L’Arena dei
manichini: se l’ipocrisia digitale uccide il pensiero
C'è un silenzio
che fa più rumore di mille grida: è il silenzio di chi, pur chiamandosi
"amico" sulle piattaforme digitali, non ha il tempo, la voglia o la
profondità di guardare oltre la superficie. Recentemente ho invitato la mia
rete di contatti a varcare la soglia del mio operato, a entrare nel mio sito
per un confronto autentico. Il risultato? Un vuoto pneumatico fatto di scroll
infiniti e cuori pronti all'uso, ma privi di anima.
Questo
"buco nell'acqua" non è una semplice distrazione individuale: è il
successo di un sistema scientificamente progettato per castrare il pensiero
critico e declassare il legame umano a merce di scambio.
Dalla sacralità
al consumo: la recita dei social
Un tempo
l'amicizia era un concetto sacrale, un patto di presenza e ascolto. Oggi,
nell’epoca dei "mi piace" compulsivi, siamo diventati spettatori
distratti di esistenze messe in scena. Navighiamo in un mare di fango tra
Facebook, Instagram e Nextdoor, dove l'ipocrisia è la moneta ufficiale.
Tutti pronti a
fingersi empatici, a postare bandiere o sbandierare solidarietà a buon mercato.
Ma provate a chiedere attenzione vera; provate a chiedere a questi
"amici" di leggere, di riflettere, di confrontarsi con la
complessità. Il risultato è il vuoto. La massa digitale non vuole la verità;
vuole solo uno specchio che rassicuri la propria mediocrità.
Il giornalismo
da riporto e la città identitaria
Questa deriva
non sarebbe possibile senza la complicità del giornalismo di regime. Quella che
dovrebbe essere la voce della verità ne è diventata il becchino. Oggi
l'informazione non indaga, non scava nel fango: si limita a copiare e incollare
il dettato del potere.
È un esercito
di penne prezzolate, occupate a mantenere il decoro di una "città
identitaria" fittizia che esiste solo nei loro titoli celebrativi. Mentre
la marginalità divora le periferie dell'anima, la stampa banchetta alla tavola
dei potenti, ignorando deliberatamente chi tenta di squarciare il velo.
Preferiscono l'Arena — dove ci si scontra per banalità — al Tempio, dove si
coltiva il pensiero.
Oltre la
maschera: la scelta del fango
Il mio
"Trittico della Marginalità" nasce da qui: dalla necessità di
denunciare una società che urla "apertura" ma chiude le porte
all'autenticità non manipolata. Restare nel Tempio del pensiero sacro mentre
intorno infuria l'Arena dei manichini non è un fallimento, è un certificato di
onestà intellettuale.
Essere ignorati
da questo sistema significa non essere diventati come loro. Continuerò a
scrivere e a scavare nel fango, perché solo riconoscendo la ferita possiamo
sperare di guarirla. Scrivo per denunciare che questa società non è solo
malata, è complice. La verità abita fuori dagli schermi e lontano dalle
redazioni asservite.
E voi? Sentite
ancora il peso della parola Amicizia o vi siete rassegnati alla sua versione
digitale?
Onì d’André