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venerdì 24 luglio 2026

L'Arena dei manichini

 

 

L’Arena dei manichini: se l’ipocrisia digitale uccide il pensiero

C'è un silenzio che fa più rumore di mille grida: è il silenzio di chi, pur chiamandosi "amico" sulle piattaforme digitali, non ha il tempo, la voglia o la profondità di guardare oltre la superficie. Recentemente ho invitato la mia rete di contatti a varcare la soglia del mio operato, a entrare nel mio sito per un confronto autentico. Il risultato? Un vuoto pneumatico fatto di scroll infiniti e cuori pronti all'uso, ma privi di anima.

Questo "buco nell'acqua" non è una semplice distrazione individuale: è il successo di un sistema scientificamente progettato per castrare il pensiero critico e declassare il legame umano a merce di scambio.

Dalla sacralità al consumo: la recita dei social

Un tempo l'amicizia era un concetto sacrale, un patto di presenza e ascolto. Oggi, nell’epoca dei "mi piace" compulsivi, siamo diventati spettatori distratti di esistenze messe in scena. Navighiamo in un mare di fango tra Facebook, Instagram e Nextdoor, dove l'ipocrisia è la moneta ufficiale.

Tutti pronti a fingersi empatici, a postare bandiere o sbandierare solidarietà a buon mercato. Ma provate a chiedere attenzione vera; provate a chiedere a questi "amici" di leggere, di riflettere, di confrontarsi con la complessità. Il risultato è il vuoto. La massa digitale non vuole la verità; vuole solo uno specchio che rassicuri la propria mediocrità.

Il giornalismo da riporto e la città identitaria

Questa deriva non sarebbe possibile senza la complicità del giornalismo di regime. Quella che dovrebbe essere la voce della verità ne è diventata il becchino. Oggi l'informazione non indaga, non scava nel fango: si limita a copiare e incollare il dettato del potere.

È un esercito di penne prezzolate, occupate a mantenere il decoro di una "città identitaria" fittizia che esiste solo nei loro titoli celebrativi. Mentre la marginalità divora le periferie dell'anima, la stampa banchetta alla tavola dei potenti, ignorando deliberatamente chi tenta di squarciare il velo. Preferiscono l'Arena — dove ci si scontra per banalità — al Tempio, dove si coltiva il pensiero.

Oltre la maschera: la scelta del fango

Il mio "Trittico della Marginalità" nasce da qui: dalla necessità di denunciare una società che urla "apertura" ma chiude le porte all'autenticità non manipolata. Restare nel Tempio del pensiero sacro mentre intorno infuria l'Arena dei manichini non è un fallimento, è un certificato di onestà intellettuale.

Essere ignorati da questo sistema significa non essere diventati come loro. Continuerò a scrivere e a scavare nel fango, perché solo riconoscendo la ferita possiamo sperare di guarirla. Scrivo per denunciare che questa società non è solo malata, è complice. La verità abita fuori dagli schermi e lontano dalle redazioni asservite.

E voi? Sentite ancora il peso della parola Amicizia o vi siete rassegnati alla sua versione digitale?

                                                                                 Onì d’André


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