GIÙ LE MANI DA GAZA: IL TRAMONTO DELL’ARROGANZA
IMPERIALE
Lettera aperta di Onì d'André ai signori della
guerra e ai predicatori di democrazie armate. a Mis Melania, che ha tanto a cuore la
guerra Russia–Ucraina ed il suo consorte Mr. Tramp, attuale presidente degli
Stati Uniti d’America, a tutti Capi di Governo, con particolare riferimento a
quelli europei che hanno un grosso peso sulla coscienza, a tutti i movimenti proPal
disseminati in Europa ed allo stimato giornalista Paulo del Debbio, conduttore
della trasmissione “Dritto e Rovescio. con la speranza di aver la possibilità
di aprire un dibattito sull’argomento.
C’è un limite oltre il quale la diplomazia cessa di essere mediazione e si
trasforma in pura, oscena complicità. Quel limite è stato superato da tempo,
sotto gli occhi anestetizzati di un’opinione pubblica abituata a considerare il
diritto internazionale come un menù a scelta: obbligatorio per i nemici
dell'impero, carta straccia per gli alleati di ferro.
A chi oggi, da oltreoceano o dai palazzi del potere occidentale, pretende
ancora di ridisegnare il destino dei popoli con la sicumera del padrone di
casa, bisogna gridarlo in faccia senza mezzi termini:
Giù le mani da Gaza.
Quello è territorio palestinese.
Il vostro tanto amato protettorato portatevelo nei vostri sterminati
territori, invece di continuare a far pagare il conto della storia a un popolo
innocente.
La colpa originale e il furto del tesoro
Non esistono alibi per chi conosce la storia scritta nei documenti e non
sui manifesti elettorali.
Nel 1947, con la Risoluzione 181 dell'Assemblea Generale dell'ONU, le
potenze uscite dalla Seconda guerra mondiale decisero di spezzare una terra
millenaria. L’Europa, sopraffatta dall'orrore della Shoah ma troppo pavida per
aprire le proprie frontiere ai sopravvissuti, scelse la scorciatoia
diplomatica: lavarsi la coscienza scaricando il proprio rimorso secolare su una
popolazione araba autoctona che con i forni crematori non aveva nulla a che
spartire. Chiamarono "diplomazia" la confisca; chiamarono "sicurezza"
la dispersione forzata di centinaia di migliaia di esseri umani.
Ma a rendere intoccabile quella spartizione non è stata una presunta
promessa divina: è la materialità spietata delle risorse.
Sotto i cimiteri di macerie di Gaza e lungo la costa giacciono oltre 30
miliardi di metri cubi di gas naturale certificati (Gaza Marine). Sotto
le rocce della Cisgiordania scorrono i bacini acquiferi più pregiati della
regione e riserve di greggio. Da decenni, con ordinanze militari e blocchi
navali, a quel popolo è proibito persino estrarre un metro cubo del proprio gas
o scavare un pozzo d'acqua per dissetarsi.
La formula è scientifica: un popolo spogliato del proprio sottosuolo è un
popolo ridotto alla fame; e un popolo affamato dipende dai visti, dai pacchi
alimentari dell'ONU e dai veti incrociati di Washington.
L'inganno dell'esportazione democratica: la
lezione dell'Iran
La stessa presunzione cieca pretende oggi di dettare legge a Teheran.
Si agita lo spettro del cambio di regime, si invocano sanzioni che affamano
la popolazione civile e si prepara il terreno per l'ennesima crociata,
mascherando gli appetiti geopolitici dietro la foglia di fico dei diritti
civili.
Lasciate che l'Iran si scelga la sua strada.
Se quel popolo, pur attraversato da ferite e proteste interne, è retto da
un sistema che non risponde ai vostri standard o ai vostri consigli
d'amministrazione, non è compito vostro portarvi la vostra democrazia.
Ogni volta che l'Occidente ha preteso di esportare la propria idea di
libertà con i bombardieri e le operazioni coperte, ha generato solo macerie e
dittature peggiori. Hanno dimenticato il 1953, quando la CIA e i servizi
britannici rovesciarono il governo laico e democraticamente eletto di Mohammad
Mossadeq solo perché aveva osato nazionalizzare il petrolio iraniano,
restaurando la tirannia dello Scià e covando la rivoluzione che ne seguì. Hanno
dimenticato le menzogne sulle armi di distruzione di massa in Iraq nel 2003.
Hanno dimenticato la distruzione della Libia nel 2011 e il disastro ventennale
in Afghanistan.
La Carta delle Nazioni Unite (Art. 2, par. 7) vieta esplicitamente
l'ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani. Non siete i giudici
morali del pianeta; siete soltanto gli amministratori di un'egemonia che non sa
fare i conti con il proprio declino.
L'innesto coloniale e la revoca di un diritto
inesistente
Parliamoci chiaro, senza le perifrasi ipocrite della diplomazia: la
presenza stessa di uno Stato d'Israele su quella terra è un'usurpazione che non
ha mai avuto titolo giuridico né morale.
Non si tratta soltanto di ritirarsi oltre i confini del 1967, di sgomberare
le colonie in Cisgiordania o di togliere il blocco navale da Gaza. Si tratta di
riconoscere il peccato originale: nel 1947 avete confiscato una terra che
apparteneva a un altro popolo per collocarvi a forza un'entità statale
estranea. L'Europa e l'America avevano un debito morale verso il popolo ebraico
per l'abisso della Shoah? Ebbene, quel debito dovevano saldarlo donando una
porzione del proprio territorio.
Gli Stati Uniti hanno milioni di chilometri quadrati di spazio e terre
sconfinate; l'Europa aveva l'obbligo storico di fare spazio a casa propria a
chi aveva perseguitato per secoli. Invece avete preferito la scorciatoia più
infame: fare i generosi con la casa degli altri, scaricando il vostro senso di
colpa su contadini, famiglie e comunità palestinesi che non avevano alcuna
colpa.
Se tanto amate Israele, prendetevelo. Portatevelo nei vostri territori.
Costruitelo in Texas, in Germania, o nelle grandi pianure d'oltreoceano a spese
vostre. Quella striscia di terra dal Giordano al mare appartiene alla
Palestina: ogni metro quadro sottratto dal 1947 a oggi è frutto di un furto
armato, e nessun trattato di pace, nessuna risoluzione truccata potrà mai
legittimare l'esistenza di uno Stato coloniale imposto sopra la tomba dei suoi
legittimi proprietari.
La fine dell'arroganza
È ora di finirla con questa arroganza becera che vi ha sempre
contraddistinto. Il mondo non è la vostra colonia e i popoli non sono pedine da
spostare sulle vostre scacchiere finanziarie ed energetiche.
Nel mio libro Il peso del pensiero ho ricordato che non vi è
democrazia autentica senza verità, e che ogni guerra nasce dal rifiuto
dell'uomo di fare i conti con la propria ombra.
Prima di pretendere di civilizzare gli altri popoli o di spartirvi le
ricchezze dei loro sottosuoli, fermatevi e guardatevi le mani insanguinate.
Rispondete, se ne avete ancora il coraggio, alle sole domande che contano per
chi vuole dirsi umano:
Chi siete? Dove state andando? Cosa volete veramente, oltre al dominio e
all'oro degli altri?
Finché la risposta sarà l'imposizione della forza, la vostra democrazia
resterà una menzogna armata e la storia non vi riserverà alcuna assoluzione.
Onì d'André
Autore de «Il peso del pensiero» e dei cicli filosofici delle Sei Trilogie
www.onidandre.it

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