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lunedì 20 luglio 2026

 


L’Arena dei Tribunali Televisivi:


 Perché il vero giudice deve prima conoscere se stesso

Esiste un filo invisibile ma robusto che lega i diversi linguaggi della televisione contemporanea. Che si tratti dell'urlo sguaiato di una piazza televisiva o del tono felpato, patinato e solenne di un’inchiesta da prima serata, il meccanismo di fondo non cambia: la trasformazione della cronaca in un tribunale mediatico.

Assistiamo ogni settimana a uno spettacolo inquietante. La complessa realtà umana, con le sue sfumature e le sue fragilità, viene schiacciata per servire la narrazione della puntata. L'obiettivo primario non è più la ricerca scrupolosa della verità, ma l'impatto emotivo, la condanna preventiva, l'audience. La persona al centro dell'attenzione smette di essere un individuo dotato di dignità e presunzione d'innocenza: diventa carne da macello, un gladiatore gettato nell'Arena per saziare la fame di sdegno del pubblico da casa.

Si confonde deliberatamente il diritto di informare con la bramosia di giudicare. Ma qual è la vera radice di questa deriva? E, soprattutto, esiste una via d'uscita?

La patologia del giudizio altrui

Il giudizio sommano è la scorciatoia più facile per l'animo umano. È estremamente confortevole puntare il dito contro il "mostro" o il "corrotto" di turno sullo schermo: ci fa sentire istantaneamente migliori, assolti dai nostri stessi errori, moralmente superiori. I media conoscono benissimo questa debolezza e la monetizzano con lo share.

Tuttavia, un giudizio scagliato verso l'esterno senza alcuna profondità interiore è solo rumore. È una proiezione delle nostre paure e delle nostre frustrazioni represse. Quando ci erigiamo a giudici della vita altrui senza avere la minima consapevolezza di chi siamo noi stessi, stiamo semplicemente partecipando alla recita della Fortezza Arrogante.

La soluzione: "Conosci te stesso" prima di scagliare la pietra

La vera risposta a questa barbarie mediatica non è una nuova legge o un cavillo burocratico. È un atto di responsabilità individuale, un pilastro millenario che la società dello spettacolo ha del tutto dimenticato: l'impossibilità etica di giudicare gli altri se prima non si è compiuto il lavoro di conoscere se stessi.

Finché l'uomo non scende nelle profondità del proprio essere, finché non esplora le proprie ombre, le proprie ipocrisie e le proprie debolezze, ogni suo giudizio sul prossimo sarà viziato, cieco e violento.

Chi ha davvero frequentato il proprio silenzio — chi abita il proprio Tempio interiore — sviluppa una naturale pudicizia di fronte alle colpe altrui. Non perché giustifichi l'errore o il reato, ma perché comprende la complessità della natura umana e sa che la giustizia richiede rigore, rispetto e distacco, non il patibolo mediatico a favore di camera.

Dallo schermo al silenzio

Spegne lo schermo chi vuole smettere di essere complice di questo carnevale della gogna.

La prossima volta che la televisione vi inviterà a sdegnarvi a comando, a condannare prima di un verdetto o a godere della rovina di un vostro simile, fermatevi. Ritirate la mano che punta il dito. Riportate lo sguardo all'interno. Soltanto riconquistando la sovranità sul nostro mondo interiore potremo togliere il carburante a questa spietata macchina dell'Arena e restituire alla comunicazione il suo valore più alto: il rispetto per la dignità dell'essere umano.

                                                                                                        Onì d'André

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