Due Pesi due Misure
Introduzione
C'è
un'ipocrisia che attraversa il modo in cui l'Occidente guarda alle guerre, e
questa serie di lettere aperte è nata per denunciarla.
È la stessa
ipocrisia che Il peso del pensiero mette al centro: il costo di guardare
i fatti senza la mediazione della versione ufficiale. Perché la verità — come
si legge nella presentazione di Trump Palestina — è verità solo se è
documentata. Non basta affermarla, non basta crederci: va provata, mostrata,
messa davanti agli occhi di chi preferirebbe non vederla.
Da qui nascono
le lettere aperte. La prima, Palestina Israele; la seconda, Russia
Ucraina. Due video, due teatri, un unico filo: lo stesso principio
applicato in modo diverso a seconda di chi commette il fatto. Riceverai poi le
lettere dedicate a Trump, e infine la terza — Perché ho dovuto urlare —
che dice in tre parole cosa succede quando la verità documentata non basta a
smuovere nulla: la verità, il risarcimento e il coraggio di cambiare. E la
quarta, l'ultima, scritta per onestà intellettuale, per non essere
tacciati di superficialità, per far prendere coscienza.
Perché è di
questo che si tratta: coscienza. Non di schierarsi tra due parti, ma di
riconoscere che un ordine internazionale applicato con metri diversi — duro
contro Mosca, indulgente verso chi affama Gaza — non è un ordine. È una
gerarchia travestita da diritto. E riconoscerlo è il primo passo per chiedere
che le regole tornino a valere allo stesso modo per tutti, chiunque sia il
trasgressore.
Le pagine che
seguono sviluppano quella denuncia: le contraddizioni giuridiche, le
contraddizioni del linguaggio, le contraddizioni nel valore che si attribuisce
alla vita a seconda di dove nasce. Le lettere aperte le hanno urlate. Questo
articolo prova a metterle in fila, perché restino.
Due pesi,
due misure
Le
contraddizioni dell'ordine internazionale tra Ucraina e Gaza
Introduzione:
la stessa regola, applicata due volte
Esiste un
principio che l'Occidente ha ripetuto per tre anni con la voce alta: nessuno
Stato può invadere un altro, annetterne il territorio e colpire i civili senza
pagare un prezzo. È il principio su cui l'Unione Europea e gli Stati Uniti
hanno costruito sanzioni senza precedenti contro Mosca, l'esclusione dal
sistema finanziario internazionale, un mandato di arresto della Corte Penale
Internazionale contro il capo dello Stato russo.
Quello stesso
principio, applicato a Gaza, cambia tono. Cambia vocabolario. Cambia strumenti.
Cambia velocità.
Chi sostiene
la tesi delle "due misure" non nega che la Russia abbia invaso
l'Ucraina, né che l'attacco del 7 ottobre 2023 sia stato un crimine. Ne trae
una conclusione diversa: che il diritto internazionale in Occidente non si
applica secondo la gravità del fatto, ma secondo l'allineamento geopolitico di
chi lo commette. Questo articolo sviluppa quella tesi, elenca le contraddizioni
che la sostengono — e discute, alla fine, le obiezioni più serie che le vengono
opposte.
I. La
contraddizione giuridica: lo stesso reato, due tribunali
Le categorie
giuridiche in gioco sono le stesse in entrambi i teatri.
Occupazione di
territorio altrui. Attacchi a infrastrutture civili — reti elettriche,
ospedali, acquedotti. Punizione collettiva di una popolazione. Trasferimento
forzato di civili. Uso della fame come strumento di guerra. Sono tutte
fattispecie previste dal diritto internazionale umanitario e dallo Statuto di
Roma.
Se lo
strumento normativo è identico, la reazione politica dovrebbe esserlo. La
contraddizione sta nel fatto che non lo è.
Contro la
Russia si è arrivati, nell'arco di pochi mesi, a un pacchetto di misure che non
ha precedenti nella storia delle sanzioni economiche: congelamento delle
riserve della banca centrale, esclusione dal sistema SWIFT, embargo sul
petrolio e sul gas, sanzioni su singoli individui e aziende, mandato di arresto
internazionale per il presidente. La velocità e la durezza della risposta sono
state straordinarie.
Verso Israele,
a fronte di una catastrofe umanitaria documentata da organizzazioni
internazionali, la reazione occidentale è stata molto più lenta, molto più
cauta, molto più frammentata. Le misure adottate riguardano per lo più singoli
coloni, non i vertici politici o militari. Le forniture di armi sono state
contestate internamente ma raramente interrotte in modo strutturale.
La
contraddizione, in una frase: se l'occupazione e i crimini di guerra producono
sanzioni contro Mosca, devono produrre sanzioni anche contro chi li commette
altrove. Se non le producono, allora la norma non è una norma — è una politica.
II. La
contraddizione linguistica: chi invade e chi "risponde"
Il vocabolario
non è neutro. Orienta il giudizio morale del lettore prima ancora che i fatti
siano discussi — e la differenza di vocabolario tra i due casi è misurabile.
Per l'Ucraina
si usano parole che assegnano responsabilità in modo inequivocabile: invasione,
aggressione, crimini di guerra, genocidio (nel dibattito
sulla deportazione dei minori), dittatore, regime. Il soggetto
grammaticale è sempre l'aggressore; la vittima non ha ambiguità.
Per Gaza il
linguaggio si sposta sulla processualità e sulla reciprocità: conflitto,
operazione militare, rappresaglia, diritto all'autodifesa,
situazione complessa. Il verbo più usato non è "invadere" ma
"rispondere", "reagire", "difendersi". Il
soggetto grammaticale si sposta dal responsabile al contesto.
La
contraddizione: lo stesso atto — colpire una città densamente abitata dove si
trovano civili — viene descritto come "crimine di guerra" in un caso
e come "conseguenza tragica di un conflitto" nell'altro. Il
linguaggio non descrive i fatti: li classifica. E la classificazione è diversa
perché diverso è il classificatore.
Una variante
particolarmente rivelatrice è l'uso del passivo. "Sono morti dei
civili" — senza soggetto — compare molto più spesso nel contesto di Gaza
che in quello ucraino. Il passivo cancella l'agente. Il lettore sa che qualcuno
ha sparato, ma la grammatica non gli chiede di identificarlo. Nel caso ucraino,
la stessa costruzione è quasi assente: l'agente è sempre nominato.
III. La
contraddizione delle vittime: quante vite valgono una notizia
Questa è la
parte più difficile da scrivere e la più difficile da contestare, perché tocca
la percezione del valore della vita umana.
La copertura
mediatica occidentale, la mobilitazione dell'opinione pubblica, la frequenza
delle dichiarazioni dei leader politici, l'attenzione delle istituzioni
internazionali: tutto questo è stato, per l'Ucraina, di ordini di grandezza
superiore rispetto a quanto è stato per Gaza, anche nei momenti di massima
intensità delle operazioni militari.
Le ragioni
sono molteplici. La vicinanza geografica conta: una guerra alle porte
dell'Europa mobilita più di una guerra in Medio Oriente. La familiarità
culturale conta: la stampa occidentale ha corrispondenti, fonti, contatti in
Ucraina; ne ha molti meno dentro Gaza, dove l'accesso è limitato. La
comunicazione del governo ucraino è stata, dal primo giorno, straordinariamente
efficace nel costruire una narrazione comprensibile in Occidente.
La
contraddizione non sta nell'esistenza di queste ragioni — sta nel fatto che,
qualunque sia la causa, il risultato è una gerarchia implicita: alcune
sofferenze civili generano indignazione mondiale, altre generano un appello al
"cessate il fuoco umanitario" che viene discusso per mesi senza
esito.
Chi sostiene
le due misure non dice che una vita ucraina valga meno. Dice che il sistema che
dovrebbe proteggere tutte le vite è calibrato su quanto quella vita è vicina,
familiare e comunicabile.
IV. La
contraddizione della selettività: le regole come strumenti, non come norme
Questo è il
nodo strutturale di tutta la questione.
Quando lo
stesso Stato che invoca il diritto internazionale per condannare un'aggressione
sostiene, nello stesso anno, che un altro Stato non è soggetto agli stessi
obblighi — o si astiene dal farli rispettare — la norma smette di essere una
norma. Diventa uno strumento di politica estera, che si attiva quando conviene
e tace quando non conviene.
Gli esempi
della selettività non riguardano solo Gaza. Riguardano anche il fatto che
alcuni Stati con occupazioni territoriali di lunga durata non sono soggetti
alle stesse pressioni. Stati con arsenali nucleari illegittimi non sono
soggetti alle stesse sanzioni. Stati che violano le risoluzioni del Consiglio
di Sicurezza non sono soggetti allo stesso isolamento.
La conseguenza
è quella che i giuristi chiamano erosione della norma per mancata applicazione
uniforme: non serve violare una regola per indebolirla. Basta applicarla solo
ai propri avversari.
La
contraddizione, in una frase: chi invoca il diritto internazionale solo quando
il trasgressore è il proprio nemico lo sta già svuotando — perché ne fa uno
strumento di schieramento, non un criterio universale.
V. La
contraddizione della legittimazione reciproca
Qui la
questione si allarga, e diventa la più interessante politicamente.
Se l'Occidente
ha stabilito — con l'Ucraina — che l'appartenenza a un blocco determina
l'applicazione o la sospensione del diritto internazionale, allora ha
consegnato a ogni potenza un precedente utilizzabile. Mosca può sostenere che
le sue violazioni sono equivalenti a quelle che l'Occidente tollera. La stessa
logica può essere invocata da chiunque, in qualsiasi contesto, per giustificare
qualsiasi cosa.
Il prezzo non
lo paga solo chi è oggetto dell'incoerenza. Lo paga l'ordine internazionale nel
suo complesso, perché perde la sua caratteristica di base: essere uguale per
tutti coloro che vi aderiscono.
Questa è, tra
le contraddizioni elencate, quella che produce il danno più duraturo. Le altre
riguardano il presente di due conflitti. Questa riguarda la capacità del
sistema di gestire tutti i conflitti futuri.
VI. Le
obiezioni più forti
Un articolo
onesto che sostiene una tesi deve fare i conti con le obiezioni più serie.
Eccole, nella loro forma migliore.
1. Aggressione
e conflitto armato non sono la stessa fattispecie. I difensori della posizione
occidentale sostengono che la differenza non è ipocrisia ma categoria
giuridica. La Russia ha invaso uno Stato sovrano senza provocazione, in una
guerra di conquista territoriale dichiarata. Israele opera in un contesto di
conflitto armato con radici profonde, a partire da un attacco militare subito.
Applicare norme diverse a fattispecie diverse non è incoerenza: è applicazione
corretta della norma.
2. Diversa è
la responsabilità, non solo il metodo. Nel caso russo viene contestato
l'obiettivo stesso — il cambio di regime e l'annessione. Nel caso israeliano la
contestazione, anche interna a Israele e in Occidente, riguarda i metodi
e le proporzioni, non l'esistenza dello Stato avversario. La scala del
progetto politico è diversa.
3. Le critiche
esistono, solo più lentamente. Risoluzioni ONU, procedimenti della Corte Penale
Internazionale, rapporti di organizzazioni umanitarie, sanzioni su coloni,
sospensioni di accordi: il sistema non è muto. È lento, frammentato, spesso
inefficace — ma non silenzioso. La differenza potrebbe essere tra
"lento" e "assente", non tra "applicato" e
"non applicato".
4. Il rischio
di strumentalizzazione. Alcuni osservatori notano che l'equiparazione tra i due
casi viene talvolta usata non per chiedere più giustizia per i palestinesi, ma
per delegittimare la resistenza ucraina o per relativizzare l'aggressione
russa. La comparazione, in altre parole, può essere essa stessa un'arma
retorica.
5. Il problema
del metro di paragone. Chi sostiene le due misure deve spiegare quale sarebbe
il livello giusto di reazione in ciascun caso. Se si dice che
l'Occidente dovrebbe reagire a Gaza come reagisce in Ucraina, si sta chiedendo
un intervento militare? Sanzioni economiche totali? Un mandato di arresto
internazionale per i vertici israeliani? Le risposte a queste domande sono
complicate, e questo rende la comparazione più difficile da usare come
argomento politico.
VII. Cosa
resta, tolte le obiezioni
Anche
concedendo tutte le obiezioni, una cosa resta in piedi.
Le fattispecie
sono diverse. Le responsabilità sono diverse. Le reazioni possono
legittimamente essere diverse. Ma il criterio di applicazione non può essere
l'identità dell'aggressore.
Se un Paese è
sanzionato in tre mesi perché occupa il territorio del vicino, e un altro Paese
non lo è in tre anni perché occupa il territorio del vicino, la differenza non
può essere spiegata interamente da differenze di fattispecie. Una parte della
differenza è spiegata dall'appartenenza a un blocco. Ed è quella parte che
costituisce la contraddizione.
Conclusione:
da due misure a due velocità
La tesi non è
che i due conflitti siano identici. La tesi è che il sistema che dovrebbe
giudicarli li giudica con velocità diverse, strumenti diversi e linguaggi
diversi, in funzione non della gravità del fatto ma della posizione geopolitica
di chi lo commette.
Le conseguenze
di questa asimmetria sono due, e vanno tenute insieme.
La prima è
immediata: le popolazioni coinvolte nei conflitti dove il sistema è lento
pagano il prezzo della lentezza. Non è un prezzo astratto: sono mesi o anni di
sofferenza che una reazione rapida avrebbe potuto ridurre.
La seconda è
strutturale: ogni volta che la norma viene applicata selettivamente, il sistema
perde un po' di autorità. Il giorno in cui servirà davvero — per fermare un
conflitto che nessuno vuole fermare, per proteggere una popolazione che nessuno
vuole proteggere — la norma non avrà più la forza che aveva.
Un ordine
internazionale a due velocità non è un ordine. È una gerarchia travestita da
diritto. E riconoscerlo è il primo passo per chiedere che le regole tornino a
valere allo stesso modo per tutti — chiunque sia il trasgressore.
Elaborato con A I di Gemini
