Il Parlamento degli orticelli
Tra il Tempio
e l'Arena, la politica italiana ha smarrito il popolo
"Perchè guardi la politica con quell'aria così severa?"
Perchè non riesco più a guardarla come il luogo in cui una nazione pensa se
stessa.
La osservo, la ascolto, la attraverso come si attraversa una piazza dopo il
mercato, quando per terra restano solo voci, carte sporche e odore di merce. E
mi domando dove sia finito il popolo, dove sia finita l'Italia, dove sia finita
perfino la vergogna.
Mi dirai che sono troppo duro.
Forse. Ma c’è una durezza che nasce dal rancore e una che nasce dalla
delusione. Io non provo rancore verso la politica. Provo qualcosa di più grave:
la sensazione che essa non sia più il luogo della responsabilità, ma il teatro
di una frammentazione che nessuno vuole davvero ricomporre.
Osservo uomini e donne eletti da porzioni minime di consenso ergersi a
interpreti assoluti del destino nazionale. Partiti fragili, percentuali esigue,
microcosmi elettorali che tuttavia parlano come se reggessero il sole tra le
mani. Ognuno si presenta come depositario di una soluzione definitiva, come se
il bene comune coincidesse misteriosamente con il proprio programma, con la
propria sigla, con la propria sopravvivenza. Eppure, dietro questa voce
gonfiata, dietro questa postura da profeti civili, troppo spesso non c’è una
visione del Paese, ma solo un frammento che pretende di valere per il tutto.
Qui non è in gioco la pluralità, che in una democrazia è persino salutare.
Qui è in gioco la degradazione del frammento a idolo. Il partito non è più uno
strumento per servire una nazione: diventa un recinto. Un piccolo orto
protetto. Un territorio da difendere contro gli altri orti, gli altri recinti,
gli altri piccoli sovrani. Ecco perchè parlo di Parlamento degli orticelli:
perchè troppo spesso ciò che vediamo non è una classe dirigente intenta a
reggere il peso dell'insieme, ma una folla di custodi del particolare, tutti
presi a salvare il proprio spazio, il proprio lessico, il proprio vantaggio
negoziale.
"Ma il compromesso non è forse inevitabile?"
Sì, lo è. Ma non ogni compromesso è degno di questo nome.
Esiste un compromesso che nasce dalla fatica di cercare una misura più alta, e
ne esiste un altro che ha il sapore del sotterfugio, dell'accordo di
convenienza, della sopravvivenza mascherata da senso dello Stato. E' qui che la
politica italiana, troppo spesso, tradisce se stessa. Si presenta come arte del
possibile e finisce per diventare arte del rinvio. Si proclama custode
dell'interesse nazionale e si rivela maestra nel coltivare il proprio
orticello. Si alza a parlare di popolo e intanto contratta soltanto equilibri
interni, posizionamenti, visibilità, margini di permanenza.
Il dramma, però, non è solo questo.
Il dramma vero è che una politica così non si limita a fallire nel proprio
compito: educa male. Insegna il proprio vizio al Paese. Se chi governa pensa
per recinti, anche il cittadino imparerà a pensare per recinti. Se chi ambisce
al potere si muove per convenienza, anche l'elettore imparerà a chiamare
saggezza la convenienza. Se il partito non si sente più responsabile di una
totalità, ma soltanto dei propri fedeli, allora anche il popolo si frantuma in
tifoserie, clientele emotive, paure organizzate, interessi difensivi.
E così il male si compie fino in fondo: la politica non rappresenta più un
popolo, ma ne organizza la dispersione.
Da qui nasce la mia inquietudine.
Non perchè i politici siano peggiori degli uomini comuni, ma perchè troppo
spesso sono il riflesso amplificato di una deformazione che ormai appartiene a
tutti. Anch'essi cercano consenso più che verità. Anch'essi vogliono
appartenere più che servire. Anch'essi difendono il proprio perimetro più di
quanto osino esporsi a una misura superiore. In loro vediamo soltanto
ingrandito ciò che nella società intera si è fatto costume.
E allora capisco che il problema non è soltanto istituzionale.
E' morale. E' antropologico. Forse perfino spirituale.
In Il Tempio e l'Arena, la tensione più profonda non è mai solo tra due
luoghi esteriori, ma tra due modi di stare al mondo. Il Tempio è la soglia
della responsabilità, del limite, della misura, del fuoco custodito. L'Arena è
il clamore, il giudizio della folla, la lotta per la visibilità, la recita
delle appartenenze. Ecco: la politica italiana mi appare sempre più come
un'immensa arena che ha dimenticato l'esistenza stessa del tempio. Non vi si
entra per servire una verità più grande, ma per ricevere conferma, applauso,
protezione, identità.
Quando il tempio interiore crolla, l'arena diventa irresistibile.
L'uomo che non sa più sostare nella propria coscienza cerca subito una platea.
L'uomo che non sopporta la prova della verità preferisce il conforto del
gruppo.
L'uomo che ha smarrito il bene comune si rifugia nel piccolo vantaggio.
E qui la politica incontra il destino più ampio della nostra epoca.
Perchè non è solo il Parlamento a essersi riempito di orticelli: è la società
intera. Ognuno custodisce il proprio piccolo regno ferito. Ognuno rivendica il
proprio spazio simbolico. Ognuno domanda riconoscimento senza quasi mai
domandarsi quale sacrificio sarebbe disposto a compiere per qualcosa che non
coincida immediatamente con se'. Il politico lo mette in scena in forma
pubblica. L'elettore lo ripete in forma privata. La crisi dei partiti è solo la
forma visibile di una crisi più profonda: la perdita di ogni autentico senso
del bene comune.
A volte penso che, in fondo, il percorso di molti italiani assomigli a una
parabola spezzata dei miei stessi libri.
Abbiamo smarrito La Danza Cosmica, cioè il ritmo più grande in cui l'individuo
riconosce di non essere il centro del mondo, ma una nota necessaria dentro un
ordine più vasto. Abbiamo attraversato male La Genesi delle Ombre, lasciando
che la parola diventasse menzogna, slogan, costruzione opportunistica, formula
buona per ogni alleanza e per ogni tradimento. E ora abitiamo, quasi senza
accorgercene, un immenso Trittico della Marginalità, in cui ciascuno si sente
escluso, ferito, non riconosciuto, e per questo si aggrappa con più ferocia al
proprio piccolo recinto identitario.
Ma una nazione non si salva con la moltiplicazione delle ferite
organizzate.
Non si salva se ogni dolore diventa una bandiera, se ogni gruppo si proclama
centro dell'universo morale, se ogni partito difende il proprio elettorato come
un feudo. Una nazione si salva soltanto quando esiste ancora qualcosa davanti a
cui tutti - almeno per un istante - accettano di piegarsi. Una misura. Una
fedeltà. Un compito. Una soglia.
"Tu credi davvero che la politica possa ancora essere questo?"
Credo che dovrebbe tornare a esserlo, se non vuole ridursi definitivamente
a commercio di appartenenze.
Perchè una politica degna non nasce dal bisogno di avere ragione, ma dal
coraggio di servire. Non nasce dal desiderio di occupare l'arena, ma dalla
disponibilità a custodire un tempio. Non nasce dalla furbizia dei tatticismi,
ma da una disciplina interiore che accetta il limite, la rinuncia, perfino
l’impopolarità quando necessaria. Finche' questo non tornerà a essere
pensabile, continueremo a scambiare la sopravvivenza dei partiti per salute
della democrazia, il rumore per partecipazione, la visibilità per
autorevolezza.
Eppure, il punto più doloroso non è ancora questo.
Il punto più doloroso è accorgersi che, a forza di guardare partiti che
coltivano il proprio orticello, abbiamo imparato tutti a fare lo stesso. Nella
politica, nelle relazioni, nel lavoro, nei giudizi, nelle paure, nelle fedeltà
brevi. Anche noi, troppo spesso, scegliamo l'arena. Anche noi preferiamo
l'approvazione alla verità. Anche noi difendiamo il nostro piccolo vantaggio
invece di domandarci a quale ordine più alto dovremmo rispondere.
E allora il Parlamento degli orticelli non è solo a Roma.
E' nelle nostre abitudini.
E' nelle nostre convenienze.
E' nel nostro modo di pensare l'altro non come parte di un destino comune, ma
come ostacolo, concorrente, spettatore o minaccia.
Per questo la crisi politica italiana mi appare tanto grave: non perchè
riveli semplicemente l'inadeguatezza di alcuni partiti, ma perchè ci mostra,
senza pietà, ciò che siamo diventati.
Un popolo che non riconosce più nulla al di sopra del proprio interesse non
eleggerà mai uomini di Stato. Eleggerà, al massimo, amministratori della
propria frammentazione.
Un popolo che ha smarrito il tempio continuerà ad applaudire l'arena.
E una nazione che non sa più vergognarsi del proprio piccolo orticello
finirà per chiamare realismo proprio ciò che, in verità, è soltanto resa.
Forse il dramma dell'Italia non è che manchino i partiti, ma che manchi un
fuoco comune davanti al quale i partiti cessino di adorare se stessi. Finche'
non tornerà il senso del tempio, continueremo ad affollare l'arena credendo di
fare politica, mentre in realtà stiamo soltanto imparando, giorno dopo giorno,
l'arte misera della frammentazione.

