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sabato 5 settembre 2026

 

Il silenzio è complice.

La flessibilità dei principi: una nota sul potere delle piattaforme
C'è un momento in cui la contraddizione smette di essere un errore e diventa struttura. Non più un incidente da segnalare, ma la logica stessa del sistema. È il momento in cui ci si rende conto che le regole non sono fatte per essere coerenti, ma per essere funzionali. Funzionali a chi le impone, non a chi le subisce.
Mi è capitato di sperimentare questa logica sulla mia pelle, e non la racconto per ottenere giustizia. La racconto perché il silenzio su queste dinamiche è complicità, e perché chi scrive ha ancora l'obbligo di nominare ciò che i meccanismi preferirebbero lasciare senza nome.
Il fatto
Per anni ho pubblicato con Amazon KDP. Il servizio di self-publishing del colosso americano mi permetteva di gestire direttamente i miei testi, di curarne la forma, di seguirne il percorso. Avevo circa una decina di pubblicazioni attive, un flusso regolare, una presenza costruita con la pazienza che il lavoro di scrittura richiede. Poi ho pubblicato un testo intitolato Godete dunque.
La risposta di Amazon è stata immediata e definitiva: chiusura dell'account, annullamento di tutte le pubblicazioni precedenti, cancellazione di anni di lavoro con un singolo atto amministrativo. Il motivo addotto? Il contenuto non rispettava i principi della piattaforma.
Ho insistito, ho scritto, ho chiesto spiegazioni dettagliate. Vane. Il principio era stato violato, e il principio non ammetteva discussione. Non c'era interlocutore, non c'era appello, non c'era possibilità di confronto. La decisione era stata presa da un algoritmo o da un operatore invisibile, e la sua irrevocabilità era il segno del potere: non serve che tu capisca, serve che tu accetti.
Ho allora portato Godete dunque a Passione Scrittore, casa editrice che ha valutato il manoscritto, lo ha pubblicato, lo ha distribuito attraverso i canali consueti. E oggi, se entrate su Amazon.it, trovate lo stesso testo. Stesso contenuto, stesse parole, stessa anima. Solo un ISBN diverso: 9788833775135. Stessa piattaforma che mi aveva espulso, ora pubblicizza e vende ciò che aveva giudicato inaccettabile.
La contraddizione non è errore
Qui si apre il nodo. Non sto denunciando un malfunzionamento, un'ingiustizia da correggere, un errore da sanare. Sto descrivendo una logica. Amazon KDP e Amazon.it sono canali diversi, regolamenti diversi, rischi diversi. Ma il nome è lo stesso, la piattaforma è la stessa, l'utente finale non distingue. E i principi? I principi si adattano.
Quando il contenuto arriva da un autore indipendente, direttamente responsabile, la cautela è massima. Un algoritmo o un revisore può decidere in pochi secondi che qualcosa non va, e l'autore non ha diritto di replica. Quando lo stesso contenuto arriva da un editore terzo, la valutazione cambia. L'editore è un partner commerciale, un interlocutore strutturale, un garante di volume. Il rischio legale e reputazionale si distribuisce. E allora lo stesso testo, giudicato inaccettabile in una forma, diventa perfettamente lecito in un'altra.
Non è ipocrisia individuale di qualche dirigente. È struttura economica. Le piattaforme non sono spazi pubblici, sono proprietà private che simulano agorà. Fanno le regole, le cambiano, le applicano a seconda del tornaconto. E i principi che invocano non sono principi nel senso etico del termine: sono filtri di rischio calibrati sulla relazione commerciale, non sulla sostanza del contenuto.
La lezione per chi scrive
Per l'autore indipendente la conseguenza è concreta. Non si tratta solo di una chiusura, di una cancellazione, di un danno economico difficilmente quantificabile. Si tratta di una forma di precarietà invisibile, che non ha nome nei contratti ma che condiziona profondamente il lavoro. L'autore che pubblica da solo è esposto a decisioni arbitrarie, irrevocabili, non impugnabili. Non ha sindacato, non ha contratto, non ha interlocutore. Ha solo i termini di servizio, che ha accettato senza negoziazione e che può essere modificati unilateralmente in qualsiasi momento.
Questo non significa che l'auto-pubblicazione sia sbagliata. Significa che chi la pratica deve sapere in cosa entra. Deve sapere che la visibilità che la piattaforma offre è concessa, non dovuta. E che può essere revocata per motivi che non verranno mai spiegati davvero.
Ma c'è una lezione più ampia, che riguarda non solo gli autori ma chiunque produca contenuti in spazi altrui. La piattaforma non è un luogo neutrale. Ha interessi, strategie, logiche interne che non coincidono con quelle di chi la usa. E la sua parvenza di apertura, di democrazia, di opportunità, maschera una concentrazione di potere senza precedenti nella storia editoriale. Mai prima d'ora un singolo soggetto ha controllato così tante porte di accesso ai lettori. Mai prima d'ora la decisione su ciò che è visibile o invisibile, lecito o illecito, presente o cancellato, è stata così centralizzata e così poco trasparente.
Il Tempio e l'Arena
In Il Richiamo, Luca attraversa il Tempio e l'Arena. Il Tempio è la solitudine trasformativa, il luogo in cui si impara a distinguere tra ciò che si indossa e ciò che si è. L'Arena è il peso della responsabilità, la prova del comando, la scoperta che il coraggio non è dimostrare chi si è di fronte agli altri, ma accettare chi resta quando ogni ruolo cade.
Questa struttura mi ha accompagnato anche in questa vicenda. Amazon KDP è stato il mio Tempio: uno spazio apparentemente protetto, in cui credevo di costruire con autonomia. La chiusura dell'account è stata l'Arena: il momento in cui la protezione cade, il ruolo viene revocato, e devi confrontarti con la realtà nuda del potere altrui. Non c'era più la veste dell'autore indipendente, la maschera del controllore del proprio destino. Restava solo la domanda: chi sei, quando ciò che ti definiva ti viene tolto?
La risposta, per Luca come per chi scrive, non può essere la vendetta o il rancore. Deve essere la trasformazione. Il passaggio attraverso l'Arena non serve a distruggere chi ti ha sfidato, ma a scoprire se hai ancora una voce quando la piattaforma ti nega la parola. E la voce, fortunatamente, non è proprietà di Amazon. Non è proprietà di nessuna piattaforma. Appartiene a chi la coltiva, la pratica, la difende.
Ho portato Godete dunque a Passione Scrittore. Ho trovato un'altra strada, più lenta, più faticosa, meno visibile, ma più solida. E ho capito che l'Arena non è il nemico: è il luogo in cui si misura se ciò che crediamo di essere resiste alla prova del mondo.
La scelta di non tacere
C'è un aspetto che mi ha colpito più della chiusura stessa: il silenzio che l'ha accompagnata. Nessun articolo, nessuna discussione, nessuna solidarietà organizzata. La cancellazione di un autore è un evento privato, gestito tra l'autore e la piattaforma, e il pubblico non lo sa nemmeno. Non c'è processo, non c'è sentenza pubblica, non c'è possibilità di appello. E l'autore, spesso, non racconta la propria storia per paura di apparire querelante, o per vergogna, o per la consapevolezza che contro un colosso le parole individuali contano poco.
Ma il silenzio è complicità. Ogni volta che un autore non racconta, la piattaforma può ripetere. Ogni volta che il pubblico non sa, la logica resta invisibile. E la logica invisibile è la più difficile da contrastare, perché non ha bisogno di difendersi: non viene nemmeno nominata.
Per questo ho deciso di scrivere questa nota. Non per ottenere la riapertura del mio account KDP, che non chiederò nemmeno più. Non per un risarcimento, che sarebbe irrisorio rispetto al danno simbolico. Ma per aggiungere una voce a un discorso che dovrebbe essere più ampio: il discorso su chi controlla l'accesso alla parola, con quali criteri, con quali contraddizioni, con quali costi per chi scrive.
La coerenza come lusso
C'è un'ultima riflessione, più personale. Quando ho visto Godete dunque pubblicizzato su Amazon.it, con ISBN diverso ma stesso contenuto, ho provato non rabbia ma una specie di stanchezza lucida. La stanchezza di chi comprende che la coerenza non è un valore del sistema, ma un lusso che il sistema non può permettersi. Amazon non ha bisogno di essere coerente tra KDP e marketplace. Ha bisogno di funzionare. E funziona meglio se applica standard diversi a relazioni diverse, se punisce l'autore esposto e gratifica l'editore strutturato, se parla di principi quando conviene e di opportunità commerciali quando serve.
Non è malizia. È solo il modo in cui il potere si organizza quando non è tenuto a rendere conto a nessuno. E il problema non è Amazon in sé: è la concentrazione di potere che rende possibile questa logica, la mancanza di alternative reali, l'assenza di regolamentazione pubblica capace di bilanciare la forza privata.
Cosa resta
Resta il lavoro. Resta la parola. Resta la necessità di costruire spazi propri, relazioni proprie, canali propri. Non per romanticismo, per sopravvivenza. Passione Scrittore ha dimostrato che un'altra strada è possibile: più lenta, più faticosa, meno visibile, ma più solida. E io continuerò a scrivere, a pubblicare, a cercare lettori che non si accontentino di algoritmi.
Ma continuerò anche a nominare. A dire che lo stesso testo, giudicato inaccettabile da una parte della stessa azienda, è venduto da un'altra parte della stessa azienda. Non per vendetta. Per memoria. Perché chi scrive ha ancora, almeno per ora, il diritto di documentare. E perché la memoria, anche quando non cambia il potere, cambia chi la possiede.
Non è la fine che ti cambia. È ciò che decidi di fare dopo.
Ho attraversato il Tempio. Ho resistito nell'Arena. E ho deciso di non tacere.

                                                                                                         Onì d’André

venerdì 4 settembre 2026

 




 

Il Fuoco delle Trilogie

Quando ho cominciato a scrivere, credevo di raccontare una storia. Oggi quel percorso si compone in sei trilogie, e solo ora comprendo cosa stavo cercando: non la fine di una vicenda, ma l'attraversamento di una domanda. Come si fa a restare interi mentre il mondo chiede di aprire il cuore?


Il Richiamo è la solitudine che chiama. Il Fuoco Dentro è la prova del coraggio. La Perversione è il rovescio della trasformazione. La Vita è il fuoco personale che si confronta con il collettivo. La Rinascita è la temporalità stratificata. E l'ultimo Il Richiamo è il compimento, l'invito a ricominciare.

Ognuna è autonoma. Insieme compongono una filosofia della trasformazione, narrata attraverso il corpo, il sentimento, la parola.

Non è la fine che ti cambia. È ciò che decidi di fare dopo.


mercoledì 2 settembre 2026

 

La gelosia e il limite del nostro sguardo.



 Perché la paura deforma l'amore.

Molte volte non siamo gelosi per ciò che il nostro partner fa, ma per il significato che la nostra paura attribuisce ai suoi gesti. La gelosia non dice la verità dell'altro: rivela il limite del nostro sguardo.

La prova di Luca: amare senza possedere

Ne Il richiamo (dalla Trilogia del richiamo), Luca vive un momento di profonda verità. Di fronte al desiderio di Sofia di vivere un'esperienza con il Danzatore Cosmico, potrebbe reagire come farebbero in molti:

  • Sentirsi sminuito o messo da parte.
  • Leggere quel desiderio come la prova di non bastare.
  • Trasformare il proprio dolore in un'accusa.

E invece, pur dentro la tempesta del conflitto, Luca sceglie di non negare la libertà di Sofia.

Il valore del suo gesto non sta nel non provare dolore, ma nel non trasformare quel dolore in una legge. Capisce che amare non significa possedere ogni esperienza dell'altro, né pretendere che ogni suo desiderio debba passare da noi.

Il cortocircuito dell'interpretazione

La gelosia non nasce quasi mai dai fatti, ma dall'interpretazione che ne diamo:

  • L'autonomia dell'altro diventa distanza.
  • Un desiderio personale diventa rifiuto.
  • La sua ricerca diventa un giudizio su di noi.

Smettiamo di vedere la persona che abbiamo accanto e iniziamo a vedere solo la nostra paura riflessa nei suoi movimenti.

Vorremmo che l'amore fosse una garanzia contro l'incertezza, una conferma continua della nostra centralità. Ma l'altro rimane libero. Ha una coscienza e un percorso che non coincidono con il nostro bisogno di sicurezza.

    

Quando il dolore non è un torto

Soffriamo e subito pensiamo che il dolore ci dia ragione. Temiamo e crediamo che il timore coincida con la verità. Ma non tutto ciò che ci ferisce è un torto, e non tutto ciò che ci disorienta è un tradimento.

Spesso è solo il momento in cui scopriamo che l'altro non coincide con l'immagine ideale che ci eravamo fatti di lui.

Molte relazioni finiscono non per ciò che accade davvero, ma per i film mentali scritti dalla paura:

  1. Un silenzio diventa un rifiuto.
  2. Una distanza temporanea diventa un abbandono.
  3. Un'esigenza personale diventa una smentita dell'amore.

Una possibilità più alta

La gelosia è la spia che mostra dove confondiamo l'amore con la conferma e la vicinanza con il possesso. Rivelando quanto facciamo fatica ad accettare che chi amiamo resti libero senza che quella libertà diventi per noi una minaccia.

La strada mostrata da Luca propone un salto di qualità: sentire la gelosia senza obbedirle, attraversarla senza farne una legge, riconoscerla senza trasformarla in verità.

È esattamente qui che la relazione smette di essere controllo e comincia, finalmente, a diventare amore.

 

  Per approfondire:https://www.onidandre.it/riflessioni/

sabato 29 agosto 2026


 

Il Parlamento degli orticelli:


come la politica ha smarrito il popolo.

Perché non riesco più a vederla come il luogo in cui un Paese costruisce il proprio futuro. La guardo e mi sembra una piazza a fine mercato: quando a terra restano solo mormorii, carte sporche e odore di merce.

E mi chiedo: dove è finito il popolo? Dove è finita la vergogna?

Non è rancore, è delusione. La sensazione che la politica non sia più il luogo della responsabilità, ma il teatro di una frammentazione che nessuno vuole ricomporre.

Tanti piccoli recinti, nessuna visione

Oggi vediamo partiti fragili ed esponenti votati da pochissime persone parlare come se avessero in mano il destino del mondo. Ognuno si presenta come il salvatore, ma dietro ai grandi proclami c'è solo un piccolo pezzo che pretende di valere per il tutto.

Non è pluralismo: è l'idolatria del proprio orticello.

  • Il partito non è più uno strumento per servire il Paese, ma un recinto da difendere.
  • Il compromesso non è più la ricerca di una soluzione alta, ma la pura arte del rinvio e del sotterfugio.
  • La politica si proclama custode dell'interesse nazionale, ma nei fatti contratta solo poltrone, visibilità e sopravvivenza.

Il vero pericolo: la politica ci educa male

Il dramma vero è che questo modo di fare politica insegna il proprio vizio a tutti noi:

  1. Se chi governa pensa solo per recinti, anche i cittadini impareranno a pensare solo al proprio orticello.
  2. Se chi cerca il potere si muove per convenienza, l'elettore chiamerà "saggezza" il proprio tornaconto personale.
  3. Se il partito pensa solo ai suoi fedeli, la società si divide in tifoserie, paure e interessi di parte.

Così la politica cessa di unire un popolo e finisce per organizzarne la divisione.

Tra il Tempio e l'Arena

Il problema non è solo politico: è morale e culturale. Possiamo dividere il modo di stare al mondo in due immagini:

  • L'Arena: il luogo del rumore, degli applausi facili, dei sondaggi e della ricerca continua di visibilità.
  • Il Tempio: il luogo della responsabilità, del limite, del silenzio e della capacità di prendere decisioni anche impopolari ma giuste.

La politica italiana è diventata un'immensa arena che ha dimenticato l'esistenza del tempio. E quando il tempio interiore crolla, l'arena diventa irresistibile: chi non sa più stare con la propria coscienza cerca subito un pubblico da accontentare.

L'orticello dentro di noi

Sarebbe facile prendersela solo con i politici. Ma loro sono solo lo specchio ingrandito di ciò che siamo diventati noi.

Il "Parlamento degli orticelli" non è solo a Roma:

  • È nelle nostre abitudini quotidiane.
  • È nel nostro cercare l'approvazione facile invece della verità.
  • È nel guardare all'altro come a un concorrente o a una minaccia, invece che come a un compagno di strada.

Un popolo che guarda solo al proprio interesse non eleggerà mai uomini di Stato. Eleggerà, al massimo, gli amministratori delle proprie divisioni.

Finché non ritroveremo un valore comune per cui valga la pena impegnarsi, continueremo ad affollare l'arena credendo di fare politica, mentre stiamo solo imparando a dividerci sempre di più.

Per approndire:https://www.onidandre.it/riflessioni/

 

Tutti parlano di libertà, nessuno vuole il fuoco


        Viviamo in un’epoca che ha fatto della parola libertà il proprio idolo più comodo e della verità il suo sacrificio più frequente. La rivendichiamo tutti, ma quasi nessuno è disposto a sostenerne il peso reale. Abbiamo scambiato la vera libertà — che richiede forma, responsabilità e coraggio interiore — con il semplice capriccio e la rimozione di ogni limite.

L’illusione della distruzione

Ha prevalso la rottura sulla maturazione. Ci siamo illusi che bastasse dissacrare per essere vivi e infrangere vincoli per scoprire chi siamo. Ma distruggere i limiti senza un’anima capace di reggere il vuoto non genera uomini più alti: genera individui fragili, smarriti ed esposti alla menzogna.

Questa povertà viene da lontano: generazioni che hanno predicato la liberazione scambiando ogni proibizione per oppressione. Hanno cercato l'amore libero lasciando in eredità la sua dissipazione, e battendosi contro l'ipocrisia hanno smarrito il senso del sacro. Oggi raccogliamo quel frutti: un dolore diffuso che non diventa conoscenza, ma si trasforma in rumore, sfogo, violenza o apatia.

La fuga dalla responsabilità

Inutile incolpare solo i giovani. Essi sono il prodotto di una cultura adulta che ha moltiplicato i diritti e svuotato le iniziazioni; che chiede equilibrio senza offrire profondità. Perfino il mondo educativo e culturale ha sostituito la trasformazione con la gestione: non si vogliono più esseri umani che affrontino la propria verità, ma soggetti regolati, adattati e funzionali.

Sotto ogni maschera si nasconde la vera ferita del nostro tempo: la paura di stare davanti a se stessi senza fuggire.

La vera domanda

Denunciare il deserto è facile; molto più difficile è rinunciare ai propri alibi e riconoscere che, senza un attraversamento interiore, ogni indignazione resta solo teatro.

La questione non riguarda più "gli altri", ma ciascuno di noi: abbiamo il coraggio di attraversare quel luogo in cui l'essere umano smette di recitare e comincia a bruciare?

Ci sono libri che sanno di intrattenimento e libri che si leggono solo quando si è pronti a perdere qualcosa. Il Fuoco dentro appartiene a questi ultimi: non consola, non addomestica. Chiama chi è stanco delle parole senza carne e sa che per rinascere occorre accettare la combustione.

Tutto il resto è folla, arena, commento. Ma per chi non vuole più accontentarsi dell'arena, il viaggio comincia proprio da quella soglia.

Tratto dalle riflessioni di Onì d’Andrè:                                                                                                    

  per approfondire: https://www.onidandre.it/riflessioni/

venerdì 21 agosto 2026

Chi-sono? Segui il link.

https://www.onidandre.it/chi-sono/ Mi chiamo Davide Oscar Andreoni, e la mia voce nasce dove la parola incontra la sua radice più antica.

Non cerco il rumore delle masse: cerco ciò che resta quando il superfluo crolla. Onidandre è il mio laboratorio del pensiero, il luogo in cui l’introspezione diventa suono, e il suono ritorna pensiero.

Attraverso lo studio dei legami tra uomo e natura, attraverso la dizione come gesto di verità, attraverso la poesia come strumento di consapevolezza, accompagno chi ascolta a ritrovare la propria voce interiore. Ogni verso che interpreto è un varco: una soglia tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare.

Se cerchi conforto, qui non lo troverai. Se cerchi radici, macerie, rinascita, allora sei nel posto giusto.

Benvenuto nell’ascolto. Benvenuto nel luogo dove la voce diventa pensiero.

https://www.onidandre.it/riflessioni/

Oltre il ruolo, oltre la maschera: vi racconto:

 

"Il Fuoco Dentro"

: Cosa resta di noi quando smettiamo di guidare gli altri e iniziamo ad ascoltare noi stessi? Un invito a bruciare ciò che non serve più per rinascere.

 

Quante volte vi siete trovati a interpretare un ruolo che la vita, il lavoro o gli altri vi hanno cucito addosso?

Siamo abituati a definire la nostra forza in base a quanto riusciamo a proteggere, guidare o costruire. Diventiamo punti di riferimento per chi ci circonda, ma c'è un momento — un istante preciso — in cui le luci dell'arena si spengono, il brusio del pubblico svanisce e ci ritroviamo di fronte a noi stessi.

".

È esattamente da questo istante che nasce "Il Fuoco Dentro

 

Non è semplicemente una storia di trasformazione: è una parabola moderna di autoconsapevolezza.

La protagonista, che abbiamo imparato a conoscere attraverso le sue sfide, compie un viaggio che si articola in tre grandi tappe interiori:

  1. Il Tempio (L'Incontro con Sé): Dove ha imparato a trovare la propria sovranità, a bastare a sé stessa e ad ascoltare la propria anima.
  2. L'Arena (La Guida e la Visione): Dove ha portato quel fuoco nel mondo, guidando gli altri e assumendosi il peso della responsabilità.
  3. La Porta Unica e il Suk (L'Integrazione e l'Amore Consapevole): Il punto d'arrivo — e di partenza. L'incontro con la realtà imperfetta e con un'altra anima, dove scopre la domanda più difficile: «Chi sei quando non devi guidare nessuno?»

In questo percorso non c'è la pretesa di insegnare o indottrinare. C'è invece un invito a spogliarsi delle armature invisibili che tutti indossiamo quotidianamente.

Ci insegna che

·       La vera libertà non è isolamento, ma la capacità di restare interi anche quando ci apriamo agli altri.

  • L'amore e le relazioni non sono una fusione dove ci si perde, ma uno spazio sacro in cui due presenze integre si incontrano.
  • Rinascere richiede coraggio: bisogna essere disposti a lasciar bruciare le vecchie certezze per fare spazio a ciò che è autentico.

«Non è la fine che ti cambia. È ciò che decidi di fare dopo.» 

Vi lascio con una riflessione che spero vi accompagni nelle prossime ore: qual è la maschera o il ruolo da cui avreste bisogno di prendervi una pausa, anche solo per un momento?

Se sentite che è arrivato il momento di esplorare cosa si nasconde oltre la superficie, vi invito a immergervi tra le pagine di Il Fuoco Dentro.

Scrivetemi nei commenti le vostre impressioni o cosa ne pensate di questo viaggio. Buona lettura!



  Il silenzio è complice. La flessibilità dei principi: una nota sul potere delle piattaforme C'è un momento in cui la contraddizione sm...