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martedì 27 ottobre 2026

 


PERCHÉ HO DOVUTO URLARE: LA VERITÀ NASCE DALL’AMORE PER LA VITA.

Terza lettera aperta di Onì d'André ai lettori, ai viandanti e a chi cerca ancora un senso

Se vuoi ascoltarla: https://youtu.be/bdG42BoOKOY

Se avete letto le mie prime due lettere, forse vi sarete sentiti scossi, turbati o persino spaventati. Vi sarete chiesti perché un uomo di ottantadue anni, giunto alla stagione in cui molti scelgono il silenzio, il distacco o la rassegnazione, abbia deciso di impugnare la penna con tanta ferocia per scagliarla contro i potenti della terra e contro i predicatori dei talk show.

Qualcuno avrà pensato all'astio, alla disillusione o al cinismo di chi non crede più a nulla.

Vi devo una spiegazione sincera: è l'esatto contrario.

Non ho urlato per disprezzo del mondo, ma perché la vita è il dono più sacro e meraviglioso che Madre Natura potesse concederci. Ed è proprio perché amo la vita in ogni suo respiro, in ogni suo battito e nella sua fragilità terrena che non posso sopportare di vederla calpestata, barattata per un barile di greggio o sacrificata sull'altare di ideologie ipocrite e diplomazie castrate.

La diplomazia che addormenta, la verità che sveglia

Ci hanno insegnato che la saggezza consiste nel tacere, nel mediare a ogni costo, nel trovare formule eleganti per non disturbare i manovratori dell'Arena. Ma la diplomazia che impera oggi nei palazzi non salva i popoli: li anestetizza mentre si consuma il banchetto sui loro corpi.

Se ho usato parole taglienti, se ho sbattuto sul tavolo i documenti della storia del 1947, i patti traditi della NATO, le risoluzioni dell'ONU e la rapina dei fondali a gas, non è stato per fare una lezione di geopolitica. L'ho fatto per strappare il velo dell'abitudine. Quando l'ingiustizia diventa la norma quotidiana e la guerra un'abitudine da guardare cenando davanti al televisore, il sussurro non basta più. Serve un pugno nello stomaco per farci ricordare che sotto quelle bombe ci sono esseri umani come noi, e che ogni silenzio ci rende complici.

Oltre la rabbia: il ritorno a se stessi.

Le macerie della Palestina, dell'Ucraina o delle nostre periferie non sono una fatalità cosmica. Sono lo specchio esteriore del nostro disordine interno.

Per tutta la vita, attraverso le mie sei trilogie — scavando nella durezza de La pietra, ascoltando Il risveglio dell'humus e cercando l'armonia ne La danza cosmica —, ho cercato di dimostrare una sola cosa: finché l'essere umano non fa pace con le proprie ombre, continuerà a proiettarle all'esterno sotto forma di cannoni, muri e sopraffazione.

Ecco perché ho scritto Il peso del pensiero. Non per lasciarvi nello sconforto, ma per invitarvi a deporre le armi della presunzione.

A chi oggi legge queste righe con il cuore pesante, non chiedo di scendere in piazza a distruggere vetrine o a urlare slogan d'odio. Vi chiedo l'atto più difficile e rivoluzionario che esista: fermarvi. Fermarvi prima di giudicare, prima di credere alla propaganda, prima di scegliere un nemico. E trovare il coraggio di rispondere dentro di voi a quelle tre eterne domande:

Chi sono?
Dove vado?
Cosa voglio veramente?

Non lasciatevi rubare la limpidezza dello sguardo né la capacità di indignarvi. Siate sentinelle della vostra coscienza, custodi della terra e amanti intransigenti della verità. Solo un uomo che ha imparato a governare se stesso saprà costruire un domani in cui nessuna vita sia sacrificabile e nessuna terra usurpata nel nome della menzogna.

Con la speranza intatta di chi crede ancora nell'essere umano,

                                                                  Onì d'André
                                                                  www.onidandre.it

 

 

 

SPEGNETE QUEI PAGLIACCI: LA STORIA CHE NON HANNO IL CORAGGIO DI RACCONTARVI

Dalla spartizione del 1947 ai patti traditi della NATO: i documenti storici che distruggono la propaganda di regime.

 

IL CIRCO DEI TALK SHOW E L'AMNESIA DI STATO: PERCHÉ NESSUNO VUOLE GUARDARE LA RADICE

Seconda lettera aperta di Onì d'André: la complicità dell'informazione e la censura della memoria.

Se lo gradisci puoi ascoltare il testo seguendo questo link: https://youtu.be/_BLN1HA9soM

Dopo aver inchiodato le classi dirigenti alle loro colpe nella prima lettera aperta, è tempo di puntare il dito contro l'ingranaggio che tiene in piedi questa gigantesca finzione: l'Arena mediatica e il coro compiacente dei suoi scribani.

Vi siete mai chiesti perché nei salotti televisivi della prima serata, tra conduttori ammiccanti ed esperti con la patente del potere, non si pronunci mai una sola parola che vada alla radice materiale e storica dei conflitti? Perché le trasmissioni che pretendono di spiegarci il mondo si guardano bene dal mostrare i documenti ufficiali, le mappe del sottosuolo e i trattati violati?

La risposta è semplice, spietata, indecente: andare alla radice distruggerebbe la messinscena. L'Arena non è costruita per capire; è costruita per anestetizzare, dividere in tifoserie e coprire i crimini dei vincitori con un fragore assordante di chiacchiere.

La censura del giorno prima: come si fabbrica la bugia

Il trucco mediatico è sempre lo stesso, identico e collaudato: cancellare tutto ciò che è accaduto prima dell'istante che fa comodo al potere.

·        Sulla Palestina, l'orologio della televisione parte immancabilmente dall'attacco del 7 ottobre. Tutto il resto deve sparire nel nulla: vietato citare la spartizione coloniale del 1947 (Risoluzione 181 dell'ONU), cancellata l'espulsione forzata della Nakba, rimosso il regime militare che dal 1995 strangola l'Area C in Cisgiordania, silenziati i rapporti ufficiali dell'UNCTAD che certificano il sequestro del gas di Gaza Marine e dell'acqua potabile. Lo spettatore deve credere a una favola primitiva: un popolo di fanatici senza terra che odia la democrazia per capriccio divino, e un governo occupante che si limita a "difendersi".

·        Sull'Ucraina, l'orologio si accende categoricamente il 24 febbraio 2022. Anche qui, la storia pregressa viene gettata nel tritacarne: guai a ricordare i verbali declassificati del 1990 con la promessa atlantica di "non espandersi di un pollice verso est"; guai a menzionare gli avvertimenti diplomatici lanciati per quindici anni da Mosca contro le basi NATO a ridosso del confine; guai a riportare le ammissioni pubbliche di Angela Merkel e François Hollande, che hanno confessato apertamente come gli Accordi di Minsk del 2015 fossero solo una farsa per "comprare tempo" e armare l'esercito ucraino.

Se racconti l'antefatto, sei costretto a fare i conti con la geopolitica reale e con le colpe dell'Occidente. Se cancelli la storia, puoi limitarti a vendere il copione hollywoodiano dei buoni contro i cattivi.

Il ricatto morale contro il pensiero critico

Chiunque provi a rompere questa gabbia viene immediatamente azzannato dall'apparato.

Se mostri le risoluzioni ONU sulle risorse negate a Gaza, vieni bollato come fiancheggiatore del terrore; se analizzi la sindrome d'accerchiamento e le ragioni strategiche della Russia, vieni radiato come nemico della civiltà. È il terrore dell'etichetta, l'arma perfetta dei conformisti per impedire a chiunque di accendere il cervello.

E cosa si fa mentre i popoli muoiono sotto i bombardamenti? Si celebrano le "elezioni democratiche" in Israele, fingendo che siano un trionfo di libertà, nascondendo al pubblico che a quel voto partecipano i coloni che rubano la terra ma non hanno diritto di voto i milioni di palestinesi che su quella stessa terra sono rinchiusi dietro i reticolati. Si parla di democrazia con il bavaglio degli oppressi stretto al collo.

L'odore dei soldi dietro il paravento etico

Perché tanta omertà nei talk show? Perché i media non sono entità astratte: appartengono a conglomerati industriali, a colossi dell'energia e a gruppi finanziari legati a doppio filo all'asse atlantico e alle commesse del riarmo.

Parlare della realtà significa svelare il vero motore delle guerre:

·        Significa mostrare che la spartizione del Medio Oriente serve a blindare le rotte marittime, il monopolio dei fondali a gas e il controllo dell'acqua;

·        Significa ammettere che la distruzione dell'Ucraina è servita a recidere i legami industriali ed energetici tra Europa e Russia, costringendo i nostri Paesi a comprare il gas liquefatto americano a prezzi triplicati;

·        Significa rivelare che mentre i cimiteri si riempiono, le multinazionali della finanza e della ricostruzione hanno già le planimetrie pronte per lucrare sulle macerie.

Il dovere di spegnere l'Arena

Ne Il peso del pensiero ho scritto che non esiste democrazia senza verità, e che l'uomo civilizzato ha sempre usato le parole più nobili per compiere i massacri più infami.

A ottantadue anni dico a chi mi legge: spegnete l'Arena televisiva. Smettetela di farvi imboccare da scribani prezzolati e conduttori senza spina dorsale, incapaci di un solo pensiero libero. Aprite i libri, leggete i trattati, andate a controllare i bilanci e le mappe delle risorse.

Solo quando smetteremo di delegare il nostro giudizio al frastuono dell'intrattenimento di regime potremo riacquistare la nostra dignità di esseri umani e porci, finalmente, la sola domanda che fa tremare ogni tirannia: a chi giova tutto questo sangue?

Onì d'André
Autore de «Il peso del pensiero» e dei cicli filosofici delle Sei Trilogie
www.onidandre.it

 

Ora che avete letto i fatti e i documenti, avete due scelte: continuare a fare finta di niente come dopo la prima lettera, oppure avere il coraggio di scrivere qui sotto cosa ne pensate. Il silenzio è già una complicità».


https://www.onidandre.it/la-porta-unica/



 

domenica 25 ottobre 2026

 

GIÙ LE MANI DA GAZA: IL TRAMONTO DELL’ARROGANZA IMPERIALE

Lettera aperta di Onì d'André ai signori della guerra e ai predicatori di democrazie armate. a Mis Melania, che ha tanto a cuore la guerra Russia–Ucraina ed il suo consorte Mr. Tramp, attuale presidente degli Stati Uniti d’America, a tutti Capi di Governo, con particolare riferimento a quelli europei che hanno un grosso peso sulla coscienza, a tutti i movimenti proPal disseminati in Europa ed allo stimato giornalista Paulo del Debbio, conduttore della trasmissione “Dritto e Rovescio. con la speranza di aver la possibilità di aprire un dibattito sull’argomento.

 


C’è un limite oltre il quale la diplomazia cessa di essere mediazione e si trasforma in pura, oscena complicità. Quel limite è stato superato da tempo, sotto gli occhi anestetizzati di un’opinione pubblica abituata a considerare il diritto internazionale come un menù a scelta: obbligatorio per i nemici dell'impero, carta straccia per gli alleati di ferro.

A chi oggi, da oltreoceano o dai palazzi del potere occidentale, pretende ancora di ridisegnare il destino dei popoli con la sicumera del padrone di casa, bisogna gridarlo in faccia senza mezzi termini:

Giù le mani da Gaza.

Quello è territorio palestinese.

Il vostro tanto amato protettorato portatevelo nei vostri sterminati territori, invece di continuare a far pagare il conto della storia a un popolo innocente.

La colpa originale e il furto del tesoro

Non esistono alibi per chi conosce la storia scritta nei documenti e non sui manifesti elettorali.

Nel 1947, con la Risoluzione 181 dell'Assemblea Generale dell'ONU, le potenze uscite dalla Seconda guerra mondiale decisero di spezzare una terra millenaria. L’Europa, sopraffatta dall'orrore della Shoah ma troppo pavida per aprire le proprie frontiere ai sopravvissuti, scelse la scorciatoia diplomatica: lavarsi la coscienza scaricando il proprio rimorso secolare su una popolazione araba autoctona che con i forni crematori non aveva nulla a che spartire. Chiamarono "diplomazia" la confisca; chiamarono "sicurezza" la dispersione forzata di centinaia di migliaia di esseri umani.

Ma a rendere intoccabile quella spartizione non è stata una presunta promessa divina: è la materialità spietata delle risorse.

Sotto i cimiteri di macerie di Gaza e lungo la costa giacciono oltre 30 miliardi di metri cubi di gas naturale certificati (Gaza Marine). Sotto le rocce della Cisgiordania scorrono i bacini acquiferi più pregiati della regione e riserve di greggio. Da decenni, con ordinanze militari e blocchi navali, a quel popolo è proibito persino estrarre un metro cubo del proprio gas o scavare un pozzo d'acqua per dissetarsi.

La formula è scientifica: un popolo spogliato del proprio sottosuolo è un popolo ridotto alla fame; e un popolo affamato dipende dai visti, dai pacchi alimentari dell'ONU e dai veti incrociati di Washington.

L'inganno dell'esportazione democratica: la lezione dell'Iran

La stessa presunzione cieca pretende oggi di dettare legge a Teheran.

Si agita lo spettro del cambio di regime, si invocano sanzioni che affamano la popolazione civile e si prepara il terreno per l'ennesima crociata, mascherando gli appetiti geopolitici dietro la foglia di fico dei diritti civili.

Lasciate che l'Iran si scelga la sua strada.

Se quel popolo, pur attraversato da ferite e proteste interne, è retto da un sistema che non risponde ai vostri standard o ai vostri consigli d'amministrazione, non è compito vostro portarvi la vostra democrazia.

Ogni volta che l'Occidente ha preteso di esportare la propria idea di libertà con i bombardieri e le operazioni coperte, ha generato solo macerie e dittature peggiori. Hanno dimenticato il 1953, quando la CIA e i servizi britannici rovesciarono il governo laico e democraticamente eletto di Mohammad Mossadeq solo perché aveva osato nazionalizzare il petrolio iraniano, restaurando la tirannia dello Scià e covando la rivoluzione che ne seguì. Hanno dimenticato le menzogne sulle armi di distruzione di massa in Iraq nel 2003. Hanno dimenticato la distruzione della Libia nel 2011 e il disastro ventennale in Afghanistan.

La Carta delle Nazioni Unite (Art. 2, par. 7) vieta esplicitamente l'ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani. Non siete i giudici morali del pianeta; siete soltanto gli amministratori di un'egemonia che non sa fare i conti con il proprio declino.

L'innesto coloniale e la revoca di un diritto inesistente

Parliamoci chiaro, senza le perifrasi ipocrite della diplomazia: la presenza stessa di uno Stato d'Israele su quella terra è un'usurpazione che non ha mai avuto titolo giuridico né morale.

Non si tratta soltanto di ritirarsi oltre i confini del 1967, di sgomberare le colonie in Cisgiordania o di togliere il blocco navale da Gaza. Si tratta di riconoscere il peccato originale: nel 1947 avete confiscato una terra che apparteneva a un altro popolo per collocarvi a forza un'entità statale estranea. L'Europa e l'America avevano un debito morale verso il popolo ebraico per l'abisso della Shoah? Ebbene, quel debito dovevano saldarlo donando una porzione del proprio territorio.

Gli Stati Uniti hanno milioni di chilometri quadrati di spazio e terre sconfinate; l'Europa aveva l'obbligo storico di fare spazio a casa propria a chi aveva perseguitato per secoli. Invece avete preferito la scorciatoia più infame: fare i generosi con la casa degli altri, scaricando il vostro senso di colpa su contadini, famiglie e comunità palestinesi che non avevano alcuna colpa.

Se tanto amate Israele, prendetevelo. Portatevelo nei vostri territori.
Costruitelo in Texas, in Germania, o nelle grandi pianure d'oltreoceano a spese vostre. Quella striscia di terra dal Giordano al mare appartiene alla Palestina: ogni metro quadro sottratto dal 1947 a oggi è frutto di un furto armato, e nessun trattato di pace, nessuna risoluzione truccata potrà mai legittimare l'esistenza di uno Stato coloniale imposto sopra la tomba dei suoi legittimi proprietari.

 

La fine dell'arroganza

È ora di finirla con questa arroganza becera che vi ha sempre contraddistinto. Il mondo non è la vostra colonia e i popoli non sono pedine da spostare sulle vostre scacchiere finanziarie ed energetiche.

Nel mio libro Il peso del pensiero ho ricordato che non vi è democrazia autentica senza verità, e che ogni guerra nasce dal rifiuto dell'uomo di fare i conti con la propria ombra.

Prima di pretendere di civilizzare gli altri popoli o di spartirvi le ricchezze dei loro sottosuoli, fermatevi e guardatevi le mani insanguinate. Rispondete, se ne avete ancora il coraggio, alle sole domande che contano per chi vuole dirsi umano:
Chi siete? Dove state andando? Cosa volete veramente, oltre al dominio e all'oro degli altri?

Finché la risposta sarà l'imposizione della forza, la vostra democrazia resterà una menzogna armata e la storia non vi riserverà alcuna assoluzione.

Onì d'André

Autore de «Il peso del pensiero» e dei cicli filosofici delle Sei Trilogie
www.onidandre.it

 

lunedì 19 ottobre 2026


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LA VETRINA SFONDATA E IL VUOTO DEI MAESTRI

Da dove nascono i predatori di tredici anni: la resa dell'adulto e la religione del consumo

Basta con le favole della sociologia da salotto. Smettetela di chiamarla "protesta politica", "disagio giovanile" o "guerra tra poveri".

Quello a cui abbiamo assistito nelle strade di Milano non è l'inizio di una rivoluzione, ma l'epilogo marcio di una civiltà che ha smesso di educare. Quando un ragazzino di tredici o quattordici anni scende in piazza con la scusa del carovita solo per spaccare una vetrina, sradicare un arredo urbano e scappare con una scatola di scarpe griffate sotto il braccio, non sta sfidando il sistema: sta obbedendo ciecamente all'unico comandamento che il sistema gli ha insegnato.

Il mostro partorito dal consumo

Ci si scandalizza per il fenomeno dei cosiddetti "maranza", per la spietata aridità di adolescenti che si muovono in branco e calpestano la città con la voracità di piccoli predatori. Ma chi li ha creati? Da dove sbucano questi figli della violenza gratuita?

Non vengono da Marte. Sono il prodotto finito della nostra ipocrisia.

Abbiamo costruito una società che ha cancellato l'anima, il legame con la terra, la sacralità della materia e il valore della riflessione, sostituendoli con un'unica, brutale teologia: il possesso. Abbiamo martellato le loro menti fin dalla culla con l'inganno che l'individuo vale solo per ciò che indossa, per il logo che esibisce, per l'apparenza che riesce a monetizzare su uno schermo.

A un tredicenne cresciuto in questo deserto morale avete tolto la dignità del pensiero e gli avete imposto il dogma dell'avere a ogni costo. E quando chi non ha i mezzi per comprare l'idolo decide di prenderselo con una spranga, vi scandalizzate? Quella spranga non è ribellione: è l'applicazione brutale e animalesca delle vostre stesse regole di mercato.

L'adulto inibito: l'educatore senza spina dorsale

La colpa non è di chi ha tredici anni. La colpa è di una generazione di adulti che ha abdicato al proprio ruolo per vigliaccheria.

Come può pretendere di educare un adulto che è lui stesso il primo a vivere nell'ansia, nell'inibizione, nella dipendenza dal consenso altrui? Genitori terrorizzati dal dire un "no", educatori ridotti a burocrati stipendiati che si adattano al conformismo per non avere problemi, maestri che hanno paura dello sguardo dei propri allievi.

Abbiamo cresciuto una classe di adulti bloccati dai tabù, incapaci di vivere la propria corporeità, la propria sessualità e la propria sfera emotiva con serenità e sacralità. Adulti che non hanno mai avuto il coraggio di scendere nel proprio inferno interiore per fare pace con le proprie ombre. E chi non conosce se stesso non può guidare nessuno. Chi vive nella gabbia della propria insicurezza non può insegnare a un giovane a essere libero. Quando l'autorità morale indietreggia, la giungla avanza.

La solitudine del testimone

In decenni di indagine interiore e di scrittura ho cercato di dare l'allarme.

Ne Il Tempio e l'Arena ho sezionato l'inganno del consenso di massa e la manipolazione delle coscienze; nel mio manuale sull'educazione ho tentato di strappare il corpo e l'istinto alla volgarità per restituire loro la luce della consapevolezza; nel Trittico della marginalità ho mappato le crepe di una società che produce scarti per poi fingere di non vederli.

Tutto è caduto nel silenzio complice dell'Arena. I custodi del perbenismo hanno preferito voltare lo sguardo, etichettando la verità come scomoda o scandalosa. Troppo faticoso mettere in discussione il sistema educativo; troppo pericoloso insegnare ai ragazzi a pensare con la propria testa, a dominare i propri istinti e a rifiutare la tirannia delle vetrine.

A cosa serve allora testimoniare? Serve a ricordare che i disastri annunciati non sono fatalità.

I vetri infranti di piazza Duomo non sono solo cristalli di un negozio: sono lo specchio in frantumi di un'umanità che alleva piccoli barbari consumisti perché ha smarrito il coraggio di essere maestra di vita.

Finché non avremo la forza di disarmare l'ipocrisia degli adulti e di rimettere al centro l'etica, il rispetto e l'autentica conoscenza di sé, non basteranno tutti i reparti antisommossa del mondo: continueremo a raccogliere per strada i cocci della nostra irresponsabilità.

                                                                                        Onì d'André


Autore de «Il peso del pensiero» e de «Il Tempio e l'Arena»
www.onidandre.it

 

 

mercoledì 14 ottobre 2026

 


Non posso più tacere. Non posso più subire l’ignoranza, la malattia più becera che esista, che oggi più che mai va debellata.

Mi chiedo: tutti questi Scribani prezzolati al soldo dell’Arena conoscono la verità? Questi conduttori di talk show politici conoscono effettivamente i fatti? Li conoscono davvero e preferiscono ignorarli per compiacere un potere superiore? E gli organizzatori di manifestazioni oceaniche in favore di Tizio o di Caio, sono sinceramente convinti di ciò che mettono in scena, o lo fanno solo per spingere altra polvere sotto il tappeto e lucrare un istante di notorietà?

No! Non posso più tacere. L’essere umano deve prendere coscienza dei misfatti che ha sempre generato. Solo guardando in faccia la propria colpa può sperare di redimersi.

                                Onì d’André

           Ascoltate  queste due lettere aperte e  ditemi sè non girano anche a voi.  

                                        Link video  Palestina Israele

https://youtu.be/1cbVqsm6b9k

 

Link video  Russia Ucraina

https://youtu.be/Y2s2stDzyWQ

 

L’IPOCRISIA DELLA QUESTUA E IL BANCHETTO SULLE MACERIE

Lettera aperta di Onì d'André alle coscienze addormentate del nostro tempo

Vi chiedono due euro con un SMS per inviare un sacco di farina tra le rovine di Gaza.

Mentre i governi firmano commesse miliardarie per i missili che sbriciolano le corsie degli ospedali, a voi chiedono l'elemosina per raccogliere i brandelli dei bambini.

Questa non è solidarietà: è l'alibi osceno con cui l'Occidente ripulisce la propria complicità.

In oltre vent'anni di scrittura, attraverso le mie sei trilogie, ho cercato di vivisezionare la miseria morale dell'essere umano. Ne La pietra ho scavato nel mistero della morte per spogliare l'Io dalle sue finzioni; ne Il risveglio dell'humus ho ricordato che siamo polvere e carne legate indissolubilmente alla terra; ne La danza cosmica ho cantato l'armonia violata della creazione. E oggi, con Il peso del pensiero, sono costretto a constatare il fallimento definitivo di quell'animale presuntuoso che si ostina a definirsi "civile".

Non fingete di ignorare l'origine di questa carneficina. Nel 1947 le potenze vincitrici decisero a tavolino la spartizione della Palestina. L’Europa, sconvolta dall'inferno della Shoah ma troppo pavida per aprire le proprie frontiere ai sopravvissuti, scelse la via più comoda: scaricare il proprio debito morale su un popolo innocente che con i forni crematori non aveva nulla a che spartire. Chiamarono "diplomazia" la confisca della terra; chiamarono "sicurezza" la condanna di intere generazioni all'esilio, all'assedio o al cimitero.

Oggi vi raccontano che quel fazzoletto di costa produce solo fanatismo e miseria.

È la più infame delle menzogne.

Sotto i cimiteri di Gaza dormono oltre 30 miliardi di metri cubi di gas naturale (Gaza Marine). Sotto la terra sequestrata della Cisgiordania scorrono le falde acquifere più pure e giacimenti di greggio. A quel popolo è impedito persino di scavare un pozzo per dissetarsi, mentre i signori dell'energia preparano i contratti per spartirsi i fondali e le multinazionali della ricostruzione si sfregano le mani sulle carcasse di cemento ancora fumanti.

Un popolo ridotto a mendicante non può ribellarsi. Un popolo spogliato del proprio sottosuolo è un popolo destinato all'estinzione o alla fuga.

A ottantadue anni, con l'amore incrollabile per il dono più sacro che Madre Natura ci ha concesso — la vita —, rifiuto di farmi complice di questa farsa. Rifiuto di applaudire alle democrazie che si stracciano le vesti per un confine violato a est dell'Europa e tacciono da decenni sullo stupro sistematico del Medio Oriente.

Dio non c'entra nulla con le trivelle e i mortai. La fede è un paravento.

A massacrare, rubare e speculare è sempre e soltanto l'uomo.

Ne Il peso del pensiero ho lasciato all'umanità tre sole domande da porsi prima di imbracciare un fucile o firmare un trattato infame:

Chi sono? Dove vado? Cosa voglio?

Se non avete il coraggio di rispondere a queste tre domande dentro la vostra coscienza, smettetela di definirvi uomini liberi: siete soltanto comparse complici nel cantiere della nostra rovina.

Onì d'André

Autore di «Il peso del pensiero» e dei cicli filosofici delle Sei Trilogie

www.onidandre.it

 

 

 




mercoledì 30 settembre 2026

 

 


         Oltre le etichette del passato: 

       ritrovare l’Uomo tra memoria, spirito e Natura

A oltre ottant’anni dalla caduta dei totalitarismi del Novecento, il dibattito pubblico sembra spesso intrappolato in un loop temporale. Parole come «fascismo» e «antifascismo» continuano a scandire l’agenda politica, a riempire le trasmissioni e a dividere le piazze, ridotte a formule identitarie che si ripetono uguali a se stesse. Viene spontaneo porsi una domanda scomoda: quale senso ha continuare a ridurre l’intera riflessione sul potere e sulla libertà a un capitolo, pur drammatico, della storia europea del secolo scorso?
Se allarghiamo lo sguardo, la storia umana non è iniziata negli anni Venti del Novecento e il fenomeno autoritario non è un’esclusiva di quel periodo. Nel mondo si sono susseguite — e persistono tutt’oggi sotto forme diverse — innumerevoli dittature e regimi oppressivi. Eppure, una parte consistente del discorso pubblico rimane focalizzata su una memoria quasi rituale, trasformata spesso in rendita di posizione politica anziché in reale analisi critica delle dinamiche del potere contemporaneo.
L’eredità dei dogmi prima delle ideologie
Prima ancora che nascessero i totalitarismi moderni, l’Uomo ha conosciuto secoli di costrizioni interiori. Le religioni istituzionalizzate e le ortodossie morali hanno a lungo imposto visioni volte a limitare la libertà di pensiero, a reprimere le pulsioni autentiche e a colpevolizzare la ricerca personale. Le ideologie politiche del Novecento, per molti versi, non hanno fatto altro che replicare quegli stessi schemi fideistici: un dogma indiscutibile, un gruppo di eletti, la caccia all'eretico e l'annullamento dell'individuo in nome di una salvezza collettiva imposta dall'alto.
Finché l’attenzione resta confinata al solo scontro tra fazioni storiche, si perde di vista la radice comune di ogni oppressione: la tendenza delle strutture di potere — sacre o profane — a condizionare la coscienza umana, impedendole di fiorire liberamente.
La ricerca di sé come punto di partenza

Guardare avanti significa spostare il baricentro dall’ossessione per i vecchi schemi ideologici a un percorso più profondo. Parlare di umanità oggi dovrebbe significare prima di tutto riscoprire il valore dell’introspezione e della responsabilità individuale:

    • Consapevolezza interiore: liberarsi dai condizionamenti ereditati, siano essi religiosi, morali o politici, per costruire un’etica fondata sulla conoscenza diretta e sul rispetto reciproco.
    • Superamento della dialettica di scontro: riconoscere che la vera libertà non si afferma demonizzando continuamente il passato, ma creando condizioni materiali e spirituali affinché l’essere umano possa realizzarsi nel presente.
Riconnettersi alla grandezza di Madre Natura
In questo cammino verso il futuro, il riferimento più autentico resta Madre Natura. Mentre le costruzioni umane — leggi temporanee, partiti, regimi, dottrine — si dimostrano fragili e transitorie, le leggi biologiche ed ecologiche regolano l’esistenza da sempre.
Riconoscere alla Natura tutta la sua maestosità non è un semplice esercizio di contemplazione, ma un richiamo all’umiltà. L’Uomo non è il padrone del mondo né il vertice indiscusso del cosmo: è parte integrante di un ecosistema vasto e delicato. Ripartire dalla tutela dei ritmi naturali e dall'armonia con il vivente offre una bussola etica molto più solida di qualsiasi retorica ideologica novecentesca.
La via de «Il frutto del pensiero»: liberazione, rinascita e risveglio
È proprio su questa frattura tra l’illusione dei dogmi e la verità dell’essere che si concentra l'intero percorso letterario e filosofico de Il frutto del pensiero.
Nelle pagine dedicate all'analisi della libertà repressa e delle inibizioni morali, emerge con chiarezza come le catene più insidiose non siano state forgiate soltanto dalle dittature politiche, ma da secoli di condizionamenti etici e religiosi capaci di castrare la vitalità e l'autenticità dell'individuo. La vera emancipazione non può esaurirsi nell'adesione a uno schieramento politico o nella ripetizione stanca di un rito commemorativo; essa esige un atto di coraggio interiore: il risveglio di quel «fuoco dentro», la volontà di spezzare i tabù e compiere una scelta radicale di autodeterminazione.
Come descritto nella trilogia esistenziale e nelle riflessioni sulla rinascita, la maturazione dell'individuo assomiglia a un fiore che sboccia: un passaggio intimo in cui il pensiero, liberato dalle gabbie dell'incomprensione e dell'omologazione, ritrova la propria sacralità. Ma questa fioritura personale resta incompiuta se non sa guardare oltre l'egocentrismo umano.
Il punto d'arrivo di questa elucubrazione filosofica coincide con il richiamo di Madre Natura. Davanti alle ferite inferte al pianeta e al rischio costante di un'autodistruzione materiale e spirituale, l’Uomo è chiamato a ritrovare il divino che abita in sé non attraverso precetti calati dall'alto, bensì riconoscendosi parte indissolubile del cosmo. Superare le anacronistiche contese del Novecento non significa dimenticare, ma evolvere: fare del pensiero non più lo strumento di un dogma, ma il frutto vivo e consapevole di una rinnovata armonia con l'universo.

 

 

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