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domenica 25 ottobre 2026

 

GIÙ LE MANI DA GAZA: IL TRAMONTO DELL’ARROGANZA IMPERIALE

Lettera aperta di Onì d'André ai signori della guerra e ai predicatori di democrazie armate. a Mis Melania, che ha tanto a cuore la guerra Russia–Ucraina ed il suo consorte Mr. Tramp, attuale presidente degli Stati Uniti d’America, a tutti Capi di Governo, con particolare riferimento a quelli europei che hanno un grosso peso sulla coscienza, a tutti i movimenti proPal disseminati in Europa ed allo stimato giornalista Paulo del Debbio, conduttore della trasmissione “Dritto e Rovescio. con la speranza di aver la possibilità di aprire un dibattito sull’argomento.

 


C’è un limite oltre il quale la diplomazia cessa di essere mediazione e si trasforma in pura, oscena complicità. Quel limite è stato superato da tempo, sotto gli occhi anestetizzati di un’opinione pubblica abituata a considerare il diritto internazionale come un menù a scelta: obbligatorio per i nemici dell'impero, carta straccia per gli alleati di ferro.

A chi oggi, da oltreoceano o dai palazzi del potere occidentale, pretende ancora di ridisegnare il destino dei popoli con la sicumera del padrone di casa, bisogna gridarlo in faccia senza mezzi termini:

Giù le mani da Gaza.

Quello è territorio palestinese.

Il vostro tanto amato protettorato portatevelo nei vostri sterminati territori, invece di continuare a far pagare il conto della storia a un popolo innocente.

La colpa originale e il furto del tesoro

Non esistono alibi per chi conosce la storia scritta nei documenti e non sui manifesti elettorali.

Nel 1947, con la Risoluzione 181 dell'Assemblea Generale dell'ONU, le potenze uscite dalla Seconda guerra mondiale decisero di spezzare una terra millenaria. L’Europa, sopraffatta dall'orrore della Shoah ma troppo pavida per aprire le proprie frontiere ai sopravvissuti, scelse la scorciatoia diplomatica: lavarsi la coscienza scaricando il proprio rimorso secolare su una popolazione araba autoctona che con i forni crematori non aveva nulla a che spartire. Chiamarono "diplomazia" la confisca; chiamarono "sicurezza" la dispersione forzata di centinaia di migliaia di esseri umani.

Ma a rendere intoccabile quella spartizione non è stata una presunta promessa divina: è la materialità spietata delle risorse.

Sotto i cimiteri di macerie di Gaza e lungo la costa giacciono oltre 30 miliardi di metri cubi di gas naturale certificati (Gaza Marine). Sotto le rocce della Cisgiordania scorrono i bacini acquiferi più pregiati della regione e riserve di greggio. Da decenni, con ordinanze militari e blocchi navali, a quel popolo è proibito persino estrarre un metro cubo del proprio gas o scavare un pozzo d'acqua per dissetarsi.

La formula è scientifica: un popolo spogliato del proprio sottosuolo è un popolo ridotto alla fame; e un popolo affamato dipende dai visti, dai pacchi alimentari dell'ONU e dai veti incrociati di Washington.

L'inganno dell'esportazione democratica: la lezione dell'Iran

La stessa presunzione cieca pretende oggi di dettare legge a Teheran.

Si agita lo spettro del cambio di regime, si invocano sanzioni che affamano la popolazione civile e si prepara il terreno per l'ennesima crociata, mascherando gli appetiti geopolitici dietro la foglia di fico dei diritti civili.

Lasciate che l'Iran si scelga la sua strada.

Se quel popolo, pur attraversato da ferite e proteste interne, è retto da un sistema che non risponde ai vostri standard o ai vostri consigli d'amministrazione, non è compito vostro portarvi la vostra democrazia.

Ogni volta che l'Occidente ha preteso di esportare la propria idea di libertà con i bombardieri e le operazioni coperte, ha generato solo macerie e dittature peggiori. Hanno dimenticato il 1953, quando la CIA e i servizi britannici rovesciarono il governo laico e democraticamente eletto di Mohammad Mossadeq solo perché aveva osato nazionalizzare il petrolio iraniano, restaurando la tirannia dello Scià e covando la rivoluzione che ne seguì. Hanno dimenticato le menzogne sulle armi di distruzione di massa in Iraq nel 2003. Hanno dimenticato la distruzione della Libia nel 2011 e il disastro ventennale in Afghanistan.

La Carta delle Nazioni Unite (Art. 2, par. 7) vieta esplicitamente l'ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani. Non siete i giudici morali del pianeta; siete soltanto gli amministratori di un'egemonia che non sa fare i conti con il proprio declino.

L'innesto coloniale e la revoca di un diritto inesistente

Parliamoci chiaro, senza le perifrasi ipocrite della diplomazia: la presenza stessa di uno Stato d'Israele su quella terra è un'usurpazione che non ha mai avuto titolo giuridico né morale.

Non si tratta soltanto di ritirarsi oltre i confini del 1967, di sgomberare le colonie in Cisgiordania o di togliere il blocco navale da Gaza. Si tratta di riconoscere il peccato originale: nel 1947 avete confiscato una terra che apparteneva a un altro popolo per collocarvi a forza un'entità statale estranea. L'Europa e l'America avevano un debito morale verso il popolo ebraico per l'abisso della Shoah? Ebbene, quel debito dovevano saldarlo donando una porzione del proprio territorio.

Gli Stati Uniti hanno milioni di chilometri quadrati di spazio e terre sconfinate; l'Europa aveva l'obbligo storico di fare spazio a casa propria a chi aveva perseguitato per secoli. Invece avete preferito la scorciatoia più infame: fare i generosi con la casa degli altri, scaricando il vostro senso di colpa su contadini, famiglie e comunità palestinesi che non avevano alcuna colpa.

Se tanto amate Israele, prendetevelo. Portatevelo nei vostri territori.
Costruitelo in Texas, in Germania, o nelle grandi pianure d'oltreoceano a spese vostre. Quella striscia di terra dal Giordano al mare appartiene alla Palestina: ogni metro quadro sottratto dal 1947 a oggi è frutto di un furto armato, e nessun trattato di pace, nessuna risoluzione truccata potrà mai legittimare l'esistenza di uno Stato coloniale imposto sopra la tomba dei suoi legittimi proprietari.

 

La fine dell'arroganza

È ora di finirla con questa arroganza becera che vi ha sempre contraddistinto. Il mondo non è la vostra colonia e i popoli non sono pedine da spostare sulle vostre scacchiere finanziarie ed energetiche.

Nel mio libro Il peso del pensiero ho ricordato che non vi è democrazia autentica senza verità, e che ogni guerra nasce dal rifiuto dell'uomo di fare i conti con la propria ombra.

Prima di pretendere di civilizzare gli altri popoli o di spartirvi le ricchezze dei loro sottosuoli, fermatevi e guardatevi le mani insanguinate. Rispondete, se ne avete ancora il coraggio, alle sole domande che contano per chi vuole dirsi umano:
Chi siete? Dove state andando? Cosa volete veramente, oltre al dominio e all'oro degli altri?

Finché la risposta sarà l'imposizione della forza, la vostra democrazia resterà una menzogna armata e la storia non vi riserverà alcuna assoluzione.

Onì d'André

Autore de «Il peso del pensiero» e dei cicli filosofici delle Sei Trilogie
www.onidandre.it

 

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