita in ogni suo respiro, in ogni suo battito e nella sua fragilità
terrena che non posso sopportare di vederla calpestata, barattata per un barile
di greggio o sacrificata sull'altare di ideologie ipocrite e diplomazie
castrate.
La diplomazia che addormenta, la verità che
sveglia
Ci hanno insegnato che la saggezza consiste nel tacere, nel mediare a ogni
costo, nel trovare formule eleganti per non disturbare i manovratori
dell'Arena. Ma la diplomazia che impera oggi nei palazzi non salva i popoli: li
anestetizza mentre si consuma il banchetto sui loro corpi.
Se ho usato parole taglienti, se ho sbattuto sul tavolo i documenti del
1947, i patti traditi della NATO, le risoluzioni dell'ONU e la rapina dei
fondali a gas, non è stato per fare una lezione accademica. L'ho fatto per
strappare il velo dell'abitudine. Quando l'ingiustizia diventa la norma
quotidiana e la guerra un'abitudine da guardare cenando davanti al televisore,
il sussurro non basta più. Serve un pugno nello stomaco per ricordarci che
sotto quelle macerie ci sono esseri umani come noi, e che ogni silenzio ci
rende complici.
Come si rimedia agli errori della storia? Il
popolo palestinese deve subire per sempre?
Di errori l'uomo ne ha fatti a milioni e continuerà a farne. Ma un errore
riconosciuto impone un risarcimento, non una condanna a vita.
Il popolo palestinese non può continuare a marcire nell'ergastolo a cielo
aperto a cui è stato confinato per espiare colpe europee del secolo scorso. E
allora mi chiederete: «Qual è la soluzione? Da dove si comincia per
rimediare al disastro?».
La soluzione esiste, ma esige il coraggio di abbandonare le menzogne della
finta diplomazia:
1. La
restituzione immediata della sovranità materiale:
Nessuna pace è possibile se un popolo è costretto a vivere di elemosina. Si
riconsegnino immediatamente alla Palestina le chiavi del suo sottosuolo e dei
suoi fondali: il gas di Gaza Marine, l'accesso pieno e libero all'acqua
delle falde montane della Cisgiordania, le cave e le risorse del Mar Morto. I
proventi di quella terra appartengono a chi la abita: servano a ricostruire
case, scuole, ospedali e a garantire la sovranità economica. Un popolo che non
ha pane ed energia propri non sarà mai libero.
2. Il
risarcimento a carico di chi ha creato l'inganno:
Se nel 1947 l'Occidente ha deciso a tavolino la spartizione per lavarsi la
coscienza dei propri forni crematori sulla pelle altrui, siano gli Stati Uniti
e l'Europa a finanziare a fondo perduto la rinascita di quel territorio, invece
di continuare a foraggiare le fabbriche d'armi.
3. Basta con la
farsa dei due Stati: parità assoluta dal Giordano al mare:
La formula dei "due popoli, due Stati" è diventata l'alibi per
costruire colonie e recintare ghetti. L'unica strada degna della civiltà è il
superamento di ogni apartheid: una terra in cui ogni essere umano — arabo o
ebreo — goda degli stessi identici diritti civili, politici e religiosi. Una
persona, un voto. La sicurezza non nasce dai muri di cemento o dalle bombe
al fosforo; nasce dalla giustizia condivisa.
Il disarmo della mente: il vero messaggio de «Il
peso del pensiero»
Le macerie della Palestina, dell'Ucraina o delle nostre città non sono una
fatalità cosmica. Sono lo specchio esteriore del nostro disordine interno.
Per tutta la vita, attraverso le mie sei trilogie — scavando nella durezza
de La pietra, ascoltando Il risveglio dell'humus e cercando
l'armonia ne La danza cosmica —, ho cercato di testimoniare una sola
verità: nessuna terra, nessun dogma e nessun confine vale il sacrificio di un
solo bambino.
Madre Natura ci ha donato il mondo per abitarlo insieme nell'humus della
nostra comune fragilità, non per sbranarci in nome di una bandiera o di un dio
vendicativo inventato dagli uomini.
A chi oggi legge queste righe con il cuore pesante, non chiedo di impugnare
la rabbia, ma di compiere l'atto più difficile e rivoluzionario che esista:
fermarvi. Fermarvi prima di applaudire i potenti, prima di credere ai
conduttori dell'Arena, prima di scegliere un nemico. Guardatevi dentro e
rispondete, senza maschere:
Chi sono?
Dove vado?
Cosa voglio veramente?
Non lasciatevi rubare la limpidezza dello sguardo né la capacità di
indignarvi. Solo un uomo che impara a disarmare la propria presunzione e a
riconoscere il valore sacro dell'altro saprà costruire un domani in cui nessuna
vita sia sacrificabile e nessuna terra strappata con la forza.
Con la speranza intatta di chi crede ancora nell'essere umano,
Onì d'André
Autore de «Il peso del pensiero»
SPEGNETE QUEI
PAGLIACCI: LA STORIA CHE NON HANNO IL CORAGGIO DI RACCONTARVI
Dalla
spartizione del 1947 ai patti traditi della NATO: i documenti storici che
distruggono la propaganda di regime.
IL CIRCO DEI TALK SHOW E L'AMNESIA DI STATO:
PERCHÉ NESSUNO VUOLE GUARDARE LA RADICE
Seconda lettera aperta di Onì d'André: la
complicità dell'informazione e la censura della memoria.
Se lo gradisci puoi ascoltare il testo seguendo questo link: https://youtu.be/_BLN1HA9soM
Dopo aver inchiodato le classi dirigenti alle loro colpe nella prima
lettera aperta, è tempo di puntare il dito contro l'ingranaggio che tiene in
piedi questa gigantesca finzione: l'Arena mediatica e il coro compiacente dei
suoi scribani.
Vi siete mai chiesti perché nei salotti televisivi della prima serata, tra
conduttori ammiccanti ed esperti con la patente del potere, non si pronunci mai
una sola parola che vada alla radice materiale e storica dei conflitti? Perché
le trasmissioni che pretendono di spiegarci il mondo si guardano bene dal
mostrare i documenti ufficiali, le mappe del sottosuolo e i trattati violati?
La risposta è semplice, spietata, indecente: andare alla radice
distruggerebbe la messinscena. L'Arena non è costruita per capire; è costruita
per anestetizzare, dividere in tifoserie e coprire i crimini dei vincitori con
un fragore assordante di chiacchiere.
La censura del giorno prima: come si fabbrica la
bugia
Il trucco mediatico è sempre lo stesso, identico e collaudato: cancellare
tutto ciò che è accaduto prima dell'istante che fa comodo al potere.
·
Sulla Palestina, l'orologio della televisione
parte immancabilmente dall'attacco del 7 ottobre. Tutto il resto deve sparire
nel nulla: vietato citare la spartizione coloniale del 1947 (Risoluzione 181
dell'ONU), cancellata l'espulsione forzata della Nakba, rimosso il
regime militare che dal 1995 strangola l'Area C in Cisgiordania, silenziati i
rapporti ufficiali dell'UNCTAD che certificano il sequestro del gas di Gaza
Marine e dell'acqua potabile. Lo spettatore deve credere a una favola
primitiva: un popolo di fanatici senza terra che odia la democrazia per
capriccio divino, e un governo occupante che si limita a
"difendersi".
·
Sull'Ucraina, l'orologio si accende
categoricamente il 24 febbraio 2022. Anche qui, la storia pregressa viene
gettata nel tritacarne: guai a ricordare i verbali declassificati del 1990 con
la promessa atlantica di "non espandersi di un pollice verso est";
guai a menzionare gli avvertimenti diplomatici lanciati per quindici anni da
Mosca contro le basi NATO a ridosso del confine; guai a riportare le ammissioni
pubbliche di Angela Merkel e François Hollande, che hanno confessato
apertamente come gli Accordi di Minsk del 2015 fossero solo una farsa per
"comprare tempo" e armare l'esercito ucraino.
Se racconti l'antefatto, sei costretto a fare i conti con la geopolitica
reale e con le colpe dell'Occidente. Se cancelli la storia, puoi limitarti a
vendere il copione hollywoodiano dei buoni contro i cattivi.
Il ricatto morale contro il pensiero critico
Chiunque provi a rompere questa gabbia viene immediatamente azzannato
dall'apparato.
Se mostri le risoluzioni ONU sulle risorse negate a Gaza, vieni bollato
come fiancheggiatore del terrore; se analizzi la sindrome d'accerchiamento e le
ragioni strategiche della Russia, vieni radiato come nemico della civiltà. È il
terrore dell'etichetta, l'arma perfetta dei conformisti per impedire a chiunque
di accendere il cervello.
E cosa si fa mentre i popoli muoiono sotto i bombardamenti? Si celebrano le
"elezioni democratiche" in Israele, fingendo che siano un trionfo di
libertà, nascondendo al pubblico che a quel voto partecipano i coloni che
rubano la terra ma non hanno diritto di voto i milioni di palestinesi che su
quella stessa terra sono rinchiusi dietro i reticolati. Si parla di democrazia
con il bavaglio degli oppressi stretto al collo.
L'odore dei soldi dietro il paravento etico
Perché tanta omertà nei talk show? Perché i media non sono entità astratte:
appartengono a conglomerati industriali, a colossi dell'energia e a gruppi
finanziari legati a doppio filo all'asse atlantico e alle commesse del riarmo.
Parlare della realtà significa svelare il vero motore delle guerre:
·
Significa mostrare che la spartizione del Medio
Oriente serve a blindare le rotte marittime, il monopolio dei fondali a gas e
il controllo dell'acqua;
·
Significa ammettere che la distruzione
dell'Ucraina è servita a recidere i legami industriali ed energetici tra Europa
e Russia, costringendo i nostri Paesi a comprare il gas liquefatto americano a
prezzi triplicati;
·
Significa rivelare che mentre i cimiteri si
riempiono, le multinazionali della finanza e della ricostruzione hanno già le
planimetrie pronte per lucrare sulle macerie.
Il dovere di spegnere l'Arena
Ne Il peso del pensiero ho scritto che non esiste democrazia senza
verità, e che l'uomo civilizzato ha sempre usato le parole più nobili per
compiere i massacri più infami.
A ottantadue anni dico a chi mi legge: spegnete l'Arena televisiva.
Smettetela di farvi imboccare da scribani prezzolati e conduttori senza spina
dorsale, incapaci di un solo pensiero libero. Aprite i libri, leggete i
trattati, andate a controllare i bilanci e le mappe delle risorse.
Solo quando smetteremo di delegare il nostro giudizio al frastuono
dell'intrattenimento di regime potremo riacquistare la nostra dignità di esseri
umani e porci, finalmente, la sola domanda che fa tremare ogni tirannia: a chi
giova tutto questo sangue?
Onì d'André
Autore de «Il peso del pensiero» e dei cicli filosofici delle Sei Trilogie
www.onidandre.it
Ora che avete letto i fatti e i documenti, avete
due scelte: continuare a fare finta di niente come dopo la prima lettera,
oppure avere il coraggio di scrivere qui sotto cosa ne pensate. Il silenzio è
già una complicità».
https://www.onidandre.it/la-porta-unica/
GIÙ LE MANI DA GAZA: IL TRAMONTO DELL’ARROGANZA
IMPERIALE
Lettera aperta di Onì d'André ai signori della
guerra e ai predicatori di democrazie armate. a Mis Melania, che ha tanto a cuore la
guerra Russia–Ucraina ed il suo consorte Mr. Tramp, attuale presidente degli
Stati Uniti d’America, a tutti Capi di Governo, con particolare riferimento a
quelli europei che hanno un grosso peso sulla coscienza, a tutti i movimenti proPal
disseminati in Europa ed allo stimato giornalista Paulo del Debbio, conduttore
della trasmissione “Dritto e Rovescio. con la speranza di aver la possibilità
di aprire un dibattito sull’argomento.
C’è un limite oltre il quale la diplomazia cessa di essere mediazione e si
trasforma in pura, oscena complicità. Quel limite è stato superato da tempo,
sotto gli occhi anestetizzati di un’opinione pubblica abituata a considerare il
diritto internazionale come un menù a scelta: obbligatorio per i nemici
dell'impero, carta straccia per gli alleati di ferro.
A chi oggi, da oltreoceano o dai palazzi del potere occidentale, pretende
ancora di ridisegnare il destino dei popoli con la sicumera del padrone di
casa, bisogna gridarlo in faccia senza mezzi termini:
Giù le mani da Gaza.
Quello è territorio palestinese.
Il vostro tanto amato protettorato portatevelo nei vostri sterminati
territori, invece di continuare a far pagare il conto della storia a un popolo
innocente.
La colpa originale e il furto del tesoro
Non esistono alibi per chi conosce la storia scritta nei documenti e non
sui manifesti elettorali.
Nel 1947, con la Risoluzione 181 dell'Assemblea Generale dell'ONU, le
potenze uscite dalla Seconda guerra mondiale decisero di spezzare una terra
millenaria. L’Europa, sopraffatta dall'orrore della Shoah ma troppo pavida per
aprire le proprie frontiere ai sopravvissuti, scelse la scorciatoia
diplomatica: lavarsi la coscienza scaricando il proprio rimorso secolare su una
popolazione araba autoctona che con i forni crematori non aveva nulla a che
spartire. Chiamarono "diplomazia" la confisca; chiamarono "sicurezza"
la dispersione forzata di centinaia di migliaia di esseri umani.
Ma a rendere intoccabile quella spartizione non è stata una presunta
promessa divina: è la materialità spietata delle risorse.
Sotto i cimiteri di macerie di Gaza e lungo la costa giacciono oltre 30
miliardi di metri cubi di gas naturale certificati (Gaza Marine). Sotto
le rocce della Cisgiordania scorrono i bacini acquiferi più pregiati della
regione e riserve di greggio. Da decenni, con ordinanze militari e blocchi
navali, a quel popolo è proibito persino estrarre un metro cubo del proprio gas
o scavare un pozzo d'acqua per dissetarsi.
La formula è scientifica: un popolo spogliato del proprio sottosuolo è un
popolo ridotto alla fame; e un popolo affamato dipende dai visti, dai pacchi
alimentari dell'ONU e dai veti incrociati di Washington.
L'inganno dell'esportazione democratica: la
lezione dell'Iran
La stessa presunzione cieca pretende oggi di dettare legge a Teheran.
Si agita lo spettro del cambio di regime, si invocano sanzioni che affamano
la popolazione civile e si prepara il terreno per l'ennesima crociata,
mascherando gli appetiti geopolitici dietro la foglia di fico dei diritti
civili.
Lasciate che l'Iran si scelga la sua strada.
Se quel popolo, pur attraversato da ferite e proteste interne, è retto da
un sistema che non risponde ai vostri standard o ai vostri consigli
d'amministrazione, non è compito vostro portarvi la vostra democrazia.
Ogni volta che l'Occidente ha preteso di esportare la propria idea di
libertà con i bombardieri e le operazioni coperte, ha generato solo macerie e
dittature peggiori. Hanno dimenticato il 1953, quando la CIA e i servizi
britannici rovesciarono il governo laico e democraticamente eletto di Mohammad
Mossadeq solo perché aveva osato nazionalizzare il petrolio iraniano,
restaurando la tirannia dello Scià e covando la rivoluzione che ne seguì. Hanno
dimenticato le menzogne sulle armi di distruzione di massa in Iraq nel 2003.
Hanno dimenticato la distruzione della Libia nel 2011 e il disastro ventennale
in Afghanistan.
La Carta delle Nazioni Unite (Art. 2, par. 7) vieta esplicitamente
l'ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani. Non siete i giudici
morali del pianeta; siete soltanto gli amministratori di un'egemonia che non sa
fare i conti con il proprio declino.
L'innesto coloniale e la revoca di un diritto
inesistente
Parliamoci chiaro, senza le perifrasi ipocrite della diplomazia: la
presenza stessa di uno Stato d'Israele su quella terra è un'usurpazione che non
ha mai avuto titolo giuridico né morale.
Non si tratta soltanto di ritirarsi oltre i confini del 1967, di sgomberare
le colonie in Cisgiordania o di togliere il blocco navale da Gaza. Si tratta di
riconoscere il peccato originale: nel 1947 avete confiscato una terra che
apparteneva a un altro popolo per collocarvi a forza un'entità statale
estranea. L'Europa e l'America avevano un debito morale verso il popolo ebraico
per l'abisso della Shoah? Ebbene, quel debito dovevano saldarlo donando una
porzione del proprio territorio.
Gli Stati Uniti hanno milioni di chilometri quadrati di spazio e terre
sconfinate; l'Europa aveva l'obbligo storico di fare spazio a casa propria a
chi aveva perseguitato per secoli. Invece avete preferito la scorciatoia più
infame: fare i generosi con la casa degli altri, scaricando il vostro senso di
colpa su contadini, famiglie e comunità palestinesi che non avevano alcuna
colpa.
Se tanto amate Israele, prendetevelo. Portatevelo nei vostri territori.
Costruitelo in Texas, in Germania, o nelle grandi pianure d'oltreoceano a spese
vostre. Quella striscia di terra dal Giordano al mare appartiene alla
Palestina: ogni metro quadro sottratto dal 1947 a oggi è frutto di un furto
armato, e nessun trattato di pace, nessuna risoluzione truccata potrà mai
legittimare l'esistenza di uno Stato coloniale imposto sopra la tomba dei suoi
legittimi proprietari.
La fine dell'arroganza
È ora di finirla con questa arroganza becera che vi ha sempre
contraddistinto. Il mondo non è la vostra colonia e i popoli non sono pedine da
spostare sulle vostre scacchiere finanziarie ed energetiche.
Nel mio libro Il peso del pensiero ho ricordato che non vi è
democrazia autentica senza verità, e che ogni guerra nasce dal rifiuto
dell'uomo di fare i conti con la propria ombra.
Prima di pretendere di civilizzare gli altri popoli o di spartirvi le
ricchezze dei loro sottosuoli, fermatevi e guardatevi le mani insanguinate.
Rispondete, se ne avete ancora il coraggio, alle sole domande che contano per
chi vuole dirsi umano:
Chi siete? Dove state andando? Cosa volete veramente, oltre al dominio e
all'oro degli altri?
Finché la risposta sarà l'imposizione della forza, la vostra democrazia
resterà una menzogna armata e la storia non vi riserverà alcuna assoluzione.
Onì d'André
Autore de «Il peso del pensiero» e dei cicli filosofici delle Sei Trilogie
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LA VETRINA SFONDATA E IL VUOTO DEI MAESTRI
Da dove nascono i predatori di tredici anni: la
resa dell'adulto e la religione del consumo
Basta con le favole della sociologia da salotto. Smettetela di chiamarla
"protesta politica", "disagio giovanile" o "guerra tra
poveri".
Quello a cui abbiamo assistito nelle strade di Milano non è l'inizio di una
rivoluzione, ma l'epilogo marcio di una civiltà che ha smesso di educare.
Quando un ragazzino di tredici o quattordici anni scende in piazza con la scusa
del carovita solo per spaccare una vetrina, sradicare un arredo urbano e
scappare con una scatola di scarpe griffate sotto il braccio, non sta sfidando
il sistema: sta obbedendo ciecamente all'unico comandamento che il sistema gli
ha insegnato.
Il mostro partorito dal consumo
Ci si scandalizza per il fenomeno dei cosiddetti "maranza", per
la spietata aridità di adolescenti che si muovono in branco e calpestano la
città con la voracità di piccoli predatori. Ma chi li ha creati? Da dove
sbucano questi figli della violenza gratuita?
Non vengono da Marte. Sono il prodotto finito della nostra ipocrisia.
Abbiamo costruito una società che ha cancellato l'anima, il legame con la
terra, la sacralità della materia e il valore della riflessione, sostituendoli
con un'unica, brutale teologia: il possesso. Abbiamo martellato le loro menti
fin dalla culla con l'inganno che l'individuo vale solo per ciò che indossa,
per il logo che esibisce, per l'apparenza che riesce a monetizzare su uno
schermo.
A un tredicenne cresciuto in questo deserto morale avete tolto la dignità
del pensiero e gli avete imposto il dogma dell'avere a ogni costo. E quando chi
non ha i mezzi per comprare l'idolo decide di prenderselo con una spranga, vi
scandalizzate? Quella spranga non è ribellione: è l'applicazione brutale e
animalesca delle vostre stesse regole di mercato.
L'adulto inibito: l'educatore senza spina dorsale
La colpa non è di chi ha tredici anni. La colpa è di una generazione di
adulti che ha abdicato al proprio ruolo per vigliaccheria.
Come può pretendere di educare un adulto che è lui stesso il primo a vivere
nell'ansia, nell'inibizione, nella dipendenza dal consenso altrui? Genitori
terrorizzati dal dire un "no", educatori ridotti a burocrati
stipendiati che si adattano al conformismo per non avere problemi, maestri che
hanno paura dello sguardo dei propri allievi.
Abbiamo cresciuto una classe di adulti bloccati dai tabù, incapaci di
vivere la propria corporeità, la propria sessualità e la propria sfera emotiva
con serenità e sacralità. Adulti che non hanno mai avuto il coraggio di
scendere nel proprio inferno interiore per fare pace con le proprie ombre. E
chi non conosce se stesso non può guidare nessuno. Chi vive nella gabbia della
propria insicurezza non può insegnare a un giovane a essere libero. Quando
l'autorità morale indietreggia, la giungla avanza.
La solitudine del testimone
In decenni di indagine interiore e di scrittura ho cercato di dare
l'allarme.
Ne Il Tempio e l'Arena ho sezionato l'inganno del consenso di massa
e la manipolazione delle coscienze; nel mio manuale sull'educazione ho tentato
di strappare il corpo e l'istinto alla volgarità per restituire loro la luce
della consapevolezza; nel Trittico della marginalità ho mappato le crepe
di una società che produce scarti per poi fingere di non vederli.
Tutto è caduto nel silenzio complice dell'Arena. I custodi del perbenismo
hanno preferito voltare lo sguardo, etichettando la verità come scomoda o
scandalosa. Troppo faticoso mettere in discussione il sistema educativo; troppo
pericoloso insegnare ai ragazzi a pensare con la propria testa, a dominare i
propri istinti e a rifiutare la tirannia delle vetrine.
A cosa serve allora testimoniare? Serve a ricordare che i disastri
annunciati non sono fatalità.
I vetri infranti di piazza Duomo non sono solo cristalli di un negozio:
sono lo specchio in frantumi di un'umanità che alleva piccoli barbari
consumisti perché ha smarrito il coraggio di essere maestra di vita.
Finché non
avremo la forza di disarmare l'ipocrisia degli adulti e di rimettere al centro
l'etica, il rispetto e l'autentica conoscenza di sé, non basteranno tutti i
reparti antisommossa del mondo: continueremo a raccogliere per strada i cocci
della nostra irresponsabilità.
Onì d'André
Autore de «Il peso del pensiero» e de «Il Tempio e l'Arena»
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