Tutti parlano di libertà, nessuno vuole il fuoco
Viviamo in una società che ha fatto della parola libertà il proprio idolo più comodo e della parola verità il proprio sacrificio più frequente. Tutti la invocano, la rivendicano, la sventolano come una bandiera privata. Ma quasi nessuno sembra disposto a sostenerne il peso reale. Perchè la vera libertà non coincide con la rimozione di ogni soglia, non è il capriccio elevato a diritto, non è la dispersione degli istinti scambiata per emancipazione. La vera libertà domanda forma, attraversamento, responsabilità, e soprattutto domanda il coraggio di non mentire a se stessi.
Eppure, la nostra epoca ha scelto un'altra strada. Ha preferito la rottura alla maturazione, l'esibizione alla profondità, la protesta alla trasfigurazione. Da molto tempo confondiamo il gesto di abbattere con l'atto di creare. Ci siamo illusi che bastasse dissacrare per essere vivi, che bastasse infrangere per diventare autentici, che bastasse liberarsi dei vincoli per scoprire finalmente chi siamo. Ma una società che distrugge i propri limiti senza avere un'anima capace di reggere il vuoto non genera uomini più alti: genera individui più fragili, più smarriti, più esposti alla violenza e alla menzogna.
Il nostro disordine non nasce oggi. Viene da lontano. Viene da generazioni che hanno gridato alla liberazione credendo che ogni proibizione fosse oppressione e ogni trasgressione un atto di verità. Hanno predicato l'amore libero, ma troppo spesso hanno consegnato in eredità non l'amore, bensì la sua dissipazione. Hanno combattuto l'ipocrisia, ma insieme a essa hanno smarrito anche il senso del sacro. Hanno voluto spezzare le catene, e in molti casi hanno spezzato anche le forme interiori che custodivano il desiderio dal proprio degrado. Si è parlato di emancipazione mentre avanzava, silenziosa, una nuova povertà: quella di esseri umani sempre più incapaci di distinguere tra nudità e spoliazione, tra desiderio e fame, tra comunione e consumo.
Oggi vediamo il raccolto di quella lunga semina. Lo vediamo nei giovani che feriscono con una facilità che gela, come se il gesto estremo non fosse più il confine dell'umano, ma una delle tante possibilità offerte dal vuoto. Lo vediamo nelle esistenze anestetizzate, nei volti saturi di stimoli e deserti di significato, nelle coscienze che hanno imparato a reagire a tutto e a comprendere quasi nulla. Lo vediamo in una folla sterminata che soffoca senza voce, che avverte di essere smarrita ma non possiede più il linguaggio per dire il proprio smarrimento. E così il dolore non diventa conoscenza: diventa rumore, sintomo, sfogo, violenza, depressione muta o stanca rassegnazione.
Ma sarebbe troppo semplice accusare soltanto i giovani. Sarebbe persino comodo. Ogni generazione adulta ama condannare i propri figli per non dover guardare con lucidità i propri tradimenti. E invece questi ragazzi non vengono dal nulla. Sono il prodotto di una società che ha moltiplicato i diritti e svuotato le iniziazioni, che ha celebrato l'espressione e dimenticato la disciplina interiore, che ha insegnato a pretendere tutto e a sopportare quasi niente. Sono figli di adulti che chiedono equilibrio senza offrire profondità, di famiglie che proteggono ma non formano, di istituzioni che sorvegliano senza trasformare, di una cultura che ha paura della parola sacrificio quasi quanto ha paura della parola anima.
E poi ci sono loro: gli educatori, i commentatori, i professionisti del lessico morale, tutti coloro che si muovono tra pedagogie, protocolli, raccomandazioni, tavole rotonde, appelli e analisi, come se il problema dell'essere umano fosse soprattutto una questione di terminologia corretta. Parlano di disagio, di benessere, di ascolto, di accompagnamento, di inclusione. E in molti casi lo fanno con la serietà esteriore di chi crede di stare esercitando una funzione alta. Ma quanta parte di questa serietà nasce davvero da un confronto con il proprio abisso, e quanta invece è solo mestiere, posizione, ruolo, autorappresentazione? Con quale forza può guidare gli altri chi non ha mai attraversato il proprio crollo? Con quale autorità può parlare di crescita chi non ha mai conosciuto la propria vera disgregazione?
Il dramma del nostro tempo è qui: abbiamo sostituito la trasformazione con la gestione. Non vogliamo più esseri umani che affrontino il fuoco della propria verità; vogliamo soggetti regolati, contenuti, compensati, spiegati. Abbiamo edificato una civiltà che non educa all'essere, ma all'adattamento. Una civiltà in cui l'importante non è diventare reali, ma rimanere funzionali. Una civiltà in cui il male più temuto non è la menzogna, ma l'inquietudine; non l'alienazione, ma il conflitto; non la perdita di senso, ma il disturbo dell'ordine apparente.
E così continuiamo a vivere nell'equivoco. Chi grida si crede libero. Chi ferisce si crede forte. Chi seduce si crede vivo. Chi spiega si crede profondo. Chi educa si crede guida. Chi si adatta si crede saggio. Ma sotto tutte queste maschere si allarga una miseria più radicale: l’incapacità di stare davanti alla propria verità senza fuggire. E' questa la ferita più nascosta della nostra epoca. Non la trasgressione, non la violenza, non la volgarità in se', ma la paura di attraversare davvero quel luogo in cui l'essere umano cessa di recitare e comincia a bruciare.
Perchè tutto, alla fine, conduce qui. Non al dibattito, non alla polemica, non all'ennesima diagnosi sulla società malata. Conduce alla soglia. A quella porta stretta davanti alla quale ogni accusa pronunciata contro il mondo si ritorce inevitabilmente contro chi parla. Perchè denunciare il deserto è facile. Molto più difficile è rinunciare ai propri alibi. Molto più difficile è smettere di usare il fallimento collettivo come protezione dalla propria prova personale. Molto più difficile è riconoscere che, senza un attraversamento interiore, ogni indignazione resta teatro, ogni ribellione resta posa, ogni parola resta fuori dalla vita.
Ed è qui che il discorso cambia natura. Non si tratta più di stabilire chi abbia tradito di più: i rivoluzionari che hanno desacralizzato, i giovani che hanno introiettato il vuoto, gli educatori che amministrano il linguaggio della cura, o la massa silenziosa che si lascia vivere senza più opporre resistenza al proprio smarrimento. Tutti hanno una parte di responsabilità. Ma questa constatazione non basta, perchè non salva nessuno. La sola domanda che conta è un'altra, e non riguarda più loro. Riguarda me. Riguarda te. Riguarda chiunque abbia ancora un minimo di onestà per non rifugiarsi nell'ennesima condanna del mondo.
Ho il coraggio di varcare la porta unica del Suk di Onì d’Andrè e vivere ciò che ha vissuto la protagonista de Il Fuoco dentro?
Questa è la domanda da cui tutto dipende. Non se il libro sia comodo. Non se sia condivisibile. Non se sia provocatorio al punto giusto. Ma se siamo davvero disposti ad avvicinarci a quella zona dell'esistenza in cui il desiderio, la paura, la vergogna, il corpo, il giudizio, il bisogno di approvazione e la fame d'assoluto cessano di essere concetti e tornano a essere esperienza viva. Perchè ci sono libri che si leggono per passatempo, libri che si leggono per confermare ciò che già si pensa, e libri che si leggono soltanto quando si è pronti a perdere qualcosa. Il Fuoco dentro appartiene a questa seconda razza di opere: non consola, non addomestica, non intrattiene. Chiama.
Chiama chi è stanco delle parole senza carne. Chiama chi avverte che l'educazione ricevuta non è bastata a renderlo vero. Chiama chi sospetta che la cosiddetta libertà moderna abbia spesso prodotto soltanto nuovi schiavi, più sorridenti e più disorientati. Chiama chi sa, nel fondo della propria inquietudine, che non basta criticare il mondo se non si è pronti a mettere in discussione il proprio modo di stare al mondo.
Forse il punto estremo della nostra crisi non è che abbiamo perso l'ordine, ma che abbiamo perso il coraggio della soglia. Vogliamo tutto senza passare per il varco che tutto giudica. Vogliamo la pienezza senza lo spogliamento, la conoscenza senza il rischio, la rinascita senza il rogo. Ma nessuna vita degna di questo nome si apre senza una combustione. Nessuna verità entra in noi senza prima infrangere le impalcature della menzogna. Nessuna autentica trasformazione ci è concessa se continuiamo a restare spettatori del nostro stesso fallimento.
Per questo il problema non è più la società. O almeno, non solo. Il problema è se abbiamo ancora abbastanza fame di verità da non arretrare davanti al fuoco. Se siamo capaci di smettere di guardare sempre fuori, verso i colpevoli, i sintomi, le generazioni, le mode, i disastri, per cominciare finalmente a guardare dentro il punto esatto in cui si decide la nostra fedeltà all'essere.
Tutto il resto è commento.
Tutto il resto è folla.
Tutto il resto è arena.
Ma chi sente che la propria vita non può più accontentarsi dell'arena, prima o poi dovrà chiedersi se ha il coraggio di cercare il tempio. E il tempio, per alcuni, comincia proprio lì: nel varcare la soglia di Il Fuoco dentro.
Onì d'André
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