Il tribunale a geometria variabile: Ucraina,
Palestina e il fallimento morale dell'uomo
Viviamo nell’epoca delle sentenze repentine e dell’indignazione a comando.
Basta accendere uno schermo per assistere all'eterna messinscena del bene
contro il male, un canovaccio stantio in cui le cancellerie occidentali e i
megafoni mediatici distribuiscono patenti di civiltà e marchi d’infamia a
seconda della convenienza del momento.
L'aggressione della Russia ai danni dell'Ucraina è stata, a ragione,
definita una violazione criminale della sovranità e dei confini di un popolo.
Su questo non si transige: chi ordina ai carri armati di avanzare e ai missili
di colpire le città compie un atto brutale contro la vita umana.
Ma il vero scandalo, ciò che fa sprofondare l’ordine internazionale in una
bancarotta etica senza ritorno, comincia un istante dopo. Comincia quando
quegli stessi governi che oggi invocano la sacralità delle frontiere e il
diritto internazionale si scoprono muti, ciechi e complici davanti a decenni di
annessioni silenziose, occupazioni militari e muri di cemento eretti per
strangolare la terra di Palestina.
La bilancia truccata del potere
Come può una civiltà che si definisce democratica pretendere credibilità se
misura la libertà con due pesi e due misure?
Quando nel 1947 i vincitori della Seconda guerra mondiale decisero a
tavolino la spartizione della Palestina, non compirono un gesto di nobile
riparazione: compirono un atto di vigliaccheria diplomatica. L’Europa,
sopraffatta dall'orrore della Shoah ma incapace di aprire le proprie porte ai
sopravvissuti, decise di scaricare il proprio senso di colpa e il proprio
antisemitismo millenario su una popolazione che con i campi di sterminio non
aveva nulla a che spartire. Da allora, le violazioni sistematiche delle
convenzioni internazionali, le colonie abusive e l'espropriazione forzata sono
state liquidate come "questioni complesse" o coperte dal paravento
della ragion di Stato.
Perché un confine violato a est dell'Europa è un sacrilegio intollerabile,
mentre decenni di confini cancellati in Medio Oriente sono un dettaglio
sacrificabile sull'altare delle alleanze strategiche?
Non si tratta di fare sconti o di concedere attenuanti all'autocrate di
turno. Si tratta di comprendere che il grido d'accusa mosso dall'Occidente
suona irrimediabilmente ipocrita nel momento in cui dimentica l’Iraq sventrato
nel 2003 senza mandato ONU, la Libia polverizzata e il cinismo con cui interi
continenti sono stati ridotti a pedine. Quando la legge non vale per tutti
nello stesso modo, cessa di essere legge: diventa un'arma di sopraffazione.
Nessun alibi: la colpa è dell'essere umano
In questo labirinto di doppi standard, il pensiero si fa pesante. Troppo
comodo dividere il mondo tra despoti sanguinari da una parte e democrazie
illuminate dall'altra. La storia recente ci dimostra che i cosiddetti sistemi
liberi non esitano a usare il ferro, il fuoco e l'embargo quando devono
difendere la propria egemonia economica o le proprie rotte energetiche.
Le religioni non c'entrano, le ideologie sono paraventi e l'ignoranza è una
scusa comoda. A concepire le bombe a grappolo su Kiev, i massacri a Gaza, le
foibe sul confine orientale e le guerre infinite dimenticate nel Sud del mondo
è sempre e solo lo stesso autore: l'essere umano.
Un essere che si ostina a battezzare come "democrazia" ciò che
spesso è solo l'arte raffinata di giustificare i propri crimini condannando
quelli altrui.
Disarmare la mente prima delle mani
Finché la geopolitica continuerà a essere una bilancia truccata, non ci
sarà pace né sicurezza per nessun popolo. Continueremo a passare da una trincea
all'altra, illudendoci che la vittoria sul campo di battaglia possa sanare il
marciume che coviamo dentro.
Prima di schierarci acriticamente sotto una bandiera, prima di puntare
l'indice e prima di invocare il diritto a giorni alterni, abbiamo l'obbligo di
fermare la macchina della retorica. Dobbiamo avere la decenza di guardarci allo
specchio e affrontare il peso di ciò che siamo diventati, rispondendo senza
ipocrisie a tre sole domande:
Chi sono?
Dove vado?
Cosa voglio?
Finché l'uomo non troverà la risposta dentro la propria coscienza, la
democrazia rimarrà un guscio vuoto e la terra continuerà a essere il cimitero
della nostra presunzione.
