Quarta lettera aperta di Onì d'André è indirizzata ai lettori, ai viandanti e a chi pensa che i fatti siano un dettaglio.
Se vuo ascoltarla segui questo link: https://youtu.be/XqcxR9Ae0T8
LA VERITÀ CHE NON SI PUÒ RISCRIVERE.
Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che
trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Considerate
se questo è un uomo che lavora nel fango che non conosce pace
che lotta per mezzo pane che muore per un sì o per un no.
Primo Levi scrisse questi versi nel 1947 e li pose in testa a Se questo
è un uomo. Quell'anno non è soltanto la data del libro: è anche l'anno in
cui l'Assemblea Generale dell'ONU approvò, con la Risoluzione 181, la
spartizione della Palestina. Nello spazio di pochi mesi il Novecento consegnò
al mondo due cose che non avrebbe più potuto ritirare: la testimonianza di ciò
che l'uomo era stato capace di fare, e una decisione che avrebbe alimentato
conflitto per generazioni. Chi le tiene separate commette un errore; chi le
confonde ne commette uno peggiore.
Le date non sono un dettaglio
Comincio da qui, e comincio da me. Nelle lettere precedenti ho scritto dei
"patti traditi della NATO" accostandoli al 1947. La NATO nasce nel
1949, con il Trattato di Washington. Lo Stato di Israele nasce nel 1948, non
nel 1947. Se voglio che mi si creda quando dico che la verità documentata viene
sistematicamente ignorata, devo essere il primo a tenerla in ordine. Un
avversario che trova una data sbagliata nel mio testo non discute più le mie
ragioni: liquida il testo e passa oltre. La precisione non è pedanteria: è la
differenza tra un argomento e un bersaglio.
Il 1947 resta comunque l'anno che conta — per la Risoluzione 181 e per i
versi di Levi. Ma il conto va fatto per intero.
Il piano che fu approvato e mai attuato
All'epoca la Palestina non era uno Stato sovrano: era un Mandato
britannico, affidato alla Gran Bretagna dalla Società delle Nazioni dopo il
primo conflitto mondiale. Era però un'entità amministrativa riconosciuta dal
diritto internazionale, con un territorio, una popolazione e istituzioni
proprie. È questa la realtà che si vuole cancellare quando si fa cominciare la
storia dal 7 ottobre.
La Risoluzione 181 prevedeva due Stati — uno ebraico, uno arabo — più
Gerusalemme sotto regime internazionale. L'Agenzia Ebraica, guidata da David
Ben-Gurion, accettò formalmente il piano, considerandolo il riconoscimento
internazionale indispensabile per la nascita dello Stato. L'Alto Comitato Arabo
e i governi della Lega Araba lo respinsero in blocco, definendolo un atto
d'arbitrio coloniale contrario alla Carta dell'ONU: assegnava la maggioranza
delle terre a una minoranza demografica — circa un terzo della popolazione —
che possedeva catastalmente una quota molto inferiore dei terreni registrati.
Il piano, però, fu approvato e mai attuato. Non fu la Risoluzione a
spartire la terra: fu la guerra del 1948-49. Da lì vennero i confini effettivi,
i profughi, i territori che ancora oggi non hanno soluzione. Chi dice che nel
1947 "si decise la spartizione" dice una mezza verità; la mezza
verità, lo sapete bene, è la forma più elegante della menzogna. Il peccato originale
non fu un voto a New York: fu il modo in cui l'Occidente scelse di scaricare su
altri il proprio debito morale, senza mai mettere in discussione il proprio
territorio.
La domanda che nessuno vuole porre
Allora si capisce perché questa guerra non finisce?
L'Iran persegue un programma nucleare contestato, ha costruito un sistema
che non risponde agli standard occidentali e ha più volte minacciato Israele.
Che voglia dotarsi di un'arma atomica è un sospetto fondato su elementi seri —
ma non provato oltre ogni dubbio, e Teheran non ha mai dichiarato di volerla
usare per distruggere Israele. Chi si chiede se a Teheran si possa dar torto si
sta chiedendo in realtà un'altra cosa: se una minaccia parziale e contestata
giustifichi o no una guerra preventiva. È una domanda legittima. Non ha una
risposta semplice, e diffido di chi ne ha una pronta.
Gli Stati Uniti appoggiano Israele in modo ampio e continuativo, con fasi e
condizionalità diverse nel tempo. Se questo appoggio sia giusto è una domanda
morale e politica su cui esistono posizioni opposte e argomentate. Ci si può
schierare — io mi schiero — ma conviene sapere che è una scelta, non
un'evidenza. La prima lettera lo diceva con rabbia: ogni volta che l'Occidente
ha esportato la propria idea di libertà con i bombardieri, ha generato macerie
e dittature peggiori. Dal 1953 in Iran al 2003 in Iraq, dalla Libia
all'Afghanistan, la cronaca è lì, e nessuno l'ha ancora smentita.
Il precedente che non si vuole vedere
Sull'Ucraina ho scritto nelle lettere precedenti che quel conflitto è stato
voluto e alimentato dagli Stati Uniti per umiliare la Russia e indebolire
l'Europa. È la mia lettura, e la mantengo. Non è però un fatto stabilito: è una
tesi. Chi la respinge ha argomenti; chi la sostiene deve portare prove. La
seconda lettera ne citava alcune — i verbali del 1990, gli avvertimenti
diplomatici ignorati, le ammissioni di Merkel e Hollande sugli Accordi di
Minsk. Sono indizi pesanti, non una sentenza. E l'onestà intellettuale impone
di dire anche il resto: la Russia ha invaso un paese sovrano, e questo resta un
fatto che nessuna provocazione cancella.
Oggi osservo questo: l'Europa è compatta contro Putin, e il presupposto
dichiarato è che non è ammissibile invadere una nazione vicina. Il principio è
giusto. Ma i principi si applicano o si scelgono? Se valgono solo dove
conviene, non sono principi: sono strumenti. E allora la domanda vera non è se
Putin abbia torto — ha torto. La domanda è perché lo stesso metro non sia stato
usato in altri teatri, e da chi, e in nome di quale risorsa.
La verità che intralcia
È tutto uno schifo, d'accordo. Ognuno tira l'acqua al proprio mulino e
dimentica volutamente ciò che non gli serve ricordare. Nella seconda lettera
l'ho chiamata censura del giorno prima: l'orologio della televisione che parte
sempre dall'istante che fa comodo — il 7 ottobre per la Palestina, il 24
febbraio 2022 per l'Ucraina — mentre tutto ciò che precede sparisce.
Ma qui sta il punto di questa quarta lettera, e voglio dirlo senza
ornamenti.
La verità documentata non è un lusso intellettuale né una posizione
politica. È l'unica cosa che la diplomazia non può permettersi di ignorare,
perché è l'unica che non si può riscrivere. Ogni volta che una data viene
spostata, un fatto semplificato, una tesi spacciata per evidenza, qualcuno ci
guadagna. E quel qualcuno non è mai chi vive nelle tiepide case.
Per questo non chiedo di credermi. Chiedo di controllare. Prendete i
documenti, le mappe, i bilanci, i verbali. Verificate le mie date, non solo
quelle degli altri: le ho corrette anch'io, in questa stessa lettera, perché un
uomo che pretende verità dagli altri deve essere il primo a pagarla di persona.
Levi non chiedeva di indignarsi. Chiedeva di considerare. È un verbo più
duro di quanto sembri: significa guardare, verificare, ricordare. Anche quando
ciò che si trova non conferma quello che si sperava di trovare. Soprattutto
allora.
Con la speranza intatta di chi crede ancora nell'essere umano,
Onì d'André Autore de «Il peso del pensiero» e dei cicli filosofici delle
Sei Trilogie www.onidandre.it

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