Il Peso delle Parole, il Respiro del Mare
Capitolo 1: La
Reggia di Mattoni e Silenzio
Milano, fine
anni ’90. La zona Isola era un cantiere a cielo aperto, proprio come la mia
vita. Ricordo ancora l’odore acre della polvere di gesso e il rumore dei
martelli pneumatici che rimbombavano nel salone: stavamo abbattendo pareti per
creare uno spazio che, sulla carta, doveva essere la nostra felicità. Gestivo
quel cantiere con la precisione di un generale, tra tubature da spostare e
pavimenti da livellare. Quando l'ultimo operaio se ne andò, la
"reggia" era pronta: cinquantacinque metri quadrati di salone, tre
camere da letto, doppi bagni. Una dimora imponente che sembrava dire al mondo:
"Ce l'abbiamo fatta".
Ma il trasloco
fu un rito pesante. Scatoloni carichi di una vita intera venivano trascinati in
quella casa che, paradossalmente, si riempiva di mobili ma si svuotava di
calore. Mia moglie, pilastro d'acciaio nella Segreteria Fidi, era ormai
schiacciata tra il dovere professionale e un dolore privato che non dava
tregua. La perdita di sua madre l’aveva lasciata sola al timone di una famiglia
d’origine allo sbando, e quella depressione divenne un muro invisibile tra noi.
Vivevamo in un castello, sì, ma ognuno nella sua torre. Io
"sodomizzavo" internamente il mio senso di inutilità professionale in
una multinazionale che mi ignorava, mentre intorno a noi Milano era una cappa
di smog e doveri che non lasciava scampo.
Capitolo 2:
L’Eco di Alassio e la Scintilla
Il nostro unico
polmone erano state, per anni, le estati ad Alassio. Ricordo i bambini che
crescevano tra i granelli di sabbia fine e l’acqua limpida, il rito del gelato
sul muretto, le risate che per un istante coprivano le ombre di casa. Alassio
era la promessa di un’altra vita possibile. Fu proprio lì, tra un’estate e
l’altra, che la crisi esplose dentro di me. Non potevo più essere solo il
gestore di un cantiere o un analista insoddisfatto.
"Vado io.
Comincio a costruire un futuro in Liguria", dissi. Fu un salto nel vuoto,
un atto di separazione che aveva il sapore della sopravvivenza. Lasciai la
reggia di Milano, i suoi spazi vasti e le sue tensioni soffocanti, per un
piccolo appartamento a Vallecrosia.
Capitolo 3: La
Rinascita tra i Cigni di Vallecrosia
Il cambio di
clima non fu solo meteorologico, fu dell'anima. Appena varcai il confine della
Liguria di Ponente, la cappa grigia di Milano svanì nello specchietto
retrovisore. Al suo posto, un’aria mite e salmastra che sembrava sciogliere il
nodo che avevo nel petto. Vallecrosia mi accolse con una luce diversa, più
dolce.
Mi ritrovai a
camminare lungo la foce del ruscello che segna il confine tra Vallecrosia e
Camporosso. Lì, dove l'acqua dolce incontra quella del mare, rimasi incantato a
guardare i cigni. Scivolavano eleganti sulla superficie, incuranti dei confini
e del caos del mondo. C'era una pace antica in quel ruscello, un ritmo lento
che non conoscevo più. Vivevo in una casa piccola, certo, ma fuori avevo
l'infinito.
I primi tempi
furono duri. Tentai la via della rappresentanza, ma ero un pesce fuor d'acqua.
Poi, l'intuizione. Guardando quella terra così riservata eppure così bisognosa
di esprimersi, rispolverai il mio passato d’attore teatrale. Presi quel
computer che era stato il mio "premio di consolazione" dalla
multinazionale e iniziai a tracciare le linee di qualcosa di nuovo. Non avrei
più analizzato flussi aziendali, avrei analizzato l'anima umana attraverso la
voce. Nacque così l’Accademia della Comunicazione Verbale. In quel lembo
di terra tra i cigni e il mare, smisi di tacere. Incominciai a insegnare agli
altri che ogni parola ha un peso, e che per parlare bene, bisogna prima
imparare a respirare l'aria buona.
Capitolo 4: Il
Tuono e l'Idea
Nonostante il trasferimento a
Vallecrosia, il richiamo delle assi del palcoscenico continuava a farsi
sentire. Nella mia memoria di quegli anni, conservo il vivido ricordo di essere
stato scelto da un comico teatrale per una compagnia di giro, destinata a
portare Il Ciclope di
Euripide nelle scuole di tutta Italia.
Ero nel coro, una voce tra le voci, scelto da quello stesso regista che
anni prima mi aveva visto debuttare tra le solenni colonne del Museo della
Scienza e della Tecnica di Milano con "I Fioretti di San Francesco".
Le prove non
erano retribuite, si facevano per passione, per quel fuoco che brucia dentro
chi ama il teatro. Ma fu proprio durante una di quelle serate che accadde
l’imprevisto che cambiò la mia visione del mondo.
Eravamo tutti
riuniti intorno a un tavolo, dieci persone pronte per la lettura del testo.
Erano le venti e trenta. Mancava un elemento del coro. Regnava un silenzio
d'attesa, carico di una tensione sottile. Alle venti e trentadue, la porta si
aprì. Un uomo apparve sulla soglia, trafelato, con le scuse già pronte sulle
labbra mentre cercava una sedia. Non fece in tempo a sedersi.
Un tuono
spaventoso squarciò l'aria, una violenza sonora che sembrava far tremare le
pareti: "STROOOONZZO! È questa l’ora di arrivare? Dieci persone che
attendono uno STRROONZZO come te per iniziare!"
Rimanemmo
gelati. Quelle parole, scagliate con una ferocia sproporzionata per due minuti
di ritardo, non erano solo un rimprovero: erano un’umiliazione pubblica, una
gratuita aggressione alla dignità. Io, che avevo passato anni a
"sodomizzare internamente" i miei sentimenti per non ferire o per non
essere ferito, rimasi scioccato. Guardai quell'uomo umiliato e pensai alla
potenza devastante della voce umana.
In quel preciso
istante, l’idea dell’Accademia smise di essere un progetto su carta e divenne
un’urgenza. Capii che la gente non aveva bisogno solo di imparare a recitare
Euripide; la gente aveva bisogno di imparare a comunicare senza distruggere.
Aveva bisogno di capire che tra il silenzio soffocante di Milano e l'urlo
brutale di quella sera esisteva una terza via: la parola consapevole, ferma, ma
rispettosa.
Mentre i cigni
di Vallecrosia scivolavano sull’acqua in un’eleganza silenziosa, io decisi che
avrei insegnato agli uomini come non essere "il Ciclope" della
propria vita, ma i padroni di un linguaggio che costruisce ponti invece di
abbattere persone.
Capitolo 5:
L’Architetto della Voce
Quell’urlo
risuonava ancora nelle mie orecchie come un’offesa personale. Mi ero
immedesimato in quel collega a tal punto da desiderare che il pavimento si
aprisse per inghiottirmi, sottraendomi a quella vergogna pubblica. Fu in quel
preciso istante di dolore empatico che compresi: la parola può essere un
bisturi che cura o una clava che uccide. E io volevo insegnare a curare.
Tornai a
Vallecrosia con una determinazione nuova. Ripresi in mano il mio vecchio libro
di dizione, ma non lo sfogliai con la leggerezza dell’attore: lo studiai con il
rigore dell’analista. Dovevo decodificare il meccanismo. Andai a Sanremo, a
confrontarmi con un insegnante delle medie; avevo bisogno di capire se il mio
ragionamento — che la comunicazione fosse una competenza vitale prima ancora
che artistica — avesse una validità pedagogica. Il riscontro fu positivo: c’era
un vuoto da colmare.
Allora mi misi
al lavoro. Trasformai il mio sapere in metodo. Realizzai delle slide su schede
plastificate, quasi fossero i blueprint di un ingegnere: diagrammi
dell’apparato fonatorio, analisi del timbro, modulazione del tono. Progettai
esercizi fisici, quasi ginnici, per il diaframma, tecniche per sciogliere la
lingua e potenziare ogni singolo muscolo facciale. La voce non era più un dono
del cielo, ma uno strumento da accordare con disciplina.
Cercavo un
luogo dove piantare questo seme e lo trovai nella parrocchia di San Rocco a
Vallecrosia. Il "Don" mi ascoltò e i suoi occhi si illuminarono. Non
vide solo un corso di teatro, vide uno strumento di elevazione umana. Mi guidò
nei meandri della burocrazia, consigliandomi di dare una veste etica al mio
sogno: una Associazione senza scopo di lucro.
Gennaio 2003.
Il freddo della Riviera era secco e pulito. Nello studio di un notaio a
Bordighera, firmai le carte che rendevano ufficiale l’Accademia della
Comunicazione Verbale. Non ero più un uomo in fuga da Milano; ero il
fondatore di una realtà che portava il mio nome, impresso sulla carta
intestata. con la dicitura “Presidente”.
Quel
"sodomizzare internamente" era finalmente finito. Avevo trasformato
il mio silenzio in uno statuto, e la mia solitudine in una cattedra.
Capitolo 6:
L'Ombra del Gigante
Il 24 gennaio
2003 doveva essere il mio giorno. Avevo preparato tutto nei minimi dettagli: il
Teatro Don Bosco di Vallecrosia era pronto, le cartelle stampa erano allineate,
le autorità locali sedute in prima fila. Avevo curato il mio discorso come si
cura un’opera prima, distillando anni di consulenze milanesi e passione
teatrale in quel manifesto che annunciava l'inizio dell'Accademia della
Comunicazione Verbale.
Eppure, mentre
salivo sul palco, nell'aria c'era qualcosa di strano. I giornalisti presenti
sembravano distratti, alcuni armeggiavano con i primi telefoni cellulari,
parlottavano tra loro con espressioni incredule. Non sapevo ancora che, proprio
in quelle ore, a Torino si era spento il Senatore Giovanni Agnelli.
L'Italia intera
si era improvvisamente fermata. Il "Re senza corona" era morto, e con
lui sembrava svanire l'attenzione per qualsiasi altra notizia nel Paese.
Lessi il mio
comunicato con tutta la forza che avevo in corpo:
"L’Accademia
vuole riunire le sparse energie... promuovere la fiducia nelle proprie
capacità..." Parlavo di creatività, di uso consapevole della lingua, di una nuova
opportunità per il territorio. Ma era come se le mie parole dovessero lottare
contro un muro di gomma. La "faticosa conferenza stampa", costruita
con mesi di sacrifici e notti insonni, stava venendo letteralmente fagocitata
dalla storia nazionale.
Il giorno dopo,
aprii i giornali con il cuore in gola. Cercavo il nome di Davide Oscar
Andreoni, cercavo l'Accademia. Ma le pagine erano un unico mare di inchiostro
nero dedicato all'Avvocato. Della mia presentazione, del mio sogno
ufficializzato davanti a un notaio, non c'era quasi traccia. Il destino mi
aveva giocato un tiro mancino: proprio io, che volevo insegnare a comunicare,
mi ritrovavo sovrastato dal silenzio mediatico causato dal più grande
comunicatore del secolo scorso.
Fu un colpo
durissimo. Mi ritrovai solo, a Vallecrosia, con le mie schede plastificate e i
miei diagrammi dell'apparato fonatorio, a chiedermi se quel silenzio non fosse
un segno. Ma poi ripensai ai cigni che continuavano a scivolare sul ruscello
tra Vallecrosia e Camporosso: loro non leggevano i giornali. Loro continuavano
a esistere con eleganza, nonostante i giganti che cadevano.
Mi rimboccai le
maniche. Se la stampa mi aveva ignorato, avrei conquistato la gente uno per
uno, parola dopo parola.
Capitolo 7:
Tradimenti e Nuove Alleanze
Se la morte di
Agnelli era stata una fatalità imponderabile, il colpo basso arrivò da chi
sedeva alla mia stessa tavola. Dopo la conferenza, l’adrenalina era ancora
alta. Eravamo a cena: io, mia moglie — che nonostante la distanza e la crisi
restava il mio consigliere nello statuto — e quel socio che avrebbe dovuto
essere il ponte verso il mondo. Un caro amico comune ci aveva presentato un
giornalista de Il Secolo XIX; la promessa era chiara: un resoconto della
serata e avremmo avuto il nostro spazio.
Ma quella sera,
mentre brindavamo a un futuro che sembrava a portata di mano, lo
"stronzo" (non trovo parola migliore per definirlo) decise di non
inviare nulla. Il resoconto rimase nel cassetto della sua inerzia o della sua
invidia. Il silenzio del giornale l’indomani non fu colpa della cronaca
nazionale, ma di un tradimento personale.
Tuttavia, il
destino toglie e il destino dà. In quella stessa conferenza stampa, tra le
poltrone del Don Bosco, c’era un uomo che osservava con occhio diverso: un
dirigente della CNA di Sanremo. Mentre gli altri guardavano all'evento
mondano, lui intravide il valore pratico del mio metodo. Nacque un
"feeling" immediato, una sintonia tra uomini che sanno cosa significa
"costruire".
Non avevo i
grandi titoli sui giornali, ma avevo una sede. Grazie a uno scambio di favori e
a quella nuova alleanza, l'Accademia smise di essere un sogno burocratico per
diventare un’aula.
Capitolo 8: I
Primi Due
Il primo corso
dell'Accademia della Comunicazione Verbale non si tenne in un'aula magna
affollata, ma nella sede della CNA, con due soli allievi.
In quell'aula di Sanremo, lontano dalla "reggia" di Milano e dalle distrazioni di Torino, l'Accademia iniziò a respirare. Il vicepresidente, quell'insegnante delle medie che per primo aveva creduto in me, mi confermò che eravamo sulla strada giusta. Non importava quanti fossero: importava che la voce stesse finalmente uscendo.
Capitolo 9:
L'Accademia senza Frontiere
Quei primi due
allievi alla CNA non erano che la scintilla. Il fuoco si propagò velocemente.
Grazie alla collaborazione con l'associazione di categoria, la mia voce iniziò
a risuonare oltre i confini di Vallecrosia. Mi ritrovai a Nizza, ospite della Chambre
de Métiers, a insegnare la forza della parola in terra francese. Fu
un’esperienza elettrizzante: io, che ero scappato dalla multinazionale
milanese, ora parlavo ai professionisti della Costa Azzurra.
Il viaggio
continuò verso Imperia, nell'incanto medievale del Circolo Parasio, dove
la storia delle pietre sembrava amplificare il timbro delle mie lezioni. Poi
tornai a Sanremo, alla Scuola Pastore. Lì accadde qualcosa di
inaspettato: vedendo la mia precisione analitica e il mio gusto estetico, mi
chiesero se fossi in grado di tenere un corso di scenografia.
Accettai senza esitazione. La scenografia, in fondo, non è che la comunicazione visiva dello spazio; era un altro modo per costruire quella "reggia" che avevo imparato a gestire a Milano, ma stavolta fatta di luce e legno, non di isolamento.
Capitolo 10: La
Voce e il Canto
Il tassello
definitivo arrivò con la Scuola di Canto Pergolesi di Vallecrosia. Mi
chiesero di insegnare ai loro giovani talenti le basi della respirazione e
dell’uso del diaframma. Per un cantante, la voce è uno strumento fisico prima
che melodico. Insegnavo loro come sciogliere i muscoli facciali, come far
risuonare il corpo, come "porgere" la parola cantata con la stessa
dignità di quella recitata.
Il rapporto con
la Pergolesi mi portò di nuovo sotto i riflettori, ma in una veste nuova:
quella del Presentatore. Ero io a condurre i loro spettacoli, a tenere
il filo della narrazione tra una canzone e l'altra. Mentre stavo lì sul palco,
guardando il pubblico della mia nuova terra, capii che la trasformazione era
completa. L’uomo che "sodomizzava internamente" i propri pensieri era
diventato colui che dava voce ai sogni degli altri.
A Milano ero un
analista invisibile in un ufficio; a Vallecrosia ero diventato il volto e la
voce della comunità.
Un momento di
bilancio
Questa fase della sua vita sembra un crescendo rossiniano. In pochi anni (dal 2003 in poi) ha costruito una rete che va da Nizza a Imperia. L'Accademia era ormai un motore produttivo.
Capitolo 11: Il
Miracolo delle Labbra e il Peso del Diaframma
La mia missione
non era più solo teorica; era diventata biologica. Vedere quei giovani cantanti
della Pergolesi, un attimo prima terrorizzati dal panico del debutto, chiudere
gli occhi, fare una profonda "apertura del diaframma" e ritrovare il centro
di gravità prima di salire in scena, era la mia più grande ricompensa. In quel
respiro controllato c’era tutta la mia filosofia: la gestione del sé attraverso
il corpo.
Ma il ricordo
più potente di quegli anni alla CNA di Sanremo rimane legato a una ragazza. Era
bellissima, ma la sua bellezza era prigioniera di una maschera statica; quando
parlava, il suo viso restava immobile, quasi spento. Lavorammo duro sui muscoli
facciali, sullo scioglimento delle tensioni, sulla consapevolezza di ogni
singola fibra del volto. Alla fine del corso, avvenne il miracolo. Mentre
parlava, le sue labbra avevano acquisito una tale mobilità, una tale
espressività e una morbidezza che sembravano dire, senza bisogno di suoni: "Baciami".
Fu un momento elettrizzante. Non era una questione erotica nel senso banale del
termine, ma la vertigine di aver liberato una sensualità e una vitalità che
prima erano murate vive.
Capitolo 12:
Profeta in Patria (e il gelo di Milano)
Mentre io
vivevo queste piccole, immense vittorie, il ponte con la mia famiglia si faceva
sempre più fragile. Venivano a trovarmi, assistevano ai miei spettacoli come
spettatori di una vita che non riuscivano più a comprendere del tutto.
C’era
un’amarezza sottile in quegli incontri. Io mi aspettavo un riconoscimento, un
"bravo" che facesse eco al mio successo ligure. Invece, tornavano a
casa portandomi le critiche del pubblico in sala. In provincia, la cultura è
spesso un terreno arido dove il pregiudizio corre più veloce del merito. La
gente mormorava, criticava il "milanese" che voleva insegnare a
parlare, e la mia famiglia, invece di farmi da scudo, diventava la cassa di
risonanza di quei malumori.
Era un
paradosso doloroso: per i miei allievi ero colui che liberava la voce, per la
mia famiglia ero quello che riceveva critiche in una piazza di provincia. La
"reggia" di Milano e l'Accademia di Vallecrosia parlavano ormai due
lingue diverse. Io stavo diventando un uomo nuovo, ma per loro ero forse solo
un uomo che aveva lasciato un lavoro sicuro per inseguire un'utopia di slide
plastificate e spettacoli di periferia.
Capitolo 13:
L'Ancora di Pietra
Nonostante le
critiche e l’aridità culturale della provincia, il legame con quella terra
stava per diventare indissolubile. Mia moglie, con il suo eterno
"pallino" per la casetta al mare – quel desiderio di un rifugio che
fosse solo nostro, lontano dal grigiore milanese – intercettò un’offerta che
sembrava scritta nel destino: un’asta notarile per alcuni appartamenti a
Vallecrosia.
Il caso volle
che uno di questi si trovasse a soli cento metri da dove vivevo in affitto. Non
era una villa sfarzosa, ma aveva qualcosa che valeva più di ogni altra
metratura: una posizione che, pur restando protetta all'interno, si affacciava
dritta sul blu. Dal balcone, il mare era lì, una presenza costante, un
orizzonte che ti ricordava ogni mattina perché avevi scelto di restare.
Riuscire ad
acquisirlo fu un'impresa fatta di "salti mortali" economici e
burocratici, una di quelle sfide che solo una coppia abituata a gestire fidi
bancari e ristrutturazioni complesse poteva vincere. E così, mi ritrovai di
nuovo capocantiere. Ma questa volta non stavo ristrutturando una
"reggia" di città per isolarmi nel silenzio; stavo costruendo la base
operativa per la mia nuova vita. Ogni mattone posato in quella casa era un
mattone tolto alla nostra distanza.
Capitolo 14:
Due Case, Due Mondi
Con l'acquisto
della casa, la nostra geografia familiare cambiò. Non ero più un inquilino
temporaneo a Vallecrosia: ero un proprietario, un cittadino. La
ristrutturazione fu il ponte definitivo tra il mio passato da Project Manager a
Milano e il mio presente da Maestro di Comunicazione in Liguria.
Mentre la casa
prendeva forma, l'Accademia continuava il suo percorso. Ormai avevo un luogo
dove tornare che non era solo un "appoggio", ma una radice. Eppure,
questo successo immobiliare portava con sé una nuova domanda silenziosa: avremmo
mai avuto il coraggio di vendere la reggia di Milano per chiudere il cerchio?
O quella casa a Vallecrosia sarebbe rimasta per sempre il rifugio dei fine
settimana, mentre io continuavo la mia missione solitaria tra un corso alla CNA
e uno spettacolo alla Pergolesi?
Capitolo 15: Il
Muro di Vetro della Provincia
Quella giornata
a Vallecrosia era stata perfetta. Sul palco e tra i banchi dell'incontro per i
docenti, l’Accademia aveva dimostrato di non essere un’intuizione passeggera,
ma una macchina culturale d’eccellenza. C’era tutto: la struttura scientifica
del Dott. Traverso, la profondità psicofisica di Paulo Cucciol, la spinta
istituzionale della CNA con Adriano e la freschezza organizzativa di Paola. E
poi c’era Guido. Mio fratello, con la sua verve milanese de "El
Tranvai", aveva portato quel lampo di ironia che serve a rendere la
cultura viva, umana, accessibile.
Eppure, proprio
mentre l’eco degli applausi e delle risate di Guido ancora risuonava nella
sala, iniziai a sentire il peso di un silenzio familiare. Quello della
provincia.
L'illusione del
cambiamento
Eravamo
convinti di aver gettato un seme prezioso. I docenti erano usciti entusiasti,
colpiti da un approccio che finalmente guardava all'insegnamento come a una
"Danza Cosmica" tra voce, corpo e mente. Sembrava l’inizio di una
rivoluzione nelle scuole del Ponente. Mi aspettavo che i telefoni iniziassero a
squillare, che le direzioni didattiche chiedessero protocolli, corsi,
interventi.
Invece, accadde
ciò che spesso accade dove l'orizzonte è limitato dalle colline e non dal mare
aperto: vinsero le resistenze.
La provincia
arida colpisce ancora
Non fu un
"no" diretto. Fu peggio. Fu una serie di "vedremo",
"valuteremo", "mancano i fondi", "la burocrazia non lo
permette". La provincia arida non combatte apertamente l'innovazione;
semplicemente la ignora finché questa non finisce l'ossigeno. Le scuole, che
avrebbero dovuto essere il terreno più fertile per l'Accademia, si rivelarono
invece fortezze chiuse, difese da un corpo docente che, passata l’euforia della
giornata speciale, preferiva tornare alla routine rassicurante e polverosa dei
vecchi metodi.
C’era un
paradosso doloroso in tutto questo: vivevo a cento metri dal mare, in una casa
che era un inno alla libertà e alla luce, ma professionalmente mi scontravo
contro un muro di gomma invisibile.
Il Dio in noi e
la sordità degli altri
In quel
periodo, la mia riflessione si fece più cupa ma anche più lucida. Capii che non
bastava "trovare il Dio che c'è in noi" se il mondo esterno non ha
alcuna intenzione di riconoscerlo. L’Accademia, con tutta la sua competenza,
era diventata un’eccellenza in un deserto.
Mentre guardavo
dal balcone di Vallecrosia le macchine passare sul lungomare, iniziai a
chiedermi se quella bellezza non fosse, in fondo, una prigione dorata. Avevamo
la casa, avevamo il mare, avevamo la capacità professionale. Ma l'umanità che
ci circondava era pronta a salvarsi dalla propria autodistruzione culturale, o
preferiva affogare nella propria pigrizia mentale?
Capitolo 17: Il
Ritorno e la Sintesi Finale
La vita è un
respiro: Vallecrosia è stata l'inspirazione profonda, il momento in cui ho
riempito i polmoni di salsedine, sogni e realtà cruda. Milano è stata
l'espirazione, il ritorno per dare forma definitiva a tutto ciò che avevo
raccolto.
L'avventura del
ristorante e della spiaggia è stata l'ultima, grande lezione di
"presenza". Gestire l'umanità tra i tavoli e la sabbia mi ha
insegnato sul comportamento umano più di mille trattati. Ma il richiamo della
mia vera missione — quella legata alla voce, all'anima e alla comunicazione —
era troppo forte per restare sepolto sotto la gestione commerciale.
La Rinascita
Milanese
Tornare a
Milano non è stato un passo indietro, ma un ritorno alle origini con una
consapevolezza nuova. L'Accademia è ripartita, ma non era più solo una scuola
di dizione o di linguaggio del corpo. Era diventata il laboratorio dove
nascevano le mie elucubrazioni. Tutto ciò che avevo vissuto — la
frenesia milanese, il silenzio della provincia ligure, il pianto di Madre
Natura e la scoperta del Sesso Divino — si è fuso in un'unica visione.
A Milano ho
ritrovato il mio pubblico, ma soprattutto ho ritrovato la mia voce scritta.
Quella che oggi vive nelle sedici opere che compongono il mio lascito
intellettuale.
Il Dio che è in
noi
Oggi, guardando
indietro, capisco che ogni stravolgimento era necessario. La resistenza della
provincia mi ha spinto a scrivere; l'affare con Roberto mi ha insegnato la
concretezza; il mare mi ha dato la misura dell'infinito.
L’umanità
riuscirà a salvare il pianeta dalla sua autodistruzione? Non mi è dato saperlo
con certezza. So solo che Deucalione e Venere continuano a camminare, che la
FATA continua a vibrare in ogni mio respiro e che l'Accademia, in fondo, non è
mai stata un luogo fisico, ma uno stato della mente.
Ho smesso di
cercare approvazione dalle istituzioni. Oggi dialogo direttamente con l'anima
dei lettori. Il cerchio si è chiuso: dal balcone di Vallecrosia alle scrivanie
di Milano, la danza cosmica continua. E io, Onì d'Andre, continuo a danzare con
lei.





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