Pagine

sabato 7 novembre 2026


 Due Pesi due Misure

Introduzione

C'è un'ipocrisia che attraversa il modo in cui l'Occidente guarda alle guerre, e questa serie di lettere aperte è nata per denunciarla.

È la stessa ipocrisia che Il peso del pensiero mette al centro: il costo di guardare i fatti senza la mediazione della versione ufficiale. Perché la verità — come si legge nella presentazione di Trump Palestina — è verità solo se è documentata. Non basta affermarla, non basta crederci: va provata, mostrata, messa davanti agli occhi di chi preferirebbe non vederla.

Da qui nascono le lettere aperte. La prima, Palestina Israele; la seconda, Russia Ucraina. Due video, due teatri, un unico filo: lo stesso principio applicato in modo diverso a seconda di chi commette il fatto. Riceverai poi le lettere dedicate a Trump, e infine la terza — Perché ho dovuto urlare — che dice in tre parole cosa succede quando la verità documentata non basta a smuovere nulla: la verità, il risarcimento e il coraggio di cambiare. E la quarta, l'ultima, scritta per onestà intellettuale, per non essere tacciati di superficialità, per far prendere coscienza.

Perché è di questo che si tratta: coscienza. Non di schierarsi tra due parti, ma di riconoscere che un ordine internazionale applicato con metri diversi — duro contro Mosca, indulgente verso chi affama Gaza — non è un ordine. È una gerarchia travestita da diritto. E riconoscerlo è il primo passo per chiedere che le regole tornino a valere allo stesso modo per tutti, chiunque sia il trasgressore.

Le pagine che seguono sviluppano quella denuncia: le contraddizioni giuridiche, le contraddizioni del linguaggio, le contraddizioni nel valore che si attribuisce alla vita a seconda di dove nasce. Le lettere aperte le hanno urlate. Questo articolo prova a metterle in fila, perché restino.

 

Due pesi, due misure

Le contraddizioni dell'ordine internazionale tra Ucraina e Gaza

Introduzione: la stessa regola, applicata due volte

Esiste un principio che l'Occidente ha ripetuto per tre anni con la voce alta: nessuno Stato può invadere un altro, annetterne il territorio e colpire i civili senza pagare un prezzo. È il principio su cui l'Unione Europea e gli Stati Uniti hanno costruito sanzioni senza precedenti contro Mosca, l'esclusione dal sistema finanziario internazionale, un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale contro il capo dello Stato russo.

Quello stesso principio, applicato a Gaza, cambia tono. Cambia vocabolario. Cambia strumenti. Cambia velocità.

Chi sostiene la tesi delle "due misure" non nega che la Russia abbia invaso l'Ucraina, né che l'attacco del 7 ottobre 2023 sia stato un crimine. Ne trae una conclusione diversa: che il diritto internazionale in Occidente non si applica secondo la gravità del fatto, ma secondo l'allineamento geopolitico di chi lo commette. Questo articolo sviluppa quella tesi, elenca le contraddizioni che la sostengono — e discute, alla fine, le obiezioni più serie che le vengono opposte.

I. La contraddizione giuridica: lo stesso reato, due tribunali

Le categorie giuridiche in gioco sono le stesse in entrambi i teatri.

Occupazione di territorio altrui. Attacchi a infrastrutture civili — reti elettriche, ospedali, acquedotti. Punizione collettiva di una popolazione. Trasferimento forzato di civili. Uso della fame come strumento di guerra. Sono tutte fattispecie previste dal diritto internazionale umanitario e dallo Statuto di Roma.

Se lo strumento normativo è identico, la reazione politica dovrebbe esserlo. La contraddizione sta nel fatto che non lo è.

Contro la Russia si è arrivati, nell'arco di pochi mesi, a un pacchetto di misure che non ha precedenti nella storia delle sanzioni economiche: congelamento delle riserve della banca centrale, esclusione dal sistema SWIFT, embargo sul petrolio e sul gas, sanzioni su singoli individui e aziende, mandato di arresto internazionale per il presidente. La velocità e la durezza della risposta sono state straordinarie.

Verso Israele, a fronte di una catastrofe umanitaria documentata da organizzazioni internazionali, la reazione occidentale è stata molto più lenta, molto più cauta, molto più frammentata. Le misure adottate riguardano per lo più singoli coloni, non i vertici politici o militari. Le forniture di armi sono state contestate internamente ma raramente interrotte in modo strutturale.

La contraddizione, in una frase: se l'occupazione e i crimini di guerra producono sanzioni contro Mosca, devono produrre sanzioni anche contro chi li commette altrove. Se non le producono, allora la norma non è una norma — è una politica.

II. La contraddizione linguistica: chi invade e chi "risponde"

Il vocabolario non è neutro. Orienta il giudizio morale del lettore prima ancora che i fatti siano discussi — e la differenza di vocabolario tra i due casi è misurabile.

Per l'Ucraina si usano parole che assegnano responsabilità in modo inequivocabile: invasione, aggressione, crimini di guerra, genocidio (nel dibattito sulla deportazione dei minori), dittatore, regime. Il soggetto grammaticale è sempre l'aggressore; la vittima non ha ambiguità.

Per Gaza il linguaggio si sposta sulla processualità e sulla reciprocità: conflitto, operazione militare, rappresaglia, diritto all'autodifesa, situazione complessa. Il verbo più usato non è "invadere" ma "rispondere", "reagire", "difendersi". Il soggetto grammaticale si sposta dal responsabile al contesto.

La contraddizione: lo stesso atto — colpire una città densamente abitata dove si trovano civili — viene descritto come "crimine di guerra" in un caso e come "conseguenza tragica di un conflitto" nell'altro. Il linguaggio non descrive i fatti: li classifica. E la classificazione è diversa perché diverso è il classificatore.

Una variante particolarmente rivelatrice è l'uso del passivo. "Sono morti dei civili" — senza soggetto — compare molto più spesso nel contesto di Gaza che in quello ucraino. Il passivo cancella l'agente. Il lettore sa che qualcuno ha sparato, ma la grammatica non gli chiede di identificarlo. Nel caso ucraino, la stessa costruzione è quasi assente: l'agente è sempre nominato.

III. La contraddizione delle vittime: quante vite valgono una notizia

Questa è la parte più difficile da scrivere e la più difficile da contestare, perché tocca la percezione del valore della vita umana.

La copertura mediatica occidentale, la mobilitazione dell'opinione pubblica, la frequenza delle dichiarazioni dei leader politici, l'attenzione delle istituzioni internazionali: tutto questo è stato, per l'Ucraina, di ordini di grandezza superiore rispetto a quanto è stato per Gaza, anche nei momenti di massima intensità delle operazioni militari.

Le ragioni sono molteplici. La vicinanza geografica conta: una guerra alle porte dell'Europa mobilita più di una guerra in Medio Oriente. La familiarità culturale conta: la stampa occidentale ha corrispondenti, fonti, contatti in Ucraina; ne ha molti meno dentro Gaza, dove l'accesso è limitato. La comunicazione del governo ucraino è stata, dal primo giorno, straordinariamente efficace nel costruire una narrazione comprensibile in Occidente.

La contraddizione non sta nell'esistenza di queste ragioni — sta nel fatto che, qualunque sia la causa, il risultato è una gerarchia implicita: alcune sofferenze civili generano indignazione mondiale, altre generano un appello al "cessate il fuoco umanitario" che viene discusso per mesi senza esito.

Chi sostiene le due misure non dice che una vita ucraina valga meno. Dice che il sistema che dovrebbe proteggere tutte le vite è calibrato su quanto quella vita è vicina, familiare e comunicabile.

IV. La contraddizione della selettività: le regole come strumenti, non come norme

Questo è il nodo strutturale di tutta la questione.

Quando lo stesso Stato che invoca il diritto internazionale per condannare un'aggressione sostiene, nello stesso anno, che un altro Stato non è soggetto agli stessi obblighi — o si astiene dal farli rispettare — la norma smette di essere una norma. Diventa uno strumento di politica estera, che si attiva quando conviene e tace quando non conviene.

Gli esempi della selettività non riguardano solo Gaza. Riguardano anche il fatto che alcuni Stati con occupazioni territoriali di lunga durata non sono soggetti alle stesse pressioni. Stati con arsenali nucleari illegittimi non sono soggetti alle stesse sanzioni. Stati che violano le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza non sono soggetti allo stesso isolamento.

La conseguenza è quella che i giuristi chiamano erosione della norma per mancata applicazione uniforme: non serve violare una regola per indebolirla. Basta applicarla solo ai propri avversari.

La contraddizione, in una frase: chi invoca il diritto internazionale solo quando il trasgressore è il proprio nemico lo sta già svuotando — perché ne fa uno strumento di schieramento, non un criterio universale.

V. La contraddizione della legittimazione reciproca

Qui la questione si allarga, e diventa la più interessante politicamente.

Se l'Occidente ha stabilito — con l'Ucraina — che l'appartenenza a un blocco determina l'applicazione o la sospensione del diritto internazionale, allora ha consegnato a ogni potenza un precedente utilizzabile. Mosca può sostenere che le sue violazioni sono equivalenti a quelle che l'Occidente tollera. La stessa logica può essere invocata da chiunque, in qualsiasi contesto, per giustificare qualsiasi cosa.

Il prezzo non lo paga solo chi è oggetto dell'incoerenza. Lo paga l'ordine internazionale nel suo complesso, perché perde la sua caratteristica di base: essere uguale per tutti coloro che vi aderiscono.

Questa è, tra le contraddizioni elencate, quella che produce il danno più duraturo. Le altre riguardano il presente di due conflitti. Questa riguarda la capacità del sistema di gestire tutti i conflitti futuri.

VI. Le obiezioni più forti

Un articolo onesto che sostiene una tesi deve fare i conti con le obiezioni più serie. Eccole, nella loro forma migliore.

1. Aggressione e conflitto armato non sono la stessa fattispecie. I difensori della posizione occidentale sostengono che la differenza non è ipocrisia ma categoria giuridica. La Russia ha invaso uno Stato sovrano senza provocazione, in una guerra di conquista territoriale dichiarata. Israele opera in un contesto di conflitto armato con radici profonde, a partire da un attacco militare subito. Applicare norme diverse a fattispecie diverse non è incoerenza: è applicazione corretta della norma.

2. Diversa è la responsabilità, non solo il metodo. Nel caso russo viene contestato l'obiettivo stesso — il cambio di regime e l'annessione. Nel caso israeliano la contestazione, anche interna a Israele e in Occidente, riguarda i metodi e le proporzioni, non l'esistenza dello Stato avversario. La scala del progetto politico è diversa.

3. Le critiche esistono, solo più lentamente. Risoluzioni ONU, procedimenti della Corte Penale Internazionale, rapporti di organizzazioni umanitarie, sanzioni su coloni, sospensioni di accordi: il sistema non è muto. È lento, frammentato, spesso inefficace — ma non silenzioso. La differenza potrebbe essere tra "lento" e "assente", non tra "applicato" e "non applicato".

4. Il rischio di strumentalizzazione. Alcuni osservatori notano che l'equiparazione tra i due casi viene talvolta usata non per chiedere più giustizia per i palestinesi, ma per delegittimare la resistenza ucraina o per relativizzare l'aggressione russa. La comparazione, in altre parole, può essere essa stessa un'arma retorica.

5. Il problema del metro di paragone. Chi sostiene le due misure deve spiegare quale sarebbe il livello giusto di reazione in ciascun caso. Se si dice che l'Occidente dovrebbe reagire a Gaza come reagisce in Ucraina, si sta chiedendo un intervento militare? Sanzioni economiche totali? Un mandato di arresto internazionale per i vertici israeliani? Le risposte a queste domande sono complicate, e questo rende la comparazione più difficile da usare come argomento politico.

VII. Cosa resta, tolte le obiezioni

Anche concedendo tutte le obiezioni, una cosa resta in piedi.

Le fattispecie sono diverse. Le responsabilità sono diverse. Le reazioni possono legittimamente essere diverse. Ma il criterio di applicazione non può essere l'identità dell'aggressore.

Se un Paese è sanzionato in tre mesi perché occupa il territorio del vicino, e un altro Paese non lo è in tre anni perché occupa il territorio del vicino, la differenza non può essere spiegata interamente da differenze di fattispecie. Una parte della differenza è spiegata dall'appartenenza a un blocco. Ed è quella parte che costituisce la contraddizione.

Conclusione: da due misure a due velocità

La tesi non è che i due conflitti siano identici. La tesi è che il sistema che dovrebbe giudicarli li giudica con velocità diverse, strumenti diversi e linguaggi diversi, in funzione non della gravità del fatto ma della posizione geopolitica di chi lo commette.

Le conseguenze di questa asimmetria sono due, e vanno tenute insieme.

La prima è immediata: le popolazioni coinvolte nei conflitti dove il sistema è lento pagano il prezzo della lentezza. Non è un prezzo astratto: sono mesi o anni di sofferenza che una reazione rapida avrebbe potuto ridurre.

La seconda è strutturale: ogni volta che la norma viene applicata selettivamente, il sistema perde un po' di autorità. Il giorno in cui servirà davvero — per fermare un conflitto che nessuno vuole fermare, per proteggere una popolazione che nessuno vuole proteggere — la norma non avrà più la forza che aveva.

Un ordine internazionale a due velocità non è un ordine. È una gerarchia travestita da diritto. E riconoscerlo è il primo passo per chiedere che le regole tornino a valere allo stesso modo per tutti — chiunque sia il trasgressore.

Elaborato con A I di Gemini

 Due Pesi due Misure Introduzione C'è un'ipocrisia che attraversa il modo in cui l'Occidente guarda alle guerre, e questa seri...