PERCHÉ HO DOVUTO URLARE: LA VERITÀ NASCE
DALL’AMORE PER LA VITA.
Terza lettera aperta di Onì d'André ai lettori,
ai viandanti e a chi cerca ancora un senso
Se vuoi ascoltarla: https://youtu.be/bdG42BoOKOY
Se avete letto le mie prime due lettere, forse vi sarete sentiti scossi,
turbati o persino spaventati. Vi sarete chiesti perché un uomo di ottantadue
anni, giunto alla stagione in cui molti scelgono il silenzio, il distacco o la
rassegnazione, abbia deciso di impugnare la penna con tanta ferocia per
scagliarla contro i potenti della terra e contro i predicatori dei talk show.
Qualcuno avrà pensato all'astio, alla disillusione o al cinismo di chi non
crede più a nulla.
Vi devo una spiegazione sincera: è l'esatto contrario.
Non ho urlato per disprezzo del mondo, ma perché la vita è il dono più
sacro e meraviglioso che Madre Natura potesse concederci. Ed è proprio perché
amo la vita in ogni suo respiro, in ogni suo battito e nella sua fragilità
terrena che non posso sopportare di vederla calpestata, barattata per un barile
di greggio o sacrificata sull'altare di ideologie ipocrite e diplomazie
castrate.
La diplomazia che addormenta, la verità che
sveglia
Ci hanno insegnato che la saggezza consiste nel tacere, nel mediare a ogni
costo, nel trovare formule eleganti per non disturbare i manovratori
dell'Arena. Ma la diplomazia che impera oggi nei palazzi non salva i popoli: li
anestetizza mentre si consuma il banchetto sui loro corpi.
Se ho usato parole taglienti, se ho sbattuto sul tavolo i documenti della
storia del 1947, i patti traditi della NATO, le risoluzioni dell'ONU e la
rapina dei fondali a gas, non è stato per fare una lezione di geopolitica. L'ho
fatto per strappare il velo dell'abitudine. Quando l'ingiustizia diventa la
norma quotidiana e la guerra un'abitudine da guardare cenando davanti al
televisore, il sussurro non basta più. Serve un pugno nello stomaco per farci
ricordare che sotto quelle bombe ci sono esseri umani come noi, e che ogni
silenzio ci rende complici.
Oltre la rabbia: il ritorno a se stessi.
Le macerie della Palestina, dell'Ucraina o delle nostre periferie non sono
una fatalità cosmica. Sono lo specchio esteriore del nostro disordine interno.
Per tutta la vita, attraverso le mie sei trilogie — scavando nella durezza
de La pietra, ascoltando Il risveglio dell'humus e cercando
l'armonia ne La danza cosmica —, ho cercato di dimostrare una sola cosa:
finché l'essere umano non fa pace con le proprie ombre, continuerà a
proiettarle all'esterno sotto forma di cannoni, muri e sopraffazione.
Ecco perché ho scritto Il peso del pensiero. Non per lasciarvi nello
sconforto, ma per invitarvi a deporre le armi della presunzione.
A chi oggi legge queste righe con il cuore pesante, non chiedo di scendere
in piazza a distruggere vetrine o a urlare slogan d'odio. Vi chiedo l'atto più
difficile e rivoluzionario che esista: fermarvi. Fermarvi prima di giudicare,
prima di credere alla propaganda, prima di scegliere un nemico. E trovare il
coraggio di rispondere dentro di voi a quelle tre eterne domande:
Chi sono?
Dove vado?
Cosa voglio veramente?
Non lasciatevi rubare la limpidezza dello sguardo né la capacità di
indignarvi. Siate sentinelle della vostra coscienza, custodi della terra e
amanti intransigenti della verità. Solo un uomo che ha imparato a governare se
stesso saprà costruire un domani in cui nessuna vita sia sacrificabile e
nessuna terra usurpata nel nome della menzogna.
Con la speranza intatta di chi crede ancora nell'essere umano,
Onì d'André
www.onidandre.it




