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domenica 19 luglio 2026

 

Il Paradosso dell'Evoluzione: 

Il Potere e le Ombre della Storia


Davanti allo schermo, mentre scorrevano le immagini di una narrazione cinematografica — una lotta tra "giganti" — non ho potuto fare a meno di sentire una stretta al cuore. La finzione, per un attimo, si è dissolta, lasciando il posto a una sfilata di fantasmi fin troppo reali. Le stesse identiche scene di macerie, terrore e disperazione che oggi lacerano la terra di Gaza, i confini dell'Ucraina, le strade dell'Iran.

È sempre lo stesso identico spartito. Morte e distruzione in nome del potere.

Di fronte a questo spettacolo ripetitivo, sorge spontanea una domanda che interroga le fondamenta stesse del nostro essere: siamo forse condannati a un'immutabilità della barbarie? La risposta è no. Credere che la natura umana sia immobile, incapace di cambiare, significherebbe negare il senso e il valore stesso del nostro cammino.

L'essere umano si è evoluto. Nel corso dei secoli abbiamo affinato la coscienza, abbiamo dato vita alla filosofia, all'arte, all'empatia. Abbiamo imparato a riconoscere i diritti dell'altro e a cercare la bellezza e la giustizia. L'evoluzione non è una menzogna; è il percorso faticoso che ci spinge verso la luce.

Eppure, qui si consuma il più grande paradosso dell'umanità. Come può un essere capace di tanta elevazione interiore e intellettuale rimanere intrappolato negli stessi identici schemi di distruzione quando si tratta di dominio e geopolitica?

La verità è che il potere, quando diventa fine a se stesso, agisce come una forza violentemente regressiva. Ma per capire fino in fondo come opera questa forza, dobbiamo guardarla attraverso una figura chiave del trittico della marginalità: il cacciatore. A un primo sguardo, potrebbe sembrare un'incoerenza: nel Trittico, il cacciatore non è mossa da un cinismo fine a se stesso, ma compie il suo atto in modo disperato, nel tentativo estremo di ricostruire e riaffermare la propria identità perduta.

Ed è proprio qui che si svela il legame profondo con i "giganti" della storia. Chi scatena conflitti, chi usa il potere per schiacciare i popoli a Gaza, in Ucraina o in Iran, soffre della stessa drammatica mutilazione interiore di quel cacciatore. Sono leader, o nazioni, incapaci di guardarsi dentro, che vivono un vuoto identitario spaventoso. Non sapendo chi sono, e non avendo una reale identità spirituale o etica, cercano disperatamente di costruirla attraverso il dominio sugli altri. Si illudono che l'unico modo per esistere sia essere temuti, che tracciare confini con il sangue dia una forma al loro vuoto. La guerra diventa così il tentativo aberrante di darsi un'identità distruggendo quella altrui.

La brama di controllo trasforma il progresso in un'arma, usando le tecnologie più avanzate non per elevare l'uomo, ma per rendere più efficiente e spietata questa tragica ricerca di se stessi attraverso la sottomissione del prossimo.

Per spezzare questa catena che unisce i miti del passato alle tragedie del presente, l'unica via rimasta è il risveglio della consapevolezza individuale. Dobbiamo rifiutare l'idea che la guerra e la sopraffazione siano fatalità inevitabili. La scrittura, il pensiero, la parola etica sono gli unici strumenti con cui possiamo colmare quel vuoto interiore prima che si trasformi in violenza, sottraendoci al mirino di questo eterno cacciatore per rivendicare la nostra vera evoluzione.

Finché continueremo a guardare il dolore del mondo attraverso uno schermo, ricordiamoci che quelle scene non appartengono a un destino immutabile, ma a una regressione identitaria che abbiamo il dovere etico di riconoscere, spiegare e fermare.

   

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