La gelosia e
il limite del nostro sguardo.
Quando la gelosia non nasce dall'altro, ma dalla nostra interpretazione
A partire dal conflitto interiore di Luca nella Trilogia del richiamo,
una riflessione sulla gelosia come paura, interpretazione e difficoltà ad
accettare la libertà dell'altro.
C’è un passaggio, nel percorso di Luca dentro Il richiamo, in cui la
gelosia smette di essere soltanto un sentimento e diventa una prova di verità.
Di fronte al desiderio di Sofia di vivere un'esperienza con il Danzatore Cosmico,
Luca potrebbe reagire come molti reagirebbero: sentirsi ferito, diminuito,
messo da parte. Potrebbe leggere quel desiderio come una mancanza nei suoi
confronti, come la prova di non bastare, come una sottrazione d'amore. Potrebbe
trasformare il proprio dolore in accusa. E invece, pur attraversando il
conflitto, sceglie di non negare la libertà di Sofia.
E' qui che si rivela il punto più profondo della gelosia: non nasce sempre
da ciò che l'altro fa, ma molto spesso dal significato che noi attribuiamo a ciò
che l'altro fa. Non è il gesto in se' a travolgerci, ma l'interpretazione che
ne diamo. Il desiderio dell'altro diventa rifiuto. La sua autonomia diventa
distanza. La sua ricerca diventa giudizio su di noi. E così, senza quasi
accorgercene, smettiamo di vedere l'altro per ciò che è e cominciamo a vedere
solo la nostra paura riflessa nei suoi gesti.
La gelosia, allora, non è sempre prova d'amore. Talvolta è il segno della
nostra difficoltà ad accettare che l'altro non ci appartenga. Vorremmo che
l'amore ci garantisse sicurezza, centralità, conferma. Vorremmo che chi amiamo
ci mettesse al riparo dall'incertezza. Ma nessun legame umano può offrirci
davvero questo. L'altro resta altro. Ha un desiderio, una coscienza, una libertà
che non coincidono interamente con il nostro bisogno di essere rassicurati.
Per questo la gelosia è anche una crisi dell'interpretazione. Soffriamo, e
subito crediamo che il dolore ci dia ragione. Temiamo, e subito pensiamo che il
timore coincida con la verità. Eppure, non tutto ciò che ferisce è un torto.
Non tutto ciò che ci disorienta è un tradimento. A volte è soltanto il momento
in cui scopriamo che l'altro non coincide con l'immagine che ci eravamo fatti
di lui, del suo amore, del posto che occupiamo nella sua vita.
Luca, nel suo conflitto, tocca proprio questa soglia. Il valore del suo
gesto non sta nell'assenza di gelosia, ma nel fatto che non la assolutizza. Non
la trasforma in legge. Non ne fa il criterio ultimo della realtà. Comprende,
con fatica, che amare Sofia non significa detenere ogni sua esperienza, ne'
pretendere che ogni suo desiderio passi attraverso di lui. E in questa
comprensione c’è qualcosa di raro: la capacità di soffrire senza trasformare la
sofferenza in possesso.
E' una lezione che va oltre la vicenda narrativa. Molte relazioni si
consumano non per i fatti, ma per i significati che attribuiamo ai fatti. Non
per ciò che davvero accade, ma per ciò che la nostra paura ci suggerisce che
stia accadendo. Una distanza momentanea diventa abbandono. Un silenzio diventa
rifiuto. Un desiderio personale si trasforma, nella mente di chi teme, in una
smentita dell'intero legame. Così la gelosia non illumina l'altro: lo deforma.
Forse la verità più scomoda è questa: la gelosia non smaschera sempre chi
abbiamo davanti. Molto più spesso smaschera noi. Rivela il punto in cui
confondiamo amore e conferma, vicinanza e possesso, relazione e diritto. Non ci
dice soltanto quanto teniamo all'altro. Ci dice anche quanto fatichiamo ad
accettare che l'altro resti libero senza che questa libertà venga vissuta da
noi come una minaccia.
Il percorso di Luca mostra allora una possibilità più alta e più difficile:
attraversare la gelosia senza adorarla, sentirla senza obbedirle, riconoscerla
senza trasformarla in verità assoluta. E forse è proprio qui che una relazione
smette di essere possesso e comincia davvero a diventare amore.
Molte volte non siamo gelosi per ciò che il partner fa, ma per il
significato che la nostra paura attribuisce ai suoi gesti. E allora la gelosia
non dice la verità dell'altro: dice il limite del nostro sguardo.